(Nick Cave & The Bad Seeds – From Her To Eternity, 1984 – Mute)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Letizia Bognanni

Le feste non finiscono di botto: c’è chi se ne va presto, chi quando finisce la baldoria, chi indugia sul divano fino all’alba, c’è l’irriducibile che va direttamente a fare colazione con un cicchetto. Anche il Birthday Party di Nick Cave non finisce di botto, con la musica che si spegne all’improvviso, le luci che si accendono e ognuno a casa sua, ma è un lento graduale abbandono lungo una strada lastricata di ego incontenibili, liti e mugugni, divergenze artistiche, “un vero turbine di alcol e droghe”, perfino disinteresse per la musica, se è vero quello che Cave dice nelle interviste dell’epoca, e cioè che ha intenzione di abbandonare la carriera di cantante. Ma forse è solo una provocazione, come tante delle cose fatte e dette in quegli anni selvaggi, visto che poi effettivamente non si prende nemmeno un periodo sabbatico: fra scazzi e traslochi, i Birthday Party realizzano i loro ultimi lavori, fra i quali quel The Bad Seed che presterà il nome – dopo la parentesi dell’Immaculate Consumptive Tour con Lydia Lunch e Marc Almond – alla strana e mutevole creatura nata dalle ceneri di quel dissoluto party. “Ciò che realmente mi interessa”, dice a Rolling Stone, “è diversificare il più possibile le mie attività. Realizzare progetti. Il tempo di far parte di un gruppo e lavorare perché quel gruppo abbia successo è finito”. La band/non band dei semi cattivi dunque, nelle persone di Cave, Mick Harvey, Barry Adamson, Hugo Race e Blixa Bargeld nonché la ex fidanzata Anita Lane, accreditata come coautrice di alcuni testi, si ritrovano a marzo del 1984 ai Trident Studios di Londra per registrare il lato A del primo album solista di Nick, mentre il lato B sarà registrato ai Garden Studios. Lavoro solista, la definizione è quella giusta, perché seppur arricchito dalle personalità degli altri musicisti, in particolare quella oscura e affascinante di Blixa Bargeld – che col suo aspetto misterioso e il suo approccio unico allo strumento lo aveva attratto fin dal primo incontro e spinto a cercare un sodalizio che si rivelerà insolitamente duraturo, fruttuoso e pacifico: “Nick”, racconta il fotografo Jessamy Calkin, “con Rowland (Howard, chitarrista dei Birthday Party) aveva sempre un atteggiamento molto competitivo, anche troppo, ma con Blixa no. Nick e Blixa, che a sua volta era un individuo completo in se stesso, andavano davvero molto d’accordo, perché nessuno dei due cercava di manipolare l’altro” -, From Her To Eternity è a tutti gli effetti lo sfogo delle ambizioni creative di un artista solista che intende giocare secondo le sue regole e basta, dare vita a uno stile proprio che rispecchi tutte le sue sfaccettature caratteriali e culturali in piena libertà espressiva. “Nick”, ricorda Daniel Miller della Mute, etichetta che pubblicherà il disco dopo la rottura (pacifica) con la 4AD, “era alla ricerca di uno stile più narrativo, quasi epico, e io ero affascinato dall’idea, e ansioso di vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Li ho sempre lasciati fare quel che volevano, più di ogni altra band della Mute; tutte le band della Mute hanno completa libertà da un punto di vista artistico, ma nel caso di certi dischi il mio coinvolgimento nella loro effettiva realizzazione è maggiore che in quello di altri. Nel loro caso, fu inesistente”. L’epicità viene fuori di prepotenza dal primo momento, con quelle percussioni che paiono simulare davvero una valanga, che ti sbattono dentro una cover di Avalanche di Leonard Cohen che strappa via ogni sprazzo di luce e delicatezza all’originale.

Non sono da meno le seguenti Cabin Fever, che ci fa passare dalla valanga alla tempesta in alto mare, azzardando un parallelo fra la relazione con Anita e la storia di Moby Dick, e Well of Misery, che tra colpi di frusta e call and response ci porta dritti in uno scenario che potrebbe essere un campo di cotone dell’Alabama. I tempi del punk e del post-punk sono finiti, pare voler dire, e presentare al mondo il southern-bluesman figlio di Flannery O’Connor e William Faulkner che ha preso il posto dello studentello nichilista e artistoide.
From Her To Eternity e Saint Huck continuano ad attingere all’immaginario letterario americano, la prima rubando il titolo a From Here To Eternity di James Jones, la seconda facendo ovviamente riferimento ad Huckleberry Finn di Mark Twain (ma anche all’Odissea). La title-track sarà anche unanimemente considerata uno dei capolavori di Cave, un ossessivo, tormentato, stridente urlo di seducente disperazione: “ciò che cerco di esprimere in quella canzone, e in gran parte delle mie canzoni, è il desiderio di qualcosa di estremamente piacevole, e il fatto che, quando finalmente uno raggiunge l’oggetto del proprio desiderio, questo cessa di essere desiderabile, e anche piacevole”.
E da Melville a Schopenhauer – e all’angelo umano troppo umano di Il cielo sopra Berlino di Wenders – è un attimo.

Un attimo prima di tornare al racconto gotico con i dieci mortiferi minuti di A Box For Black Paul, una “funeral song” che in realtà parla dello scioglimento dei Birthday Party: una fine di cui Cave sembra prendersi tutte le colpe, “sapete che sono stato un uomo cattivo”, confessa col suo cantato teatrale, “e il Signore sa che ho fatto qualcosa di buono ma confesso che la mia anima non troverà pace fino a quando non costruirete anche una cassa per la mia ragazza”. Metafore apocalittiche, autoanalisi spietate, blues, murder ballads, short stories e grande romanzo: il seme nero inchiostro di tutto quello che è e sarà Nick Cave è stato piantato.

Leggi le altre storie de Il Gusto della Musica