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di Elia Alovisi

C’è musica che racconta situazioni e musica che esprime sentimenti. La prima è fatta di dettagli: nomi, luoghi, date che avvicinano la canzone alla novella, il disco al romanzo. La seconda invece è fatta di immagini e sensazioni, di vaghezza. è cantata da un “io” che si rivolge a un “tu”, entrambi contorni di individui più che persone, così da invitare chi ascolta a riempirli con le cose che ha dentro. I Daughter tendono a fare musica della seconda categoria. O almeno, la loro canzone più celebre ne è uno dei migliori esempi del nostro millennio finora, insieme a cose come Crystalised degli xx. Quella canzone si chiama Youth e scava nel senso di inadeguatezza e precarietà che caratterizza la vita dei millennial, così come nel tentativo fallimentare di nasconderle a forza di notti selvagge e amori difficili. Uscita nel 2013, è stata il primo gradino che i Daughter hanno scalato per crearsi un pubblico, un mercato e una carriera.

La voce dei Daughter è quella di Elena Tonra, che spesso viene scambiata per unica depositaria del nome del suo gruppo. Le sue canzoni tendono a essere malinconiche, vibranti, leggere, gelide ma soprattutto – tornando alla categorizzazione di cui sopra – vaghe. E quindi ascoltarla sciorinare dettagli, luoghi, parole e persone nel suo primo disco solista, pubblicato a dicembre a nome Ex:Re, è un’esperienza piuttosto particolare. Il nome Ex:Re contiene in sé il motivo scatenante della sua esistenza. Ribaltato diventa “Re: Ex”, cioè “A proposito del mio ex”. Si tratta di un breakup album, ma composto da una persona che ha scosso – involontariamente, dice lei – il modo in cui di solito li scrive. “Mi ero messa a scrivere e basta, non a scrivere canzoni. Era tutto un lungo testo, senza capitoli o altro”. E invece qualcosa è successo. Da qua cominciamo a parlare.

Che cos’è che ti ha fatto venire voglia di andare così nel profondo nell’analizzare le tue esperienze?

“Non che ne avessi voglia, ma mi sono resa conto che c’erano punti di questo lungo testo che mi ero messa a scrivere in cui ricordavo momenti, sere, eventi. E se riuscivo a farlo era perché inserivo dettagli molto specifici, quelli che poi sono diventati canzoni”.

Quindi avevi un lungo testo, che hai poi tagliuzzato.

“Diciamo che ho provato a infilare quelle parole in melodie e in musica. Fortunatamente avevo uno studio in cui lavorare, dove fare la pazza da sola per un po’, e provare a suonare cose e mandarle in loop. Premevo “record” e vedevo se le cose che avevo scritto avevano senso in forma canzone”.

Crescendo mi sono reso conto di essere toccato sempre più da una scrittura piena di particolari, che è un po’ il passaggio che hai fatto con questo disco. A tratti mi ha ricordato quello che Mark Kozelek ha fatto a partire da Benji.

“Personalmente, sono sempre stata attratta da canzoni… non tristi. Diciamo emotive. Poi con il passare degli anni mi sono posta sempre più la questione del contenuto e ho smesso di concentrarmi solo sulla melodia o i ritornelli. In questa scrittura molto specifica, fatta di cose di tutti i giorni, c’è qualcosa di speciale. Ho in mente The Possum di Kozelek, in cui parla di questo animale, del fatto che va in tour e mangia la pizza… sono cose banali, ma dette in modo così crudo e pieno di emozioni che potrebbe essere solo la sua vita. Come anche in Carissa. Capisco quello che vuoi dire, io vedo la stessa cosa nel fatto che guardo molti documentari che parlano di crimini e delitti. Sono cose tetre, ma sono vere. Mi piace capire come e perché gli esseri umani vivono, pensano e raccontano certe cose”.

In Crushing canti “Mi sembra che la nostra attenzione stia diminuendo / È una lezione su come gli esseri umani usano le macchine / Per dimostrare i loro sentimenti”. Stai parlando di comunicazione in generale? O del modo in cui comunichi tu?

“Sono due sentimenti paralleli. Parlo di una relazione con una persona per cui provi qualcosa di forte, ma con cui comunichi in modo distaccato, mediato. E c’è anche quella sensazione del malessere da telefono, il fatto che mi sono resa conto di come elaboro le informazioni. Non mi ricordo più niente. Ho le risposte a portata di mano, grazie al telefono, quindi posso non stare attenta. Insomma, sono due tipi di attenzioni che diminuiscono”.

Trovo strano, e bello, il fatto che una chat di Whatsapp possa diventare una canzone. Se sei una persona qualunque resta lì, nel tuo telefono, e la puoi dimenticare facilmente. Ma se sei un’artista e la rendi una canzone, in un certo senso, la cristallizzi e rendi eterna.

“Scrivo di me stessa da quando ero appena adolescente. Mi mettevo in camera mia e parlavo di qualsiasi cosa, era un modo che avevo per elaborare la mia vita. Ma non ho mai tenuto un diario. Ammiravo la dedizione di chi riusciva a scriverne uno, a concentrarsi così tanto. Sapevo che quelle che scrivevo erano canzoni, ma non sapevo suonare uno strumento. Avevo questo cassetto pieno di fogli… ero una vera cool kid, ha! Ad ogni modo piano piano, man mano che imparavo a suonare la chitarra grazie alle lezioni di un amico, ha tutto preso forma”.

Facevi leggere le tue cose ad altre persone?

“Mi sono tenuto tutto per me stessa per un sacco di tempo. Poi mi sono resa conto che c’è… un bisogno, un senso di gloria, dentro di me. Ho fatto danza, ho fatto recitazione. Mi sono resa conto che mi piaceva stare sul palco. Insomma, in me c’è qualcosa che mi fa cercare attenzione. Ma mi vergognavo molto, allo stesso tempo, e tenevo nascoste le cose che scrivevo. Non mi sono mai sentita così ambiziosa da essere nello show business, ma cercavo anche qualcuno che mi dicesse “Oh, questa roba è figa!”

Nel disco parli molto di alcool. Come mai?

“Me ne sono resa conto solo a disco finito. Nel disco parlo solo di esperienze reali, e quando l’ho riascoltato ho notato che in effetti ero spesso ubriaca. Ho bevuto per stare meglio, per un periodo l’alcool è stato uno strumento che ho usato. Ci sono state situazioni in cui non mi sarei sentita a mio agio se non avessi bevuto. Mentre prima di salire sul palco non toccherei mai niente. Prima di questo disco non mi trattavo così bene. Adesso ho imparato a prendermi cura di me stessa”.

In New York sembri disperata, ma racconti la metropoli e le persone che la vivono con una qualità sognante, quasi surreale: “Ho visto un coniglietto bianco che si arrampicava sull’Empire State Building”, canti.

“Quella canzone è una sorta di versione filmica del tempo che ho passato a New York. Ho registrato lì il secondo disco dei Daughter e ci sono tornata per passare un po’ di tempo a scrivere da sola, prima di partire per un tour. Solo, pensavo avrei scritto per la band e non per me stessa. Questo progetto non esisteva ancora. E insomma, sono stata bene e sono stata malissimo. Ero comunque circondata da un sacco di persone a cui volevo molto bene. Nello specifico c’è stato questo mio amico che ho beccato, non lo vedevo da un sacco di tempo. Non avevo mai incontrato prima sua moglie, e suo figlio che era appena nato. Quindi insomma, è stato un momento positivo, ma erano due anni che non lo vedevo e mi sono sentita ferma. Bloccata in un ciclo in cui non facevo niente se non bere, e sentirmi inutile, e sentirmi una merda, e non scrivere niente, mentre queste persone stavano andando avanti con le loro vite”.

Parli anche di una persona, “Stella”.

“Passavo di fronte a casa sua mentre andavo in studio. Era una signora anziana, splendida, e quando sono tornata a New York era morta. Quindi era un segno tangibile del tempo che era passato. Nel pezzo ci sono anche parti più astratte, ma sono messaggi in codice che solo una persona può capire”.

In Doing The Right Thing esprimevi lo stesso sentimento: “E stanno facendo figli, e stanno facendo l’amore / Con le loro vecchie scuse, “Siamo fatti per riprodurci / Ma sto bene quando sono sola, confinata”.

“Sì, è chiaramente lo stesso pensiero che mi è ripassato in testa. Sono quei momenti in cui ti sembra di volere la vita di una persona, ma non ne sei del tutto sicuro. “Sono stata programmata per sentirmi così?” “C’è scritto da qualche parte che devo avere un figlio, un marito e un mutuo prima dei trent’anni?” Sono cose che non ho, e sto bene, ma ogni tanto mi scatta qualcosa dentro e mi sento incredibilmente triste. Ma forse è solo una spirale in cui mi ficco da sola quando sono giù”.

In The Dazzler parli di hotel, di relazioni intime in spazi che vanno e vengono.

“Ci hai letto qualcosa di molto poetico, per me è stata solo una notte a New York! Il punto è che stare in un hotel è un’esperienza irreale. Ti comporti un un modo diverso, come se non avessi alcuna responsabilità. All’improvviso sei una bambina viziata: tocchi tutto, usi tutto quello che ti viene dato. È un’ubriacatura di sfarzo. E gli incontri di cui parlo… sono estranei, non sono l’ex del titolo. Lui quasi non c’è, nell’album. Queste altre persone sono transitorie, vanno e vengono, e in alcuni casi è difficile mentre in altri davvero è come se non me ne fregasse niente. Ho provato a trovare la persona che avevo perso dentro altre persone, ma è impossibile. Quando me ne sono resa conto è stato straziante. Sono finita a farmi male e basta”.



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