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Di Rossano Lo Mele

Pubblichiamo. Con una certa continuità riceviamo lettere e messaggi: negli anni è cambiato il metodo di ricezione, naturalmente. La lettera cartacea è stata sostituita da e-mail inviate all’indirizzo della redazione. Ma soprattutto: da messaggi scritti e spediti tramite i social media, Facebook su tutti. Quello che per fortuna non è cambiato è l’attaccamento alla rivista e la volontà di confronto con la redazione. Che si tratti – come spesso accade – di manifestazioni di disappunto (perché avete stroncato quel disco? Perché quella faccia in copertina? Perché avete ignorato tizio? Perché avete esaltato caio, solo perché va di moda?) o di apprezzamento. L’apprezzamento, si sa, fa sempre meno “rumore” della critica. Ma la critica, si sa anche questo, fa parte del mestiere. Non abbiamo mai avuto una rubrica legata alla corrispondenza. Nel limite del possibile cerchiamo di rispondere personalmente e direttamente a tutti i lettori. Qualcosa sfugge, ma tra abbonati, lettori fissi e occasionali, carta, digitale, segnalazioni, appunti, notifiche e altro, la mole di parole in entrata è sempre piuttosto ingombrante. Tuttavia questo mese, raccogliendo un paio di lettere affini nello spunto – per quanto assai diverse nel focus – cogliamo l’occasione per dare voce e risposta a un paio di lettori fra quelli che ci seguono. Nell’invitarvi calorosamente a continuare questa relazione epistolare e redazionale, ecco i messaggi:

Egr. Direttore di Rumore,

Sono un vostro appassionato lettore (abbonato), e vorrei proporre un appello. Mi rivolgo a lei per ovvi motivi, in quanto siamo tutti appassionati di quell’Arte (e scienza) chiamata Musica ma, oltre ad essere appassionati, lei e i suoi colleghi ne fate anche un lavoro e fate giornalismo musicale. Per questo motivo vi chiedo di “smuovere coscienze”.

Mi spiego: come molti di noi, anch’io amo andare a vedere un concerto, che sia della mia band preferita o di un emerito sconosciuto poca importanza ha, ma ultimamente, da qualche anno in qua, ai concerti c’è un insopportabile brusio di fondo. Tantissimi spettatori sono lì per chiacchierare invece di godersi lo spettacolo. Ho notato che più passano gli anni più il brusio umano è diventato un fastidiosissimo rumore di fondo. Qualcuno obietterà che il rumore fa parte della musica, però non credo che sia questo il caso, e comunque se non è rumore prodotto da chi sta sul palco è rumore irritante.

C’è questo malcostume di andare ai concerti e parlare, parlare e parlare. Ricordo che anni fa sono andato via dal concerto dei Parquet Courts perché infastidito dal vociare, ritorno dal Primavera Sound, dove ho giurato a me stesso di non mettere più piede causa il rumore assurdo degli spettatori (…) Nella cornice del cortile del Castello a Ferrara, al concerto delle Breeders, ecco poi che il “maleducato” sghignazza mentre Kim Deal canta in acustico. Siamo pochi, e siamo una riserva, neanche tanto protetta, me ne rendo conto, ma la sua rivista, insieme alle altre del settore non può lanciare un appello? Basta chiacchierare ai concerti! La ringrazio per lo sfogo, e la saluto cordialmente,

Massimiliano

Gentile sig. Lo Mele ho lasciato decantare il suo editoriale per un paio di giorni nel timore di un’avventata reazione “di pancia” ma quel che sento e che mi lascia perplesso è rimasto lì, e ribolle. Faccio una minima premessa: sono musicofilo da una trentina d’anni. Il mio filone è il pop nell’accezione di Trish Keenan: “Non c’è pop senza avanguardia e l’avanguardia senza pop è spazzatura”. Andiamo quindi dai Gastr Del Sol alla Dark Polo Gang, circa. Da qualche anno la mia frequentazione delle riviste di settore è diventata molto saltuaria. Ho acquistato “Rumore” di novembre spinto da questa motivazione: vediamo se recensiscono il disco postumo di Lil Peep e vediamo che ne pensano. Ma di Lil Peep non ho trovato traccia (magari m’è sfuggito, in tal caso chiedo venia ma continuo). Ho trovato invece il suo editoriale che, al sottoscritto, ha trasmesso: una critica alle etichette musicali nostrane, una critica al sistema Italia. E a questo punto sbotto. Sbotto perché per far certe critiche a mio avviso ci vuole un pulpito. Ed il pulpito della stampa di settore italiana non è adeguato. Anzi. In Italia la musica è entrata in crisi all’inizio degli anni ’80 con l’avvento della televisione commerciale. I programmi musicali (e molti altri) hanno ceduto il posto a tette culi e risse. Da quel momento – per chi scrive – il primo fine della stampa musicale italiana avrebbe dovuto essere il ritorno della musica in TV. Con una critica costruttiva, distruttiva, di parte, politica, anarchica, poco importa. La morte della musica in TV ha decretato la fine della cultura musicale pop-olare in Italia. E la stampa di settore non ha fatto nulla. E poco male. Il dramma è che la stampa di settore continua a non far nulla. Eppure lei si permette muovere critiche. Alle etichette per esempio. Che certo hanno le loro belle responsabilità ma devono pur sempre far i conti col pubblico che trovano e devono far soldi. Un pubblico formato in primis dalla TV e poi da radio e stampa. Ovvero da 40 anni in qua un pubblico ignorante. Eppure la RAI è sempre la televisione di stato. Lei cita correttamente l’Inghilterra. La differenza tra Italia e UK? La medesima che corre tra RAI e BBC. E la stampa di settore non ha mosso una biro o un tasto. La curiosità è morta così. E lo dimostrano le parole della giovane Any Other proprio sulle vostre pagine: gli italiani ascoltano solo ciò che già conoscono. E non meniamocela sull’Internet che avrebbe soppiantato la TV. La TV è ancora dominante. E in Italia, con la vostra (giornalistica) connivenza non si preoccupa di far cultura ma solo audience. E per tornare brevemente a Internet… i danni sul tessuto sociale si vedono pure lì: laddove infatti i nativi digitali (loro sì magari meno “televisivi”) vanno a pescare i loro modelli (trap) e poi si ritrovano a fare i conti col sistema Italia e devono omologare la loro trap per poterci provare a campare. Chiudo qui. Mi scuso per lo sfogo. Grezzo ma già fin troppo prolisso per non esser ignorato. Ma se non parlate voi dalle vostre pagine a chi sta nelle sale dei bottoni catodici, ma se voi dedicate copertine ai dinosauri (jr) (MC5) (mio nonno) (sua madre) in luogo del martire del nuovo punk, ma se non dialogate voi coi gestori delle poche venues italiche fighe chiedendo s’impongano rispetto e silenzio durante (tutti) i concerti… beh, davvero non immagino chi possa farlo. 

Saluti BDB

Gentile Massimiliano, credo poco negli appelli, non tanto per sfiducia quanto perché alla fine una massa di persone, in un luogo, segue dinamiche precise quanto entropiche. Ma di sicuro possiamo provare ad amplificare il problema. La sua segnalazione tocca un nervo scoperto della società del cosiddetto intrattenimento. Intanto perché un concerto è un evento unico e che accade in quel preciso momento e basta (di quante altre cose potremmo dirlo nella nostra vita di tutti i giorni, sempre così replicabile e on demand?) Tutti noi o quasi abbiamo sperimentato questa spiacevole sensazione; tutti noi o quasi ne siamo stati responsabili, anche se ci piace meno sentircelo dire. Per quanto possa servire da consolazione – mal comune non è mai mezzo gaudio – la piaga del disturbo e della distrazione tocca ormai ogni forma di esibizione. Cosicché assistere a una messinscena teatrale, assieme a un pubblico non esattamente composto da millennial, è diventato più frustrante che seguire uno dei concerti sopra menzionati. Solita cianfrusaglia: telefoni che suonano in continuazione, messaggi, messaggini, suonerie diaboliche, anziani che parlano e commentano ad alta voce. Dato per scontato che di rimedi draconiani non ne esistono (Jack White a parte, come impedire l’accesso di device ai concerti o alla gente di parlare?) possiamo solo sperare che il rock, nel suo essersi imborghesito, riconsegni all’audience il gusto dell’ascolto e delle buone maniere. Due esempi a caso: mi è capitato di assistere all’unica data italiana dell’ultimo tour dei Low (Teatro Dal Verme), così come al tour solista di Lloyd Cole (anche qui, Milano, Tunnel) e in entrambe le occasioni gli spettacoli non hanno subito alcuna forma di molestia. Per contro le ultime date di Phoenix e MGMT (Milano e Bologna) sono state una via crucis di gente che fumava al chiuso, whatsappava, copriva la visuale del palco con lo schermo, blaterava ad alta voce. Ci sono live dove il coinvolgimento e il conseguente rumore sono parte essenziale dello show. Ma forse una maggiore consapevolezza da parte degli artisti stessi – chi si esibisce gradirebbe una tale forma di disinteresse? – sotto forma di appello e condivisione di un momento unico potrebbe essere una via d’uscita. In determinati contesti per così dire protetti (club, teatri, piazze storiche, auditorium etc.) Chiamiamolo patto di complicità performativa. 

Quanto alla lettera del lettore che si firma BDB, prima di tutto la ringrazio per aver menzionato una delle mie (nostre) icone minori: la povera Trish Keenan, voce degli inglesi Broadcast, scomparsa giusto otto anni fa all’età di 42 anni. E la ringrazio anche per aver segnalato Lil Peep, il cui disco è stato ampiamente dissezionato a pagina 70 del numero successivo a quello a cui lei si riferisce (essendo un album di grande rilevo per il mercato internazionale abbiamo ricevuto l’ascolto dalla Sony appena prima della sua uscita).

Venendo alle mie parole: quanto scritto da me rispetto alla trasformazione subita dal sistema discografico major nazionale, più che una critica era una constatazione. Constatavo cioè come un tempo all’interno delle multinazionali esistessero delle ramificazioni che permettevano di sondare quanto di nuovo si muoveva nell’underground nazionale. Oggi questo non capita più. Chi ha il compito di scovare talenti controlla il numero di follower, like e seguaci di un determinato nome (ormai quasi sempre e solo di area urban) e si limita a metterlo sotto contratto. Succede così con tutti i nomi della nuova generazione, da Tedua alla Dark Polo Gang da lei citata, fresca di contratto a tanti zero con la major di turno. Questo rappresenta un problema di per sé? No di certo, chi genera denaro è giusto che ne percepisca. Ma chi genera denaro è davvero in grado di generare quel denaro? I dischi non vendono. E gli artisti costano. Ma la major ha speso tot per accaparrarsi quel determinato nome. Che però non vende a sufficienza non solo per far guadagnare la sua casa discografica, ma neanche (tranne rarissimi casi, vedi Salmo di recente) copre i costi. Quindi che si fa? Si prega e si spera in santo Spotify, che coi suoi milioni di streaming va a compensare quei mancati ricavi. Risultato in estrema sintesi: il signor Spotify è in questo momento storico il vero datore di lavoro di tutte le case discografiche. Per molti sarà normale, ma se continua così, invece di capire (sondare l’underground) cosa pensa un adolescente di Macerata, di Oristano o di Licata, gli appiccheremo addosso sogni e bisogni dell’adolescente di Milano: con viale Padova, le storie su Instagram e tutte quelle belle cose che ormai stanno nella nuova (nuova?) musica nazionale come il sale nel sugo.

Credo infine sia ingeneroso parlare di connivenza della stampa musicale in tutto questo sistema. Semplicemente perché la stampa musicale, al mondo largo e televisivo a cui lei fa riferimento, non arriva proprio. Non esiste. Certo, bisognerebbe aver lavorato un po’ di tempo in RAI o in grandi produzioni televisive per poterlo affermare. Ma prima di approdare alla direzione di questo giornale io ho fatto entrambe le cose, e glielo posso garantire. 


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