di Matteo Pasini

Improvvisazione e ore ininterrotte di jam session: questo sarebbe il modo più rapido e conciso per descrivere i Thank U For Smoking, anche se non renderebbe la giusta proporzione al lavoro e al tipo di sviluppo che danno a questi input. A tutti gli effetti, il trio sardo, nato nel 2009, parte da questa base e modella la propria musica, fatta di un mix bilanciato di melodie e parti vocali studiate per incastrarsi con esse; accostandosi quindi agli ambienti post rock. Grazie alla filosofia che i nostri applicano durante la creazione del proprio spartito, sono arrivate le attenzioni da parte di un pubblico sia italiano che internazionale. Con quasi dieci anni di carriera sulle spalle, la band ha vissuto le più disparate esperienze: dalla registrazione di album inediti come Yomi, alla collaborazione con film indipendenti, dove ne hanno curato la colonna sonora fino alla partecipazione a diversi festival europei e non solo. L’ultimo tassello, per ora, è l’inserimento della band nella collana redatta dalla Subsound Records, dove insieme al canadese Thisquietarmy, hanno dato vita ad un doppio cd frutto di uno scambio reciproco di idee e musiche. Un incontro quasi casuale, durante uno dei numerosi tour esteri della band, che ha permesso di conoscere questo chitarrista, sia da un punto di vista umano che artistico, per creare la giusta sinergia e successivamente progettare il lavoro in questione. Il doppio cd è quindi il risultato di una collaborazione che va oltre il semplice aspetto tecnico e il genere musicale, ma che mette in risalto l’amicizia e la stima nate fra le parti.
L’episodio 7 della Subsound Split Series vi vede protagonisti con due brani, All The Fucking Chemicals e Trust Me. Everything’s Gonna Be Fine con il chitarrista Thisquietarmy.

Che sensazione si ha nel ritrovarsi in un progetto di questo tipo?

“Abbiamo seguito fin dall’inizio l’evolversi della collana Subsound che ha visto avvicendarsi una tanti progetti musicalmente notevoli, e in questo senso parteciparvi ha rappresentato davvero una bandierina sul nostro percorso. Questo capitolo, per noi, ha chiuso una sorta di cerchio aperto nel 2016 quando per la prima volta abbiamo condiviso un tour con una persona “esterna” alla band, in questo caso Eric Quach, giramondo canadese e ormai un buon amico”.

Il vostro sound è caratterizzato da emotività fatta da jam sessions, dalle quali tirate fuori i vostri lavori. Credete di essere riusciti a far risaltare questa peculiarità anche qui?

“È innegabile che si tratti di un metodo che ci appartiene ed in cui, in qualche modo dopo anni, ci ritroviamo ancora. In questo caso però è abbastanza particolare il fatto che l’amalgama sonoro racchiuda pienamente, nella sua totalità, i suoni dei due progetti coinvolti e che il tutto sia stato mescolato come se avessimo suonato tutti e quattro insieme per anni. Le jam, gli scambi di file audio a distanza (Sardegna-Montreal), le rispettive visioni di come avrebbe dovuto suonare il tutto sono durate mesi; tutti e quattro ci siamo messi in discussione e siamo usciti dalla nostra “comfort zone” e, di fatto, quello che si può ascoltare sono 40 minuti di estrema condivisione. Forse chiamarlo “split” è errato, collaborazione è il termine in questo caso più adatto. Ammettiamo che sarebbe stato un pochetto diverso e forse più complesso da realizzare se non ne avessimo passate davvero tante insieme “on the road”.

Quanto sono state determinanti le influenze e gli stili reciproci per la loro creazione?

“Ciò che abbiamo imparato vicendevolmente è che nessuno di noi, nella propria “storia di band”, è mai sceso a compromessi per cui nessuno di noi avrebbe mai cambiato nulla a livello sonoro per compiacere l’altro, ci siamo semplicemente adattati al rispettivo suono, capendoci musicalmente a vicenda. All The Fucking Chemicals è orientato nella direzione Thisquietarmy, dove per noi è stato divertente suonarci; lo stesso discorso vale per Trust Me. Everything’s Gonna Be Fine, ma a parti invertite. Qualcuno ascoltando la collaborazione ha parlato di “nuova entità sonora” e questo ci ha davvero fatto piacere, soprattutto in tempi come questi, dove spesso i dischi appaiono uguali fra loro”.

Con l’artista canadese avete condiviso diversi palchi durante il tour europeo. È nata durante questo periodo l’idea di un progetto simile? Che tipo di rapporto si è creato fra di voi?

“Di questa collaborazione il merito va dato a Davide di Subsound Records. Conosce i TUFS da molto tempo e da quando è uscito Yomi, nel 2014, è sempre stato abbastanza presente. Quando ha visto il tour primaverile del 2016 in cui la prima settimana avremmo suonato al Dunk! Festival, al We Are A Young Team Fest e la seconda avremmo condiviso il tour con Eric, parlammo della possibilità di fare questa cosa e di farla uscire nel nuovo anno (2017). L’intenzione di collaborare con Eric aleggiava nell’aria ma concretizzare questo tipo di progetti spesso va al di là delle band stesse. Pensa che mentre ci scambiavamo i file audio lavoravamo parallelamente ai tour di presentazione. Per certi versi l’abbiamo vista anche come una bella scusa per rivederci quindi la risposta alla tua domanda è immediata: siamo parte delle nostre rispettive storie, siamo amici e sicuramente sarebbe bello potersi vedere di più, al di là dei concerti ovviamente”.

Dopo il tour e l’incisione dei brani, avete nuovamente suonato assieme dal vivo?

“Sì, con l’uscita del vinile questa collaborazione è stata portata in Belgio, Olanda, Germania, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia e Italia. Ogni sera siamo saliti sullo stesso palco ed abbiamo suonato due set singoli ed uno collaborativo, per un totale di quasi un’ora e mezza di show. Per certi versi è stata una bella sfida in quanto il passaggio da un set all’altro arrivava senza pause e, visti i differenti stili, questo sarebbe potuto essere davvero strano per l’ascoltatore. In realtà è sempre stato un passaggio abbastanza naturale, tutto si è sempre amalgamato in maniera decisa”.

L’artwork ritrae due personaggi cult della cinematografia moderna come Tyler Durden di Fight Club e Francis Begbie di Trainspotting. Come mai proprio loro?

“Per certi versi “Tyler e Begbie nell’immaginario paura e delirio a Las Vegas” rappresentano pienamente le nostre vicende on the road: persone diverse tra loro e con i loro vizi che viaggiano sulla stessa auto verso un ipotetico “nowhere”. Scherzi a parte, chiacchierando, ci siamo resi conto che gli anni ’90 sono stati abbastanza presenti nelle nostre rispettive formazioni quindi è stato immediato scegliere due film cult di quel periodo. Tutta la grafica della collana Subsound è curata Tonino “Stonino” Bosco e vedendo i lavori per i precedenti volumi abbiamo capito che sarebbero stati personaggi adatti alla sua visione”.

In passato avete creato la colonna sonora di diversi film indipendenti. È un’esperienza che vorreste ripetere?

“Sì certo, si tratta sempre di esperienze abbastanza interessanti da fare e siamo sempre aperti alle collaborazioni di questo tipo. La nostra ricerca nell’unione suono/immagine attualmente è concentrata nel live vero e proprio. Da qualche anno Claudio Spanu di Nubifilm ci segue nei concerti sottolineando le nostre note con le sue performance di videomapping. Non si tratta assolutamente di suonare sopra una serie di immagini giusto per aver qualcosa che fa da sfondo ma si tratta di un “live nel live”, si tratta di garantire uno show completo a chi ascolta. Questa è una cosa a cui abbiamo sempre tenuto molto e che, finché potremo, porteremo avanti nella maggior parte delle nostre esibizioni”.

Avete in mente altri progetti per il futuro?

“In questo periodo stiamo riflettendo riguardo il nuovo disco, speriamo di farlo uscire entro l’anno prossimo che sarà il decennale della nostra esistenza. Non ci mettiamo mai delle deadline, però questa proveremo decisamente a rispettarla”.