di Luca Minutolo

Il percorso di Obaro Ejimiwe ha seguito nel giro di soli sei anni una naturale evoluzione. Non c’è nulla di forzato nella formula ai limiti del trip hop che fuoriesce tra le pieghe oscure del suo quarto disco Dark Days+Canapés. Lontano dalle limacciose trame elettroniche del suo esordio Peanut Butter Blues & Melancholy Jam, ma non per questo così distanti da una caratteristica che rende subito riconoscibile la sua impronta. Negli anni, infatti, Ghostpoet non ha mai perso la centralità della parola. Che sia legata al flow sinuoso e a volte incisivo degli esordi, traghettando pian piano verso lo spoken word e il classico cantato disco dopo disco. La forza comunicativa come snodo centrale di un artista che non ama essere ingabbiato negli steccati di genere. Che si tratti di trip hop, rock o qualsivoglia classificazione, Obaro la rifiuta categoricamente. Guai poi a nominare hip hop e affini. Il suo, infatti, è crossover dei più spontanei in circolazione che cammina in equilibrio elegante sulla sua linea di confine, ammesso che esista questo confine mentale. I successivi Some Say I So I Say Light e Shedding Skin sono imperniati della stessa verbosità di sempre, ma si evolvono brano dopo brano verso una forma canzone più concreta. Con una band in carne ed ossa ad accompagnare i suoi lunghi flussi di coscienza, Obaro raggiunge una forma più classica, ma non per questo meno coraggiosa nel riportare fedelmente il suo punto di vista sul folle mondo in cui viviamo. Della stessa sostanza è quindi questo quarto disco, Dark Days+Canapés. Ispirato dalla vita quotidiana, dalle sue piccole felicità e grandi incertezze. Sempre oscura e, a tratti, apocalittica, ma poggiata sulle basi solide di una tranquillità interiore che Ghostpoet raggiunge fuggendo dalla caotica vita londinese verso la più umana, ma non per questo meno problematica, dimensione provinciale. Abbiamo incontrato Obaro di persona, poco prima della sua esibizione al Siren Festival di Vasto, per farci raccontare la gestazione di questo suo nuovo capitolo. A discapito delle apparenze, di fronte ci siamo trovati un uomo sereno e disponibile. Ma non tirate in ballo l’hip hop, altrimenti si arrabbia.

Innanzitutto vorrei sapere come ti senti in questo periodo. Il mood che fuoriesce da Dark Days + Canapés è piuttosto oscuro rispetto al passato, non credi?
“Davvero? Molti invece sostengono sia l’esatto contrario (ride, ndr). In realtà questo disco, più che in passato, è fortemente influenzato dalla contemporaneità e dal mondo in cui viviamo. Ovviamente sono le grandi problematiche a farla da padrona. Dal problema delle migrazioni e immigrazioni fino alla difficile situazione politica ed economica che stiamo vivendo. Non si tratta di un disco smaccatamente politico. Piuttosto ho cercato di raccontare cosa accade in questo periodo storico attraverso la mia vita quotidiana e ciò che vedo e vivo in prima persona. In fondo è quello che ho sempre cercato di fare in ogni mio disco. Solo che, probabilmente, la situazione che stiamo vivendo oggi è molto più difficile e complicata rispetto agli anni passati. Probabilmente è proprio questo a fare di Dark Days… un disco all’apparenza molto più oscuro. Ma l’intento è sempre mosso da una positività interiore che guida la mia vita e la mia musica, a discapito delle apparenze”.

Credo che il concetto sia piuttosto chiaro nel videoclip di Freakshow, in cui i protagonisti vagano in uno scenario post-atomico attaccati alle mascherine per l’ossigeno. Cosa pensi quindi del mondo in cui stiamo vivendo?
“Sia chiaro, non ho assolutamente una visione pessimistica del mondo in cui viviamo. Anche solo il semplice fatto di essere qui, girarsi e guardare il panorama magnifico dietro questo palco ti riempie di vita e di felicità. Ci sono aspetti magnifici del mondo, della natura e dell’essere umano. Ma al tempo stesso moltissime cose non vanno per il verso giusto. Sarà perché sto diventando vecchio (ride, ndr), ma il mio punto di vista su molti aspetti sta cambiando radicalmente. Col passare degli anni sento sempre più bisogno di tranquillità. Di rendere la mia vita più semplice e meno complicata da tutti gli imprevisti che una città come Londra ti presenta ogni giorno. Per questo ho deciso di spostarmi verso il mare, in un posto più tranquillo come Marget, comunque non troppo lontano dalla vita metropolitana. Lì ho ritrovato me stesso. Per adesso è questo il luogo più affine alla mia visione del mondo. Un posto in cui tutti si conoscono, dove c’è solidarietà reciproca e in cui poter vivere tranquilli. Mi sono distaccato dalla vita consumistica per tornare alle origini, in una dimensione più familiare, limitando anche l’uso dei social media, per quanto oggi siano indispensabili”.

Indubbiamente tornare ad una dimensione più umana potrebbe aiutare a ritrovare la serenità e l’armonia, ma pian piano i problemi che viviamo nelle grandi città si stanno naturalmente allargando anche alle realtà più piccole. Prima accennavi alle questioni sull’integrazione, che ormai riguardano anche le città più piccole. Insomma, non si fugge dai problemi, ma forse queste realtà riescono a gestire meglio le questioni che a livello mondiale sembrano insormontabili.
“Senza dubbio anche le realtà più piccole sono colpite dai grandi problemi. Viviamo tutti su questa terra, quindi il mio problema da cittadino di una metropoli è lo stesso di chi vive in un piccolo paese. Specialmente per Dark Days… mi sono esposto meno che in passato sulle questioni politiche. Non voglio spingere la mia idea sulle questioni più calde. Non mi importa di far sapere al mondo se sono a favore o contro un determinato problema o su come vadano gestite le situazioni più spinose. Quello che mi importa davvero è il dialogo. Il confronto e la sensibilizzazione. Quello che faccio con la mia musica è spingere l’ascoltatore a farsi un’idea in merito al mondo che ci circonda. Non sono un politico, ma cerco di stimolare la riflessione.

Concentrandoci invece su Dark Days + Canapés, come ti sei approcciato alla sua realizzazione?
“Per questo disco ho scelto il supporto di Leo Abrahams alla produzione. Oltre ad essere un ottimo producer è anche un buon chitarrista. Mi è stato presentato dalla mia etichetta e ci siamo trovati fin da subito sulla linea da seguire. Anche in passato mi sono affiancato di vari produttori, ma si trattava di un lavoro al 50 per cento mio e al 50 per cento del produttore. In questo caso è stato diverso. Leo ha raccolto tutte le mie idee, lavorando a strettissimo contatto. È stato illuminante per me aprirmi a nuove strade per la realizzazione e la registrazione. Spesso Leo entrava direttamente in studio e cominciava a suonare la chitarra. Abbiamo improvvisato moltissimo. È stata un’esperienza che mi ha messo a confronto con una maniera “vecchia” di registrare un disco. Dark Days + Canapés è frutto di lunghe jam sessions a cui ho messo sopra le mie parole e i miei pensieri. Ecco, si tratta di un disco più “suonato” rispetto ai precedenti. Non sono un professionista, tantomeno un musicista virtuoso. Leo ha capito immediatamente le mie idee e come inserirle nel contesto del disco. Il suo supporto mi ha aiutato moltissimo a raggiungere il senso finale di Dark Days…. È stato davvero divertente”.

Hai sempre dato una particolare attenzione ai tuoi testi. In questo caso le tue riflessioni arrivano come sempre dalla tua vita quotidiana oppure c’è dell’altro?
“Direi che si tratta di un misto di esperienze, pensieri e influenze esterne. Parte arriva da ciò che vedo e vivo tutti i giorni. Parte invece dalle persone attorno a me o dai libri che leggo. Ogni canzone non è solamente il risultato del mio punto di vista. Arriva tutto dal mondo in cui vivo. Un metodo per capire meglio ciò che mi circonda. Sono riflessioni che scaturiscono dalla voglia di capire le sensazioni e le condizioni umane. Questa è la filosofia che guida da sempre i miei testi. Capire cosa significa essere umani, con tutte le sfaccettature”.

Sei sempre stato in equilibrio sulla linea tra generi musicali. E soprattutto hai sempre rifiutato la definizione di hip hop riguardo la tua musica.
“Non ho la minima idea di cosa siano i generi. Non ho mai fatto differenza tra una tipologia di musica e l’altra. Certo, non si tratta di Hip Hop. Non mi va di parlarne”.

Capisco che non ti interessa, ma quale idea ti sei fatto dell’ascesa della Trap in questi ultimi anni? Sembra esista solo la trap in questo periodo.
“La prossima domanda?” (ride, ndr)

Ci sono libri, dischi o altre influenze specifiche quindi per Dark Days+Canapés?
“Senza dubbio a questo giro 1984 ha influenzato moltissimo la stesura dei testi. Il futuro distopico, le sue regole e il controllo totale non sono poi così lontane dalla situazione che stiamo vivendo oggi. Certo, in forme diverse, ma davvero visionarie per i suoi tempi. Oppure Il signore delle mosche di William Golding, in cui questi adolescenti sopravvissuti a un disastro aereo finiscono su un’isola deserta. Non ci sono adulti, solo ragazzini che da soli cercano di impostare delle regole per poter organizzare la loro vita. Inizialmente sembra tutto divertente, mentre col passare del tempo insorgono le prime problematiche fino a precipitare nel caos totale. È una metafora perfetta sulla condizione umana, sull’autoregolamentazione e la conseguente violazione delle regole. Un classico che ha influenzato moltissimo quest’ultimo disco. Musicalmente dentro ci sono i Talk Talk di Spirit Of Eden e Laughing Stock. Passando per Massive Attack, National, Radiohead e Tv On The Radio“.

Ghostpoet passerà dall’Italia per due date.