(The Cult – Electric, 1987 – Beggars Banquet/Sire)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Andrea Valentini

È il 6 aprile del 1987 quando Electric giunge nei negozi di dischi lasciando sbigottito il mondo del rock. Già, perché Astbury, Duffy e compari, a un anno e mezzo dall’uscita del fortunatissimo Love (che aveva dato il via a un’ascesa a livello di fama e, ovviamente, copie vendute), sfornano un album che segna un cambio radicale a livello stilistico: il rock gotico con influenze new wave è ormai un ricordo di cui non sembra restare alcuna vestigia nelle sonorità di un lavoro votato interamente a un hard rock di stampo americano duro, blueseggiante, scarno e spolpato. Roba tosta, forse tamarra – nel senso buono – e senza fronzoli. Il tutto con produzione firmata da quel geniaccio di Rick Rubin. Quante volte avete sentito dire: “Ah, no… come Love, non ce n’è!”. E chi vuole darsi un tono estrae dal cilindro anche Dreamland: “In quel disco erano originalissimi, davvero”. Questi sono i commenti più gettonati quando si tira in ballo la terza prova in studio dei Cult. Era meglio il demo, insomma – non proprio, ma ci siamo capiti.

Facciamo un rapido rewind per inquadrare il momento storico in cui Electric si inserisce e per respirarne le suggestioni. Quando, nel 1985, i Cult fanno uscire Love esplodono letteralmente: Rain seduce l’Inghilterra e She Sells Sanctuary diventa un tormentone radiofonico negli Stati Uniti. Ma, come spesso accade, i momenti di maggior successo coincidono anche con le sbandate più destabilizzanti: e, infatti, già durante il tour di Love i Cult vacillano. Lo dimostrano alcuni dettagli stilistici: Ian Astbury da un lato abbandona i vezzi da gothic rocker e inizia a indossare cuoio e piume come un Jim Morrison adottato da una tribù Cheyenne, mentre Billy Duffy – anche se ancora ama vestire le sue tipiche camicie con gli sbuffi (alla Luigi CXIII, per citare un Abatantuono d’annata) – tiene la chitarra con la tracolla allungata fino ad arrivare quasi alle ginocchia, alla maniera di Johnny Thunders. Proprio Thunders ci viene in aiuto con un aneddoto, per decodificare cosa stesse accadendo in seno ai Cult: esiste un bootleg in cui Johnny smette di suonare e si rivolge al pubblico con fare incazzoso. E dice: “Allora, cosa volete sentire? Roba hippy o roba elettrica?”. Questo è esattamente il bivio di fronte a cui si trovano Astbury e Duffy, in quel lontano 1985 – e infatti quando, nell’estate del 1986, entrano nel Manor Studio di Shipton-on-Cherwell (Oxfordshire) per dare un successore a Love hanno le idee tutt’altro che chiare. La band è affiancata dal produttore Steve Brown, scelto secondo la logica dello “squadra che vince non si cambia”: aveva infatti già lavorato a Love e le cose erano andate benissimo. Eppure il meccanismo sembra inceppato e stenta a muoversi, a funzionare a dovere. Astbury, Duffy & co. hanno in mente un’idea forte, ma ancora vaga: portare nel giro gotich/new wave capelli lunghi e chitarrone, ossia due elementi classicamente rock che venivano in media aborriti, se non scherniti, dai seguaci del genere. Dalle session al Manor Studio scaturiscono 11 brani destinati – almeno negli intenti – a comporre Peace, il terzo album dei Cult.

Già il titolo ha un quid piuttosto marcato di neofricchettonismo e non è un caso: infatti il risultato è un mix improbabile di chitarre liquide e super-effettate, richiami psichedelici, riff hard troppo smussati/lucidati e profumi d’incenso e patchouli. Una specie di accozzaglia disomogenea che proprio non si trova un modo di far legare dandole un senso compiuto. La band stessa si rende conto che, dopo il successo di Love, una proposta del genere non può funzionare e urge un intervento radicale. Billy Duffy ricorda: “Era una questione di sopravvivenza. Avevamo inciso il seguito di Love e forse i pezzi non erano scritti molto bene; in più non andavamo d’accordo col produttore. Spendemmo una montagna di soldi per registrare nel miglior studio d’Inghilterra per fare una schifezza”. La prima idea, nello smarrimento iniziale, è quella di affidare il pezzo dell’album individuato come singolo di traino (Love Removal Machine) a Rick Rubin, per farlo remixare. Ma da cosa nasce cosa e, dopo essersi annusati reciprocamente, matura la convinzione che Rubin sia il salvatore designato, capace di raddrizzare un disco partito col piede sbagliato e a rischio di finire in un disastro. È così che i Cult si mettono al lavoro sotto la supervisione del produttore statunitense – fresco di lavori con gli Slayer (Reign In Blood: una bomba), Beastie Boys (Licensed To Ill: serve altro?) e Run DMC, fra gli altri. Decidono di reincidere buona parte dei pezzi affidandosi ai suoi consigli, che si spingono ben oltre la stesura di una semplice pennellata di smalto e belletto sul materiale già esistente. Perché Rubin lavora, come suo solito, spolpando, riducendo all’osso, scavando fino a far emergere l’anima più schietta e diretta delle canzoni – che, riarrangiate e rese più minimal esplodono letteralmente, liberando il proprio potenziale.

Come ampiamente registrato negli annali, da questo incontro scaturisce Electric, che è un vero disco di hard rock sanguigno. Qualcuno (anzi più di qualcuno) all’uscita storce il naso accusando la band di essersi (s)venduta e piegata a sonorità alla Led Zeppelin e AC/DC che non le appartenevano; ma la realtà oggettiva è che Electric è un disco pieno di pezzi semplici ed efficaci, che trasuda uno spirito rock che nella seconda metà degli anni Ottanta era stato parzialmente dimenticato, affogato in un calderone di AOR, di pop setoso, di glam metal in salsa Sunset Strip. Alcuni brani originariamente destinati a Peace non vengono reincisi con Rubin e non entrano nella scaletta finale di Electric: Conquistador, Zap City, Love Trooper e Groove Co.. Ma nemmeno vengono cestinati… anzi, diventano le b-side di altrettanti singoli tratti dall’album. Tempo dopo, nell’EP Manor Sessions (1988), escono poi cinque pezzi nella versione pre-Rubin: Love Removal Machine, Wild Flower, Electric Ocean, Bad Fun e Outlaw; mentre solo nel 2000 Peace, finalmente, viene commercializzato nella sua forma originaria – inserito nel cofanetto Rare Cult. Ed è così che, una volta per tutte, diviene chiaro il passaggio – altrimenti brusco e inspiegabile – dalle sonorità eteree e psichedeliche di Love a quelle urticanti e taurine di Electric: in mezzo c’è un album bizzarro, poco riuscito, ma a modo suo fondamentale.

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