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(Credits: Francesco Pradoni)

di Davide ‘Deiv’ Agazzi

Paranoid, il celebre capolavoro dei Black Sabbath, è il brano che manda a casa tutti e segna la fine di questa seconda edizione del Firenze Rocks, kermesse retro-metal nata lo scorso anno che, in soli dodici mesi, ha saputo imporsi come “IL” festival estivo in Italia, per numeri e qualità. Non esattamente un risultato banale: dopo i primi discussi tre giorni della prima edizione, in molti erano pronti a decretarne il fallimento. Duecentomila presenze per quattro giorni di musica: tantissime le lamentele su una scaletta che – va detto – Foo Fighters a parte, poteva essere quella del Monsters of Rock (o Gods of Metal, se preferite) del 1992, almeno per quanto concerne gli headliner. Headliner che, chi più chi meno, si presentano sul palco della Visarno Arena in condizioni discrete. Sono i Foo Fighters a rompere il ghiaccio: il loro sarà il concerto migliore del lotto, due ore e mezzo di musica che si candidano, già da oggi, come miglior performance dell’estate rock italiana. Gli avversari sono avvisati: sarà difficile fare meglio di così. L’apertura con Run/All My life/Learn To Fly/The Pretender è da panico, ma il finale con This Is A Call/Everlong non è da meno. Ma il momento che consegna questo live alla storia è inevitabilmente quello che vede i Guns N’ Roses, o quel che ne rimane (Axl, Duff e Slash, per capirsi) salire sul palco assieme alla band di Grohl per lanciarsi in una gustosissima It’s So Easy che manda il pubblico in delirio. Letteralmente.

Il giorno dopo si riparte da dove ci siamo lasciati: sul palco ci sono i Guns che attaccano proprio con It’s So Easy. La band di Axl, che non ha perso la brutta abitudine di salire sul palco in ritardo (ma parliamo di 15 minuti accademici, non le ore in grado di generare storici riot) si presenta con Duff, Slash e Dizzy Reed alle tastiere: questi i sopravvissuti alla formazione “classica” del gruppo losangelino, diciamo quella del tour di Use your Illusion. Il concerto dura tre ore e un quarto: troppo, davvero troppo, per un gruppo a cui certo non mancano i pezzi, ma che non riesce più a garantire la giusta tensione per tutti i 180 e passa minuti. Sono proprio i pezzi a salvare il gruppo di Los Angeles: la band è in forma, ma Axl ha dei continui cali di voce che lo portano ad assentarsi dal palco in più occasioni; quando poi, però, il riccioluto chitarrista dal tocco blues prende in mano la Les Paul per lanciare nel cielo di Firenze i riff di Sweet Child O’ Mine o della conclusiva Paradise City, beh, c’è poco da discutere e solo da godere. Un concerto più tirato, diciamo lungo la metà, sarebbe stato l’ideale. Nel computo della serata trovano spazio anche due cover per ricordare gli amici che non ci sono più: sono Slither dei Velvet Revolver e Black Hole Sun dei Soundgarden. Bello il gesto, sulla carta, ma Weiland e Cornell navigavano in atmosfere musicali semplicemente irraggiungibili per il povero Axl.

E poi ci sono i Maiden. Che fanno storia a parte, ormai protagonisti di un proprio percorso assolutamente isolato dalle mode e dagli stili. Se avete visto un concerto della band inglese sapete esattamente cosa aspettarvi: le uniche differenze staranno nella gestione della scaletta, ovvero dell’ordine in cui il gruppo di Dickinson sciorinerà i proprio innuemerevoli classici, e dei trucchi scenici, vedi le varie comparsate dell’immancabile zombone Eddie. Ma il loro pubblico vuole esattamente quello, solo e sempre quello e – anche stasera – è proprio quello che avrà. Raramente ho visto in vita mia un rapporto simbiotico come quello dei Maiden col proprio pubblico. Gli uni non potrebbero esistere senza gli altri. “È la tredicesima volta che li vedo – mi confessa orgoglioso un ragazzo arrivato da Grosseto – e conta che non li vedevo da dieci anni.” Sul palco c’è il solito teatrino ultra-kitsch, ma la band suona – su questo poco da dire – e Dickinson è in forma. Il pubblico apprezza. Veri e propri tripudi si registrano su Fear Of The Dark, Run To The Hills e sulla classicissima The Trooper, con tanto di Eddie che inscena un duello all’arma bianca con Dickinson avvolto in una bandiera italiana. Il tutto coreografato, con finte, mosse e contromosse. Giuro.

Si chiude con Ozzy che, forse meglio consigliato o semplicemente più cosciente dei propri limiti, taglia la scaletta sui 90 minuti: scelta azzeccatissima, il suo sarà uno dei concerti migliori. Il nostro, dopo la separazione dalla moglie Sharon, ha ritrovato la voce, si presenta in gran forma e, soprattutto, accompagnato da una band devastante con uno Zakk Wylde in stato di grazia. No More Tears, Mama I’m Coming Home, la già citata Paranoid: ci sono tutti i classici del repertorio, ma è War Pigs, coverizzatissimo pezzo dei Sabbath, a scatenare un botta e risposta vocale col pubblico che fa impazzire la Visarno Arena. La qualità, dunque, c’è stata. Dicevamo prima della scaletta e del mare di pernacchie con le quali era stata salutata da molti commentatori. Sarebbe miope limitarsi ad accusare gli organizzatori di scarso coraggio: forse sarebbe più utile domandarsi perché ben 200mila persone abbiano scelto di comprare il biglietto per band che non hanno un disco “importante”, o “relevant” come dicono gli americani, da qualcosa come 25 anni. Esclusi i Foo Fighters, gli unici ancora sulla cresta dell’onda, tutti gli altri hanno già sparato le loro cartucce migliori oltre due decenni prima. E quindi? Cosa è successo? Non si esce vivi dagli anni ’90? Non sono mai realmente terminati, quest’ultimi? Ma soprattutto, cosa è successo dopo? Chi sono i nuovi Guns? Qual è il nuovo Ozzy? Quali sarebbero questi odierni gruppi in grado di far staccare 50mila biglietti al giorno? Perché all’orizzonte non si vede niente di tutto ciò, e forse anche su questo ci sarebbe da interrogarsi. Così come ci sarebbe da capire quale siano stati gli effetti sul lungo periodo del cambio di modalità di fruizione musicale, non più la ricerca del disco nel negozio specializzato, ma la pressione del tasto play di fronte al’homepage di Youtube.


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