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di Nicholas David Altea / foto di Starfooker

Adam Granduciel non sapeva che sarebbe diventato un musicista a tempo pieno, o perlomeno, lo sperava ma non pensava lontanamente di poter arrivare a questo livello. Prima di tutto ciò c’era solo il lavoro di carpentiere, interrotto dal trasferimento a Philadelphian nel 2003, dove incontra un altro come lui, ossessionato da Bob Dylan. L’altro, per intenderci, è Kurt Vile,  con cui fonda i War On Drugs. Ad Adam Granofsky – questo il suo vero cognome che con un gioco di parole ha francesizzato in Granduciel – è capitato tutto con estrema calma, quella di chi sa aspettare malgrado l’età non sia quella di un giovincello imberbe.

Poco importa, le soddisfazioni arrivano crescenti dopo che il primo album e qualche manciata di EP iniziano a girare come devono, ma è con Slave Ambient (2011) – l’ultimo con alla chitarra solo per qualche brano Kurt Vile, che sceglierà di seguire la strada solista – che si percepisce un cambio. Sta arrivando alle orecchie di tanti. Un disco fluido con dentro il trad-rock annegato nei riverberi space rock e shoegaze. Un Bob Dylan mellifluo e sognante in Baby Missiles che nel mezzo riprende i rudimenti springstiniani con tanto di armonica. Le chitarre disegnano una trama ambientale leggera con una batteria motorik e la sua voce davanti a tutto.

Dopo il ritorno dal tour, Philadelphia non sembrava più la stessa, si sente estraneo nella sua città; questo amplifica paure, ansie e quella sensazione di perdizione oltre alla rottura con la compagna. Da lì nasce Lost In The Dream disco di un 34enne in crisi che trova rifugio ore e ore nello studio di registrazione.

«Mi sono trovato totalmente isolato, emozionalmente e fisicamente, sia da me stesso che dalla comunità»

Affermava al Guardian in un’intervista del 2014 raccontando Lost In The Dream.

Un disco osannato che è un compendio di guitar rock spaziale e tradizionale allo stesso tempo. Lunghe aperture strumentali, minutaggi quasi infiniti per gli standard odierni, ma vigorosamente costanti, imperterriti, senza mai cedere al gusto dell’accelerazione – salvo in qualche raro caso. Raro caso che ne segna apici e spunti di piacere impensati prima d’ora dallo stesso Adam, come Red Eyes. E dal vivo Adam e la banda sono così anche a Milano, in un Fabrique molto affollato. Le scelte della scaletta sono tutt’altro che ruffiane, partendo con i sette minuti di In Chains dall’ultimo buon album A Deeper Understanding, che ha visto il passaggio ad una major come la Atlantic – lavoro nato soprattuto al piano, a differenza dei precedenti.


«Ho passato un anno intero chiuso in quella stanza, di fronte a quel piccolo pianoforte da 66 tasti anziché 88. Non mi son mai mosso da quella postazione. Tutti i brani sono stati scritti così, quasi alla maniera di Peter Gabriel»

Racconta nel numero 308 di settembre di Rumore, nell’intervista di Luca Minutolo.

Baby Missiles suona esattamente come un dream pop mescolato al country dylaniano e Pain conferma una crescita in fase di scrittura e di arrangiamenti che tocca punte sublimi. Con Under Pressure, prima di un lunghissimo e reiterato crescendo che sembra non voglia mai partire, esplode ed esce ancora di più il guitar-hero insito in Granduciel: un po’ di assoli e un po’ di masturbazione sonora, ma al contempo piacevole e goduriosa. Ed è in quei frangenti che lo si vede veramente senza freni e senza remore, a spasso chissà dove. Red Eyes è in aumento costante ma millimetrico con lampi di rullate alla batteria – cosa rara in casa War On Drugs – per uno dei singoli migliori che gli americani abbiano mai scritto.

Due ore di live abbondanti: non proprio il classico concerto da un’ora, dieci minuti e troppe parole inutili. Minimo sindacale per un fan di Bruce Springsteen abituato alle quattro ore canoniche, che si sarebbe potuto lamentare per quello che è stato un piccolo antipasto, pieno e intenso. Togliendo qualche brano e un encore nemmeno così trascendentale, l’ora e quaranta sarebbe comunque risultata onesta e compressa adeguatamente, ma Granduciel non è il tipo di artista che cerca l’accondiscendenza a tutti i costi, viaggia ai suoi standard con la tranquillità di chi ha trova il punto di equilibrio alla soglia dei quarant’anni. La differenza con il live al Primavera Sound è, se non abissale, evidente in termini di presenza e consapevolezza.

La cosa che più sconvolge al concerto – per così dire – è il numero di magliette di Bruce Springsteen che escono dalle camice di jeans. Perché oltre ad una buona parte di ascoltatori medi di musica alternativa varia ed eventuale, lui è riuscito a smuovere dal torpore una fascia di pubblico che come principali pensieri musicali hanno fissato ben in mente il tour di Bob Dylan e del Boss. E probabilmente poco altro, forse Knopfler e altri mostri chitarristici ormai d’epoca. C’è vita oltre i soliti nomi, e qualcuno se ne è accorto.

The War On Drugs al Fabrique di #Milano #thewarondrugs #twod #warondrugs #milan #live #music #livemusic

Un post condiviso da Rumore (@rumoremag) in data:


Parliamoci chiaro però, Adam Granduciel non ha stravolto e non ha cambiato il mondo della musica di quel rock lì, però è stato abile, partendo da qualcosa di ormai vetusto e datato per ridargli un vigore insperato. E anche se ogni tanto Tom Petty, Dylan, Young, Springsteen appaiono più come pesi sulla sua chitarra e soprattutto sulla voce. Il saperli dosare e reinterpretare con una diversa intuizione, lo avvicina sempre più ad una sua identità, derivativa ma caratterizzata, in un processo evolutivo sempre più equilibrato. Se la musica dei War On Drugs è quella tipica colonna sonora che si ascolterebbe in auto durante un lungo viaggio, la marcia in questo caso sarebbe sempre una quarta, da riposo, al di sotto dei tremila giri. Velocità costante, senza accelerare, perché il gusto è anche questo: sopravvivere all’accelerazione.

Guarda le foto del concerto dei War On Drugs al Fabrique


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