(Einstürzende Neubauten – Halber Mensch, 1985 – Some Bizzare Records)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Letizia Bognanni

Il 3 gennaio 1984, gli Einstürzende Neubauten, Genesis P Orridge e Fad Gadget salgono sul palco dell’ICA (Institute of Contemporary Art) di Londra per il Concerto for Machinery & Voice. Quelli degli Einstürzende, dei Throbbing Gristle, di Fad Gadget, di certo non sono mai stati concerti dove si canta e si balla, ma questa sera l’intento è di andare ancora oltre la “solita” performance teatrale e distruttiva: i loro strumenti – trapani, martelli e “c’era anche un piano, ma per essere fatto a pezzi”, dovranno servire per scavare un tunnel che dal palco li porterà a Buckingham Palace. Il progetto, naturalmente, non va a buon fine, ma forse non era irrompere nella residenza reale il vero scopo, quanto portare all’estremo il senso di una musica/non musica che fa della distruzione la propria cifra distintiva. Distruzione creativa, apparente ossimoro, ma spesso per costruire bisogna prima demolire, e in certi casi la demolizione stessa, un “edificio che crolla” può diventare arte.
Tanto più se quello che vedi dalla finestra del posto in cui lavori è un muro invalicabile, fatto di mattoni, check-point e storie di persone che i tunnel provano a scavarli per davvero, per scappare, non per fare una performance. Gli Hansa Studios di Berlino si trovano proprio a due passi da quel muro che incombeva, e incombe anche oggi che è crollato, con la sua aura cupa e opprimente: non sarà un caso se è qui alla sua ombra che David Bowie cantava una storia di amore ed eroismo “by the wall” e sotto il sibilo delle pallottole, è qui che i Depeche Mode prendevano automobili a martellate vagheggiando fughe dal cemento e dalla massmedializzazione, è qui che gli U2 si erano rifugiati, un attimo prima che il muro venisse giù e seppellisse fra i calcinacci il mondo come lo conoscevamo, per decostruire un’immagine troppo messianica ed erigere quella cattedrale iconoclasta e postmoderna che era lo Zoo-TV. Non sarà un caso se è qui che nascono le distruzioni sonore degli Einstürzende Neubauten, se è qui che nasce Halber Mensch.
I cinque si rimettono a trapanare a Berlino, ma non lo fanno per riemergere in qualche palazzo reale, vero o immaginario che sia: scavano per andare sempre più giù, per inabissarsi nei meandri dell’anima dell’uomo e del mondo. Guidato dalla voce catacombale di Blixa Bargeld e dai tempi marziali e funerei dettati dagli attrezzi maneggiati da Mark Chung, Alexander Hacke, N.U. Unruh, F.M. Einheit, il viaggio del “mezzo uomo” comincia dentro un coro di voci sovrapposte, frammentate, un canto polifonico che accoglie l’ascoltatore in una chiesa sconsacrata da horror, con l’invito declamato come una macabra filastrocca ad andare avanti “in ogni direzione… ci prendiamo cura di te… percepiamo per te”.

Sembra che il progresso abbia ammazzato l’Übermensch prima che potesse evolversi e liberarsi, dimezzandolo in questa creatura che procede inesorabile verso l’abisso, “ecco la Mietitrice, va’ avanti”, va avanti nella percussiva, percuotente Yü-Gung, a caccia di un effimero nutrimento per l’ego che non fa che sprofondarlo, con la rapidità della breve e militaresca Trinklied, nella follia di Z.N.S., al contrario lunga e ossessionante come un attacco di panico che sembra non voler passare mai, come il vuoto della mente, come una “sensazione di svenimento, le dita gelide, non ricordo nulla, danza la fine delle trasmissioni, danza il rumore bianco, dì addio al sistema nervoso”. Ma Halber Mensch è anche il tentativo, dopo due lavori ancora più estremi (complice forse anche l’inizio del sodalizio con Nick Cave) di avvicinarsi a qualcosa che somigli di più alla “musica”: avanguardista, dissonante, disturbante, ma musica. E allora arriva il momento delle “canzoni d’amore” – aggiungere molte virgolette: l’anima del mezzo uomo brucia di una passione malata, sanguinante, scorticata, “l’amore è una pira funebre sulla quale lentamente ma inesorabilmente brucio dall’interno”, declama il vocalist in Seele Brennt, prima di abbandonarsi alla Sehnsucht, fra sussurri e grida, stridori, clangori e sprazzi di melodia, luce e caos – liberare la stella danzante di Nietzsche dal bacio perugina e restituirla a Questo Caos. Prego, Friedrich. E alla fine arriva anche lei, la Morte, la morte che è un dandy, Der Tod Ist Ein Dandy che arriva a cavallo, brandendo strumenti di demolizione con tanta furia che la seguente, conclusiva, Letztes Biest (Am Himmel) suona come un momento di pace, un uscire a riveder le stelle “ai primi chiarori dell’alba”. Gli Einstürzende chiudono guardando in alto, “io sono l’ultimo meraviglioso animale stellare, io sono l’ultima stella di fuoco”, ma se abbassiamo lo sguardo ritroveremo le macerie, tutte le macerie disseminate dall’uomo, le macerie che si potevano vedere dalla finestra di quello studio anche nel 1985, quando il muro era ancora lì a celare troppe stelle, eretto come la perfetta antitesi di un atto di distruzione creativa.

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