Di Rossano Lo Mele

Siamo ormai in autunno, quanto accaduto in estate è tumulato nell’hard disk personale del passato remoto di ognuno di noi: una memoria temporanea ancora più crudele, perché figlia di una stagione apparentemente frivola, leggiadra, per forza di cose effimera. A fine agosto se n’è andato Neal Casal (vedi rubrica R.I.P. di questo mese). Poco prima era toccato a David Berman, trovato suicida in un appartamento appena prima di ferragosto. Un periodo un po’ così, per il deposito dei ricordi. 

Della scomparsa di Berman si è scritto molto. Un artista di culto, se il termine non avesse smarrito il suo significato. Ma, andando oltre il suo talento, quello che colpisce di questo suicidio è la modalità, la sua timeline. Molti conoscevano Berman per essere il leader di una band minore, per quanto eccellente, chiamata Silver Jews. Ma la sua storia personale e artistica è qualcosa di sconvolgente, se letta con gli occhi di poi. Nel 1988 David incontra all’università, in Virginia, Stephen Malkmus e Bob Nastanovich, ossia due futuri perni dei Pavement. Assieme i tre mettono su prima una band noise e un paio di anni dopo si trasferiscono in New Jersey, dove David e Steve arrotondano lavorando alla sicurezza del Whitney Museum. Lì David crea i Silver Jews assieme agli altri due, che però simultaneamente si dedicano ai Pavement. Il debutto di questi ultimi, Slanted & Enchanted, deve il suo titolo proprio a un suggerimento di David. All’inizio dei ‘90 i Pavement cominciano a ottenere successo di critica, pubblico e discrete quantità di denaro. Per sfruttare l’onda, Malkmus consiglia a Berman di suonare dal vivo: lui dice di no, aggiungendo che non sarebbe mai accaduto. Preferisce dedicarsi alla poesia, cosicché nel ’99 pubblica il libro Actual Air. A sorpresa, nel 2005, sempre con i Silver Jews, ma con una formazione diversa e fluttuante, Berman si dichiara pronto a esibirsi dal vivo, dopo aver realizzato un album nuovo. David vince così la ritrosia nei confronti dei palchi e nel 2008 pubblica il suo capolavoro, Lookout Mountain, Lookout Sea. Passa un solo anno prima che arrivi l’annuncio ufficiale, proprio da un palco, in Tennessee: i Silver Jews finiscono qui. Per tutti gli anni 10 David scompare dalla circolazione. Si inseguono le supposizioni e i gossip: per qualcuno si è sposato e ritirato, vive a Nashville. Per altri è diventato cieco, oppure tossico, magari si sta dedicando alla sua passione principale, la poesia, per qualcun altro ha deciso invece di scendere in politica. 

Ma la verità è un’altra: nel 2009, all’età di 42 anni, David aveva deciso di ritirarsi. Riteneva di aver fatto più del massimo di quanto fosse nelle sue possibilità. In caso d’improvvisa rivalutazione del suo percorso artistico sarebbe forse tornato, con un altro nome, ma cercando di non dover affrontare di petto un mondo così ostile come quello del music business. Comincia a scrivere un libro nuovo, quando il suo agente gli propone un assegno di 150mila dollari per lavorare a un documentario di un’ora sulla sua vita. Lui dice di no, ma poi comincia a elaborarlo, e poi si ferma e si blocca di nuovo: nessuna voglia di svelare la sua parte più preziosa in pubblico. Nel 2014 perde la madre, finisce a vivere quasi come un homeless dalle parti di Vancouver, in una zona piena di tossici, mentre tenta di incidere un album nuovo con la produzione di Dan Bejar (Destroyer). Elabora così tante parti vocali ed effettua così tante sovraincisioni che alla fine Bejar è costretto a mollare il lavoro per non impazzire. Si sposta quindi a Chicago, manda una e-mail ai Woods che rispondono, e così comincia una veloce collaborazione. Nel frattempo va in bancarotta: senza una casa, vaga di città in città, di hotel in hotel. Spende un sacco di soldi senza avere la tranquillità di un posto fisso dove scrivere. 

Dopo tanto pellegrinare, alla fine cambia idea. Se scrivere di se stesso e delle sue esperienze per un film documentario gli sembrava spaventoso e inaffrontabile, decide di mettere su un’altra band, i Purple Mountains. Gli rimane la fissazione di usare i colori, nel nome dei suoi progetti musicali. Dall’argento al porpora. L’album omonimo dei Purple Mountains esce nell’estate del 2019: si tratta del suo disco più autobiografico. Contiene versi del tipo: “I morti sanno bene cosa stanno facendo nel momento in cui decidono di abbandonare questo mondo”. Oppure: “La luce della mia vita sta per spegnersi stanotte… senza neanche un grammo di rimpianto”. E ancora: “Ho sostenuto prove di coraggio per un decennio, contro il mio oblio”. Il disco esce, i media gridano al capolavoro, “Mojo” lo incorona album del mese. Pochi giorni prima che il tour, il sospirato grande rientro, parta, David viene trovato morto a Brooklyn. Sorte simile ma diversa per il povero Neal Casal, che dopo un weekend di concerti viene trovato senza vita, suicida. Anche lui, come David, in casa. Carriere vive, ma solitudini circolari: e un immenso sole nero appena valicati i 50 anni.