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(Credit: Mauro Fenoglio)

di Mauro Fenoglio

Il 20 gennaio gli Stati Uniti hanno celebrato (?) l’anniversario della cerimonia d’inaugurazione del primo mandato di Donald Trump come presidente del paese. “Celebrazione” è in questo caso, un concetto abbastanza ampio, visto come grandi parti della popolazione continuino a vedere nell’avvento dell’imprenditore come comandante in capo, la fine definitiva di una certa idea di America. Depositaria di valori non negoziabili, quali l’uguaglianza di tutti gli individui, l’accoglienza delle diverse culture o i principi fondanti di ogni democrazia moderna. Tutti messi fortemente a rischio, dal populismo ultra conservatore e post politico del miliardario. La nazione si prepara all’evento, attraversata da ansie e pulsioni contraddittorie. Gli scheletri nell’armadio del presidente, almeno quelli relativi al rispetto per l’universo femminile, non sono mai stati completamente esposti. Persino l’onda lunga dello scandalo Weinstein e del movimento MeToo, con tutta la teoria di ricalcoli sulle coordinate dell’appropriazione culturale e del territorio del lecito, che hanno di certo investito (e molto) il mondo dell’arte, non sembrano aver scalfito per nulla la routine di cinguettii di POTUS. Anche le intenzioni di protesta dei giocatori della NFL, in ginocchio ad ascoltare l’inno, negli stadi del Football americano, sono state rimandate al mittente da parte dell’inquilino della Casa Bianca, a colpi di uscite shock, sui network sociali. Dal suo studio ovale, occupato per molti abusivamente, sembra capirne più lui di altri, dell’anima nera e inconfessabile del paese nascosto. Si fa carico dei suoi vizi, in barba all’indice puntato delle comunità morali, che non riescono mai a metterlo all’angolo. E la musica americana che fa? In un universo polverizzato d’individualità isolate, non riesce ad organizzare una risposta artistica adeguata. Opere di riflessione post Trump ne sono uscite nell’ultimo anno, ma si tratta per lo più di manifestazioni di disagio, cronache di una mal di vivere privato, che cerca conferme negli sviluppi politici generali, senza mai trovare ragioni per una reazione.

A differenza di molti loro colleghi, i National sono sempre stati molto coerenti e chiari nell’indirizzare il loro supporto. La loro canzone Fake Empire venne scelta per il video della prima campagna presidenziale di Obama, nel 2008. La band suonò prima del suo discorso di accettazione. Nel 2012 parteciparono attivamente nel promozione del voto democratico nel loro stato d’origine, il sempre fondamentale Ohio, ago della bilancia di molte elezioni presidenziali. Nel 2005, hanno scritto una canzone, Mr. November, per John Kerry, candidato democratico perdente, nella corsa per la Casa Bianca l’anno prima. Parla dello stress derivante dal rivestire un ruolo di responsabilità; della difficoltà del singolo nel rappresentare le speranze di tanti. Forse dice molto dell’approccio politico del gruppo di Cincinnati e di molta gioventù americana. Rivolti più a leggere il significato della propria inconcludenza nel giro sbagliato della società, piuttosto che armarsi per una vera reazione alle cose che non vanno. Matt Berninger e soci iniziano le celebrazioni per l’anniversario di Trump, con un video speciale della loro canzone Walk It Back (dall’ultimo album del 2017, Sleep Well Beast) pubblicato proprio il 20 gennaio. “La pomposità dei rituali del governo, in tutta la sua vanità televisiva”, raccontata con immagini di discorsi pubblici di Reagan, Clinton e la citazione di Karl Rowe (collaboratore di George W. Bush), sul fatto che il governo americano crei la propria realtà a suo uso e consumo. Quasi una vista distopica alla Philip Dick, poco prima di salire sul palco di The Joint, il teatro in legno ricavato all’interno del Hard Rock Café di Las Vegas.

(Credit: Mauro Fenoglio)

L’Hotel casino non è inserito nell’iconica Strip (via centrale della città del peccato, che ospita le location più rinomate), ma ne incarna lo spirito più indomitamente lascivo. Lo stesso giorno del concerto, le mura dell’albergo ospitano una conferenza di una società produttrice d’oggettistica erotica, con tanto di hostess che non lesinano nel sottolineare l’offerta, con dress code appropriato. Nelle sale da gioco, stormi di americani d’età varia, si giocano carte e destino al tavolo del Black Jack, o ne regalano le velleità all’ennesimo cocktail al bar, con gli occhi stropicciati da troppe notti insonni e ingenti somme perse. Quanto sono lontane le sacrosante istanze del MeToo, fra i drappi viola e le lap dancer che offrono spettacolo, al cospetto di roulette e slot machine. L’America, ancora una volta, con le ipocrisie delle sue contraddizioni, orribilmente svelate dall’arroganza di un populista inserito nella stanza dei bottoni, che ne guarda i bassi istinti dal buco della serratura, senza provare vergogna. Incurante dell’inadeguatezza della scena, sul palco che attende il gruppo, parte leggiadra Women Of The World di Jim O’Rourke (da Eureka, capolavoro del 1999). Chiaro omaggio alla Marcia delle Donne, evento di protesta anti Trump che si svolge lo stesso weekend in diverse città d’America. Il crooning baritonale di Matt Berninger accarezza le note di Nobody Else Will Be There (sempre dal nuovo album). Le due coppie di fratelli lo accompagnano in nero, con la consueta perizia d’esecuzione. Fra ricami memori del post rock degli esordi, attraverso le certezze pop degli ultimi lavori.

Il cantante, aggrappato al bicchiere di gin tonic, che è la sua vera coperta di Linus, ricorda la sua prima gita nella città del peccato. Al Circus Circus, uno degli hotel più vecchi e sbiaditi, perse un orsacchiotto che non è mai più riuscito a ritrovare. E come spunto, dedica una sentita I Should Live In Salt al turbolento fratello Tom. E si capisce subito, che l’oscuro e passionale set sarà l’ennesima mostra d’insicurezze private, dolori intimi e disgusto bohemienne, per una realtà che non consola. A impreziosire la ricchezza d’arrangiamenti dei fratelli Dessner, ci sono i fidati Ben Lanz e Kyle Resnick ai fiati. Per una rappresentazione di due ore, che è troppo elegante e ricercata, per regalarsi alla virulenza della protesta. Eppure Berninger non ci va leggero. Un’incalzante Bloodbuzz Ohio è dedicata ad uno dei suoi bersagli preferiti: il senatore repubblicano dell’Ohio, Rob Portman. Qui gentilmente apostrofato, “pezzo di merda”, in una mai finita polemica sulle politiche portate avanti dal rappresentante statale.

(Credit: Mauro Fenoglio)

Aria di casa e ricordi sparsi. Come prima di Green Gloves, dove la memoria del frontman va ai suoi tempi come grafico. Una convention a Las Vegas, ad ascoltare per ore David Byrne parlare del design della sua nuova casa, e giocarsi il bonus trasferta al casinò. Storie d’ordinaria evasione americana, rilanciate quasi fosse l’album di fotografie da sfogliare con gli amici. Ma il set non deraglia mai, e i suoni rimangono sempre brillantemente sorvegliati, rischiando anche nella complessità dei ritmi dispari, che i National continuano ad esplorare con costanza. Il cubismo di I’ll Still Destroy You è troppo anche per Berninger, che chiede di ricominciarla, avendone perso il filo dopo qualche battuta. Si apre una discussione sul palco, e non è mai completamente chiaro quanto il contenuto sia effettivamente divertito. Ma è tempo d’introdurre l’inno involontario Fake Empire. “Ci siamo dentro fino al collo”, dice Berninger prima che partano i primi accordi di piano. Unica possibile colonna sonora per tempi bui. Che è lo stesso cantante a chiosare, quasi come fosse una puntualizzazione necessaria, che forse vale mille forme di protesta. “Ci andrebbe veramente un piccolo sforzo, per essere perlomeno metà decente, rispetto a quello che sei”. Nessuna rivendicazione politica, a vessilli alzati. Solo una richiesta d’umana comprensione, da parte di uno che le sue insicurezze se le carica sulle spalle da anni, appoggiato alla linea dei testi delle canzoni. Suona quasi come una resa finale all’inevitabile, ma anche come l’ultimo possibile richiamo a uno che sull’indecenza, ha costruito il suo messaggio politico definitivo. E a quel punto, fumi dell’alcol e sudore tenuti a bada, è tutta discesa attraverso i bis dell’immancabile Mr. November, una versione tutta spigoli di Terrible Love e l’intimità preziosa di About Today. Il gioiello dell’EP Cherry Tree del 2004 chiude il sipario su un gruppo che continua a guardare la realtà più grande con sdegno e coscienza, senza avere completamente risolto i propri problemi privati. Il futuro del rock americano continua, inevitabilmente, a passare da loro. Come confermato dal Grammy, come miglior band alternativa, che riceveranno una settimana dopo la data di Las Vegas.

Cambio di scena. Altro pilastro della nuova musica americana. Justin Vernon, in arte Bon Iver, è ospite del Moody Theatre di Austin per tre serate consecutive. L’anfiteatro di Austin è la sede delle riprese dello show Austin City Limits. Uno spazio disegnato apposta per i concerti. È l’ultima serata di Vernon in città. Dopo la Marcia delle Donne nel weekend. La citerà brevemente verso al fine del set, augurandosi che molti vi abbiano preso parte. Sarà l’unico accenno alla realtà circostante. Perché Bon Iver è il rovescio della medaglia di Berninger e soci. Laddove l’armadio rimane zeppo di dubbi e insicurezze, non c’è mai spazio per fare entrare la realtà circostante. Gli unici impulsi sono quelli musicali, come ben documentato dal recente 22 A Million, crocevia di autotune sintetico e legnosità folk. Perfetta rappresentazione della dualità della gioventù americana, fra pulsioni di modernità e piedi immersi nelle radici, comunque ineludibili. Con il cuore che batte dalla voglia di cambiare il mondo, e i muscoli impegnati a correre lungo la linea retta che porta dalla scuola superiore, attraverso il college, alla famiglia e al lavoro assicurato. Una dicotomia che rimane comunque irrisolta, figlia di una società che alimenta la coscienza di se e l’isolamento dagli altri, piuttosto che la partecipazione.

(Credit: Mauro Fenoglio)

La musica di Bon Iver è sempre stata un maglione caldo da mettersi nelle giornate d’inverno sentimentale. Le sue sono parole che confortano lenendo, ma non danno mai soluzione. Dolori privati, da vivere in solitaria, in una casetta sperduta del nulla del Wisconsin davanti al camino, o mascherare con l’aiuto dei pro tools. Vernon offre ancora una volta la propria intimità, protetto da audio cuffie, che vorrebbero isolarlo dal pubblico davanti. Ad aiutarlo, un esercito di musicisti, ben dieci, con sezione fiati e tromboni, due batteristi e due multistrumentisti ai lati. Il palco è ricamato di file di candele elettriche, che aggiornano il colore della luce all’umore dei pezzi. È una faccenda puramente musicale, in cui il trasporto emozionale è quasi una catarsi fisica, fatta di suggestioni, in assenza di una vera comunicazione con il palco.

L’intensità della chitarra di Perth è il preludio ad una maratona di ricchezze strumentali, che imprigionano lo spettatore fra sapori d’americana tradizionale e tensioni moderniste. Tecnicamente perfetta, molto progressiva e più fedele alle orme perfezioniste di Peter Gabriel o Steely Dan, piuttosto che a contemporanee e precarie astrazioni weird folk. Vernon dialoga realmente solo con se stesso, e le sue ambizioni musicali. Persino evitando di guardare il pubblico, quando s’appoggia al pianoforte vintage, per un’affascinante Wash o il suo contraltare effettato e cosmico, 00000 Million. È il suono enigmatico e indeciso sulla direzione da prendere, della nuova America, di cui Vernon e Sufjan Stevens sono (e rimangono per un futuro prossimo) gli unici possibili cantori. Ma di cui non saranno mai i portavoce d’istanze non corrisposte, persi in un’iconografia che, comunque, si nutre dei simboli radicati della cultura americana, senza ambire a stravolgerla. La cover di A Song For You di Leon Russell è l’omaggio alla tradizione per la serata, e forse un piccolo indizio per possibili evoluzioni dell’ansia di totalità di Bon Iver. La coralità disperata di un’intensissima The Wolves (Act I and II) (cantata finalmente con il pubblico) accompagna tutti fuori, fra le strade poco illuminate di Austin, all’alba del secondo anno della presidenza Trump. L’abbraccio di un’America, incerta su cosa nasconda il suo futuro, è li ad attenderli.

 


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