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L’esordio dei White Lies nel 2009 è stato senza alcun dubbio un fulmine nella scena musicale. In quel periodo al declino dell’ondata di chitarre indie, in molti cercarono una nuova via senza trovare però la formula giusta. Non è un caso che nello stesso anno gli Editors diedero una virata secca e controversa (ma molto apprezzata dal sottoscritto) con il loro terzo disco, In This Light And On This Evening, e molti altri abbracciarono sonorità sintetiche a discapito di quelle elettriche. Forse proprio il 2009 è stato l’anno di svolta di tutto l’indie-rock, l’anno che ha fatto da spartiacque fra la “fine” (fine per modo di dire, perché godono ancora di ottima salute) delle chitarre e l’inizio della rivoluzione sintetica, che oggi è nel pieno del suo splendore. 

Non fu solo revival degli anni ‘80 però, era un approccio nuovo, meno patinato. I synth oggi non solo uno strumento per piazzare la melodia killer all’interno delle canzoni, o per sostituire gli strumenti tradizionali, sono il collante attorno al quale si cementano gli altri strumenti delle band e hanno colonizzato ogni genere. Il contributo fondamentale negli ultimi quattro/cinque anni è stato dato anche dalle case produttrici di strumenti, che mai come in questi anni hanno intensificato gli sforzi per creare nuovi synth e per rendere accessibile quel tipo di strumentazione, che non è mai stata a buon mercato. Basti pensare che la sola Korg, uno dei marchi più famosi per l’elettronica, è passata da circa 50 nuovi prodotti lanciati fra il 2000 e il 2009, a 100 fra il 2010 e il 2019. Certo la nostalgia e fenomeni come Stranger Things, del quale Giona A. Nazzaro ha fatto un’eccellente analisi nel numero estivo di Rumore, hanno dato la zampata definitiva, ma se si va a ritroso per trovare la rinascita di quel tipo di suoni si arriva inevitabilmente alla fine del decennio scorso.

Inoltre, se si vuole identificare una delle band che ha ridato vita, ma soprattutto credibilità a certe sonorità, non si può far altro che citare i White Lies. Perché un singolo come To Lose My Life è stato capace di portare l’omonimo disco e quindi i sintetizzatori al n.1 della classifica inglese con una formula perfetta: c’era la credibilità di una band che arrivava dagli ambienti “indie”, l’efficacia di un grandissimo pezzo (synth) pop, che però non abbandonava del tutto le chitarre, e la (relativa) novità. Ma parlare solo di un pezzo non renderebbe giustizia alla band perché tutto il disco era formato da ottime canzoni: sono stati estratti ben quattro singoli più uno (Death), uscito nel 2008 e ristampato nel 2009.

Quei ritornelli, abbinati a quei suoni e a quella voce dolente, riuscirono a imporsi con prepotenza e contribuirono sensibilmente a quell’effetto domino che ha portato i sintetizzatori a dominare la musica degli anni ‘10.

Nel corso di questi ultimi dieci anni però, personalmente ho avuto un rapporto complicato con i White Lies. 

Non mi lasciai sfuggire la prima occasione per vederli dal vivo, per capire da vicino il fenomeno e comprenderne la portata: botta di culo da un disco e via oppure band dal futuro radioso?

L’occasione si presentò nel febbraio del 2010 all’Alcatraz di Milano, ma rimasi piuttosto deluso da quel concerto. Ero abituato ad altro genere di live e mi sembrò una band mediocre, scazzata, che si limitava alla mera esecuzione dei pezzi, senza metterci nulla di più rispetto al disco. Forse oggi avrei un’impressione totalmente diversa rivedendo quel concerto, ma quando una band dal vivo non mi convince, il più delle volte smetto di ascoltarla. Così mentre loro proseguivano la loro carriera, sfornando altri singoli killer, io mi dedicavo ad altro.

Poi all’improvviso Friends, il loro quarto disco del 2016, che ho riscoperto l’anno scorso, forse il migliore della loro carriera, mi ha riavvicinato alla band. Così eccomi qua a parlarvi del loro concerto al Magnolia, a supporto dell’ultimo album, Five.

La quantità di persone che trovo quando entro nello spazio dedicato ai concerti estivi mi stupisce per essere un lunedì di fine luglio: non è da tutto esaurito, ma c’è parecchia gente. Non male per una band di cui, nonostante il successo, tutto sommato non è che si parli così spesso in giro.
Salgono sul palco senza tante cerimonie e iniziano subito con una doppietta che lascia già immaginare l’andamento del concerto. Time to Give, che come da tradizione è il pezzo di apertura dell’ultimo disco e poi subito il carico con uno dei loro pezzi più famosi: Farewell To The Fairground. Da lì poi è un continuo sparare alto, un singolo dietro l’altro senza respiro. Rimango impressionato dalla quantità di “hit” che hanno sfornato in questi anni, sentendole tutte in successione. Ma anche quei pezzi che su disco sembra abbiano meno appeal, sul palco si rivelano efficaci come i più famosi. Perché non è solo un concerto da greatest hits, c’è anche spazio per pezzi come Getting Even, da Big TV del 2013, che ha comunque dimostrato tutte le potenzialità di un singolo, pur non essendo stato scelto per promuovere il disco. 

Con il succedersi dei pezzi quello che salta più all’occhio, o meglio alle orecchie sono i suoni della band. Compatti e definiti, come dicevo sopra, con synth ed elettronica a creare una amalgama solida ma non invadente, con la quale gli altri tre strumenti costruiscono lo stile che li ha resi famosi. In particolare quello che si fa notare più di tutti è il basso, “grosso” e tagliente, uno dei suoni migliori che abbia mai sentito. L’altra cosa che si nota in modo particolare è la grande semplicità delle loro canzoni: un riff di synth, chitarra elettrica che si sviluppa quasi esclusivamente su accordi, basso e batteria che sostengono la parte ritmica con precisione ma senza particolari virtuosismi. Nulla più dello stretto indispensabile ed è proprio questa la forza delle loro canzoni. Sono pezzi che potrebbero stare in piedi anche solo con una chitarra acustica, perché il livello del songwriting è talmente alto che non c’è bisogno di molto altro.

Il concerto mantiene sempre alto il tiro fino all’interruzione per il bis, non c’è mai un calo di tensione, non c’è mai spazio per rilassarsi. Ma è proprio il bis il momento in cui si prendono un po’ di spazio per far vedere che vanno bene i singoli da milioni di streaming, ma non sono solo una macchina da hit, dietro c’è una band che sa suonare e anche molto bene.

Stupisce molto infatti la scelta Fire And Wings (dal loro ultimo album) al loro rientro, un pezzo formato da una strofa con influenze psichedeliche e un ritornello potente, che rimanda a sonorità grunge. Si discosta molto da quello che hanno suonato nell’ora precedente e mostra la band in una veste più muscolare. Subito dopo c’è spazio per The Price Of Love, una sorpresa per Milano, perché è un pezzo che non hanno mai suonato in questo tour e non suonavano da parecchio tempo dal vivo. La chiusura è affidata poi all’inno Bigger Than Us.

Sarà il day-off del tour passato il giorno prima in relax a Milano, sarà che questa era una delle poche date fuori dai festival con il pubblico tutto per loro, ma è stato un concerto davvero intenso, suonato molto bene e con una bellissima atmosfera. Anche loro sul palco sembravano particolarmente rilassati e Harry Mcveigh (voce e chitarra) era molto affabile con il pubblico.
I White Lies non sono sicuramente una band rivoluzionaria, non rientreranno mai nella lista delle band fondamentali di questi anni, anche se come dicevo sopra qualche merito ce l’hanno; probabilmente non avranno mai le lodi incondizionate della critica musicale, ma finché continueranno a sfornare canzoni così efficaci, non ci si stancherà mai di ascoltarli.


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