(Credit: Screengrab YouTube)

Di Rossano Lo Mele

Dai e dai, a forza di dire che a casa nostra dobbiamo essere padroni e non farci dettare l’agenda, questa cosa sta andando a influenzare tutti i campi. La musica, per esempio. Gli ultimi vincitori del Mercury Prize in Inghilterra si chiamano Wolf Alice. Suonano rock, hanno una cantante bionda con fisico da modella. Grande riscontro in patria. Qualche anno prima il premio se lo aggiudicarono gli Young Fathers. Tre scozzesi dalla faccia non proprio scozzese, figli d’immigrati che arrivano dalla Nigeria e dalla Liberia. Se dicessimo che gli Young Fathers hanno una rilevanza artistica tale (politica, musicale) da poter incarnare i nuovi Massive Attack, difficilmente verremmo querelati. Il Mercury Prize è sempre stato un premio teso a istituzionalizzare chi se lo portava a casa. Certo, gli Young Fathers non sono delle star, vista la proposta musicale articolata e bitorzoluta, ma i Wolf Alice in Gran Bretagna sono ormai fra i principali gruppi rock nazionali.

Proviamo a fare un passo indietro. Prendiamo il caso della Black Out, sotto etichetta creata e gestita dalla Polygram negli anni 90 che aveva ai vertici Luca Fantacone (oggi in Sony). L’attenzione della label era puntata su quanto di più interessante stava accadendo all’estero, in ambito rock e dintorni. Per dare un senso di contemporaneità alla musica prodotta in Italia, soprattutto quella rivolta a un pubblico giovanile e di estrazione rock. Grazie a quella spinta abbiamo avuto l’evoluzione dei Casino Royale (sulla scia del coevo suono di Bristol), la nascita di band come i Soon (degni soci del Britpop chitarristico al femminile – Lush, Sleeper, Echobelly – in quegli anni). E ancora: la pubblicazione di nomi come Madaski (un disco solista diagnostico e industriale in piena botta internazionale da Nine Inch Nails) e DJ Gruff, perfettamente a suo agio con il diffondersi del cosiddetto turntablism dell’epoca. Ci sono stati anche dischi sciapi, passati inosservati, ma guardare fuori ha arricchito anche la nostra produzione e visione interna. Prima della moneta unica. Prima della presunzione di bastare a se stessi, anche artisticamente.   

La musica che oggi va per la maggiore in Italia pare viceversa essersi molto ripiegata su se stessa. I due fenomeni giovanili di maggiore successo locale e commerciale – la trap e l’itpop – non hanno legami col resto del mondo. O meglio, la trap deriva indubbiamente dal suo liquido modello fondante statunitense. Ma a tempo di record si è tramutata in una replica continua di se stesso, perdendo quell’innovazione che fa parte di ogni linguaggio. Sul pop il discorso è ancora più immalinconente. Michele Canova ha avuto la capacità di inventarsi un suono, a livello produttivo (il cui apice, per chi scrive, consiste in Nessuno È Solo, terzo album di Tiziano Ferro, edito nel 2006). Buon per lui, ma male per noi. Perché da quel momento – avendo Canova in pratica creato un genere (chiamiamolo nuovo pop) – gli sono andati tutti dietro. I vecchi, i giovani, gli emergenti, i consolidati. Fate questo gioco: provate a togliere la voce dalla musica di quasi tutte le hit che passano in radio oggi. Vi sembreranno tutte uguali, tali da non riconoscere gli autori. Tutti questi prodotti funzionano. Perché sono tutti uguali, e non guardano altro che se stessi, in un continuo gioco di emulazione. Batterie triggerate, sbuffi di basso, tre ritornelli, synth a incalzare, slogan da social media. Tutti fanno così, per andare in radio bisogna fare così, adeguiamoci. Nel frattempo il mondo attorno si evolve, arrivano e passano generi e intuizioni (pensate solo a quanto sta accadendo su temi come la fluidità sessuale – Arca, Perfume Genius etc. – o l’elettronica commestibile – Danny L Harle, Gaika – e il meticciato culturale – Rosalía, Sudan Archives).         

I Wolf Alice o gli Young Fathers un tempo avrebbero di sicuro affascinato qualcuno: qualche musicista e qualche etichetta disposta a dargli credito. Ora non è più tempo di nuovi entusiasmi. La crisi morde, i quotidiani enfatizzano la politica italiana e gli affari interni. Sui social media parliamo tutti la stessa lingua, quindi condividiamo la stessa musica ed è necessario formarsi un’opinione su quello che passa sotto il naso. La curiosità sembra bandita. A fine novembre esce A Brief Inquiry Into Online Relationships, nuovo doppio album di The 1975. Il disco affronta un tema centrale della quotidianità. Lo fa con un’iconografia alla Anton Corbijn (Joy Division, U2, Depeche Mode) e un lavoro di comunicazione e promozione sui social media impagabile. I testi sono tutto tranne che sfocati. La band suona una marmellata di funk, indie, hip hop, black music, soul e rock già sentita ma che non assomiglia a nient’altro in giro. In Inghilterra credo possano chiudere le scommesse per il primo posto in classifica. In Italia, boh. Il sovranismo non apprezza l’inglese. Che poi se ne sono pure usciti dall’UE, quindi che vogliono da noi?