di Ercole Gentile

20 anni per chi organizza un festival sono tanti. Non è semplice riuscire continuamente ad essere al passo con i tempi e rinnovarsi, ma per un evento come il CTM Festival di Berlino è fondamentale. Nato come costola musicale della Transmediale (evento dedicato alle arti digitali), il CTM è alla continua ricerca di progetti sperimentali, che osano, che cercano di esplorare territori ancora poco battuti. E l’edizione 2019, svoltasi dal 25 gennaio al 3 febbraio in numerose venue della capitale tedesca, non è stata da meno, anche se bisogna onestamente dire che per il ventesimo forse ci si aspettava qualcosa in più. A partire dalle installazioni, che negli ultimi anni sono stati un fiore all’occhiello dell’evento: tutti ricordano in particolare la spettacolare Skylar dello scorso anno, realizzata dal light designer Christopher Bauder in collaborazione con il producer techno Kangding Ray presso il Kraftwerk. Quest’anno la parte installativa è stata spostata nella Halle del Berghain con Eishalle e The Mantis. La prima una pista da pattinaggio su ghiaccio con diversi artisti a sonorizzare (da Mieko Suzuki a Skatebard) e luci a cura sempre dello stesso Bauder; la seconda composta da due ruspe su cui sono stati montati due impianti pronti a duellare, ispirata ai disturbatori sonori che cercavano di interrompere i comizi politici nella Berlino divisa. Entrambe le idee molto belle, meno il risultato finale che non lascia poi molto allo spettatore.

Invece qui sotto ecco le 5 performance che mi hanno maggiormente colpito:

1. Ic3peak (venue: Festsaal Kreuzberg)

Duo russo composto da Nick Kostylev e Nastya Kreslina. Si definiscono audio-video terrorists ed in effetti spaccano tutto, oltre a non essere ben visti dalle autorità moscovite e costretti spesso a fare dei secret shows. Il loro sound è una miscela di trap, techno e punk che dal vivo ha una forza incredibile e fa venir fuori tutta la loro rabbia e voglia di emergere. Magari ancora un po’ acerbi, ma da tenere d’occhio.

2. Jerusalem in My Heart (venue: HAU2)

Proprio un bel trip. Il duo a/v composto dal polistrumentista Radwan Ghazi Moumneh e dal filmmaker Charles-André Coderre ti fa viaggiare in una dimensione parallela per oltre un’ora, tra suoni analogici arabeggianti di buzuk e zorna, filtri e noise sintetizzati dallo stesso Moumenh (nato da genitori libanesi in Oman, trasferitosi poi in Canada). Il tutto abbinato ai visual su pellicola (l’avevo visto fare solo ai connazionali God Speed You Black Emperor) di Coderre. Spettacolo.

3. Deena Abdelwahed (venue: Schwuz)

Il suo album Khonnar è stata una delle cose più interessanti del 2018 e la producer tunisina dal vivo conferma che ci si trova di fronte ad una perla rara. Deena, che viene dal jazz e dal funk, riesce a far convivere in modo perfetto suoni arabi, bass music, techno e quando serve anche la sua voce. Una performance che ti tiene incollato sotto cassa, sommerso di fumo nel bellissimo spazio industriale dello Schwuz, club solitamente strictly gay, aperto per l’occasione ad un pubblico più ampio. Promossa a pieni voti.

4. Vanligt Folk (venue: Schwuz)

La sorpresa assoluta. Mi imbatto per caso in loro staccando dall’affollata main room dello Schwuz. Mi trovo davanti alla seguente situazione: un tipo biondo, in bermuda, che suona su un piccolo palchetto (quasi un piedistallo) la batteria, in piedi, percuotendola con bacchette e scarpe. Dall’altra parte della stanza un altro elemento che spippola con macchine elettroniche varie. In mezzo alla stanza un pazzo, tutto fatto, in camicia hawaiana che imbraccia un microfono salta e canta cose in inglese, ma soprattutto in un altro idioma (che scoprirò poi essere svedese). O mi trovo davanti ad una cagata pazzesca o dei fenomeni. Restando incollato per tutto il concerto, decido di optare per la seconda. Loro sono i Vanligt Folk (traducibile come “gente comune”) da Goteborg, Svezia. Il loro show è follia e non-sense che si muove tra ritmiche groovose, funk-punk, elettronica da cui è impossibile staccarsi. Se il mondo gli darà una chance e loro non se la berranno, ne sentiremo parlare.

5. Yves Tumor (venue: Heimathafen)

Devo dire che mi aspettavo qualcosa in più dallo show di Yves Tumor. Ho consumato il suo album Safe in the Hands of love edito da Warp, colpito da una perfetta miscela di modernità e tradizione, elettronica, rap e suoni analogici provenienti da jazz e funk. Ecco, ritrovarmelo sul palco da solo che deve andare in un angolo a farsi partire le basi fa un po’ tristezza. Poi lui è un animale da palco e recupera con uno show in cui si lancia tra la folla e si muove come un pazzo. Però. Quando sarà accompagnato sul palco da altri musicisti quasi certamente sarà uno show imperdibile, ora non lo è.