(Venom – Black Metal, 1982 – Neat)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Andrea Valentini

Metallo nero. Black metal. Per molti è “semplicemente” un sottogenere estremo dell’universo heavy. Per altri uno stile di vita. Ma non dimentichiamo che, prima di tutto questo, è stato – ed è – un album epocale a modo suo: Black Metal dei Venom, uscito il 1 novembre del 1982, infatti ha inoculato un virus nel sottobosco del rock più intransigente, infettandolo e propagandosi per tutti i meravigliosi [sic] anni Ottanta e oltre. Rewind. Il 1 dicembre del 1981, giusto in tempo per la stagione natalizia imminente, giunge sul mercato l’esordio sulla lunga distanza dei Venom: quel Welcome To Hell che, spingendo sull’acceleratore delle influenze punk, scatarra sulla scena metal una collezione di brani rozzi, ruvidi, violenti, pulsanti nella loro approssimazione e urgenza, ma – soprattutto – marcati da un’attitudine che mescola una dose equina di voglia di far casino, con un sense of humour di grana grossissima e riferimenti espliciti (per quanto oggettivamente piuttosto imprecisi e banali) all’universo del satanismo e dell’occulto. Insomma una specie di mina vagante per i tempi. Geoff Barton recensisce il dico su Sounds (numero di dicembre 1981) e avvisa gli sprovveduti potenziali acquirenti con parole minacciose: “Un avvertimento ai possessori di impianti stereo costosi. Questo LP non è stato inciso in uno studio di registrazione, ma messo insieme usando pezzi di vinile di scarto nel retro di una stazione di servizio in disuso”. E chiude il pezzo sentenziando: “Bruttezza epica, rumore anarchico, casino terrificante: questo album conferisce un nuovo significato al termine ‘cataclismico’ ed è, probabilmente, il disco più heavy che sia mai stato autorizzato per la vendita e per il consumo da parte del pubblico”. A sua volta Dante Bonutto (icona della stampa metal britannica) su Kerrang! del marzo 1982 definisce l’album “un macello di dieci brani di alitosi eretica” e la sua recensione si chiude con la frase: “Questa è un’orgia sfrenata di peccato originale. Correte a prendere l’aglio e tenetevelo stretto, perché i Venom non vogliono i vostri corpi. Vogliono le vostre anime”. Questo è il putrescente antefatto che precede l’avvento di Black Metal, il disco che avrebbe cambiato diverse regole nel mondo dell’heavy.

“Per Black Metal abbiamo lavorato sei giorni di seguito e ci siamo riposati il settimo. Abbiamo iniziato il giorno di Lammas – il primo giorno di agosto, che anticamente era celebrato come la festa del raccolto”: il cantante/bassista Cronos ricorda così, con linguaggio biblico, le session da cui è scaturito l’album. Ma è un momento delicato, stressante, per la band: questo secondo lavoro è la grande occasione dei Venom, l’opportunità per affrancarsi dal ruolo di paria e fenomeni da baraccone che alcuni hanno affibbiato loro. E sempre Cronos spiega: “Il periodo di Black Metal è stato snervante. […] Io lavoravo in studio come tecnico per gruppi come i White Spirit, i Fist e i Raven e tutti si credevano i più fighi. La maggior parte di quella gente l’ho fatta mettere sotto contratto io, perché facevo anche scouting: andavo nei club a sentire i gruppi locali, poi tornavo alla Neat e segnalavo quelle che meritavano di incidere un singolo o due per l’etichetta. […] Quasi tutti erano solo dei tamarri provincialotti, dei palloni gonfiati e niente di più. Ricevevano per la prima volta un po’ di attenzione e qualche rivista puntava su di loro. E molti credevano, per questo, di essere autorizzati a trattare i Venom come merda”.

All’uscita, la stampa metal underground, quella delle fanzine e delle testate più piccole, accoglie con entusiasmo stellare Black Metal, esaltandolo come un disco di rottura, di una violenza e malvagità mai viste prima. Ma anche le riviste più mainstream e istituzionali si accorgono finalmente del fenomeno Venom: è una rivincita per Cronos, Abaddon e Mantas, da molti fino a quel momento considerati semplici macchiette, pagliacci dediti al rumore sconclusionato. Gary Bushell su Sounds di novembre 1982 scrive a proposito dell’album: “I Venom sono i Black Sabbath strafatti di polvere d’angelo”; Malcolm Dome su Kerrang dello stesso mese saluta Black Metal definendolo “senza dubbio uno dei dischi più potenti del 1982”. Anche Touch And Go, la fanzine statunitense di stampo punk e hardcore, se ne occupa nel numero 21 dell’aprile 1983: “[…] questo album ha un suono più pulito, ma offre un’altra dose di follia e perversione… sicuramente non nascondono da dove vengono… loro arrivano dall’inferno e il loro pappone si chiama Lucifero. Da fan del metal dei primi anni Settanta posso tranquillamente dire che tutti i loro rivali sembrano un’accozzaglia di signorine”. In Italia a recensire l’album è Beppe Riva, sulle pagine di Rockerilla numero 31 (febbraio 1983); nella sua lunga analisi scrive, tra l’altro: “[…] i Venom sin dai primi solchi del secondo platter, scatenano gorghi micidiali che costringono al naufragio nell’oceano dell’occulto di cui sono Signori. Immediatamente Black Metal ricompone il clima di claustrofobia privo di soluzioni possibiliste a cui l’ascoltatore è uso, e riduce all’impotenza di fronte alle nauseabonde raffiche di metallo schizoide che alterano il tracciato delle onde cerebrali, assoggettandoci ad una condizione di trance euforica al di là di ogni controllo razionale”.

La miscela punk/metal/satanismo/strafottenza questa volta è molto più a fuoco e i Venom, nel giro di pochi mesi, da band oggetto di dileggio o considerata minore, diventano uno dei gruppi più importanti – se non il più importante – dell’avanguardia metallica estrema. Nessuno aveva osato come loro prima di quel momento e il trio di Newcastle praticamente mette in ginocchio il panorama heavy con il proprio sound sporco, caotico ed esagerato. Mantas stesso, in un’intervista di diversi anni dopo, spiega: “Ogni volta che ripenso a ciò che abbiamo fatto con Black Metal, resto stupefatto. Anche ora mi pare incredibile l’impatto che abbiamo avuto, quanto siamo stati influenti e quanto continuiamo a esserlo. […] Una volta qualcuno chiese a Paul Stanley dei Kiss se l’idea del trucco fosse stata un colpo di genio improvviso. Lui rispose che se qualcuno esce dal mare con una pepita d’oro in mano, non lo chiami genio. E questo è il punto, per me. Non abbiamo mai avuto in mente di cambiare il mondo – semplicemente è accaduto”.

Gli 11 brani di Black Metal, nella loro esuberanza e furia cieca, divengono ben presto altrettanti inni e a 36 anni di distanza ancora fanno cantare migliaia di fan dal vivo – e questo accade sia che li eseguano i Venom (in pratica il solo Cronos con due musicisti a fargli da backing band), sia i Venom Inc. (i due terzi dei Venom originali – Abaddon e Mantas – con Tony Dolan a fare da basso e voce). Ma attenzione: Black Metal non è mai stato un disco black metal nel senso corrente del termine: in primis perché all’epoca il black metal non esisteva e nessuno lo suonava. E poi, come Cronos stesso ha spiegato in sede d’intervista, la band con il termine black metal ha sempre indicato qualcosa di molto generico e cangiante (“Per i Venom il black metal era speed metal, thrash metal, power metal…”). E nel 2006 arriva ad affermare: “Quei tizi norvegesi… quello non è black metal, punto. Ho sempre detto che il black metal è power metal, speed metal, thrash metal… tutti assieme. Ma i norvegesi non fanno così. Loro suonano death metal velocissimo, speed death metal. Avrebbero dovuto chiamarlo Norse metal o roba del genere. Alla fine della fiera quello che voglio dire è che Cronos, Mantas e Abaddon sono black metal”. Semplicemente il black metal dei Venom era un’altra cosa rispetto a quello che è divenuto – oltre che un genere – un fenomeno di costume, un argomento di cronaca nera e, perché no, una moda a partire dai primi anni Novanta.

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