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di Francesco Sassi

Dopo pochi giorni di tregua il caldo della periferia è tornato a farsi insopportabile. Ogni occasione pare la migliore per preparare frettolosamente uno zaino, farsi raggiungere dagli amici liberi e imboccare l’autostrada.
L’occasione è quella di Ama Music Festival che per questa edizione si tiene dal 22 al 27 Agosto ad Asolo, in provincia di Treviso.

Percorrendo la A13 ho tempo sufficiente per fermare lo sguardo tra i filari di pioppi della campagna rodigina e prendere qualche nota mentale sulla nostra destinazione. Il festival nasce come Ama Summer Music, una manifestazione che negli anni ha ospitato alcuni fra i nomi classici del panorama alternativo italiano e selezionate band straniere. Nel 2016 il cambio del brand. Rimane importante la presenza di artisti italiani e nella prima edizione si alternano: Motta, Altre di B, Mother Island, Belize e Birthh mentre fra gli headliner Foals, Kula Shaker e Steve Aoki contribuiscono a rendere il Festival più internazionale. Quest’anno sono proposti alcuni dei plenipotenziari contemporanei del pop e della musica d’autore italiani: Lo Stato Sociale, Elio e le Storie Tese e Baustelle.
Asolo è incantevole e non a caso lo troverete descritto online ed offline come “Uno dei borghi più belli d’Italia”. Il piccolo centro è il nostro primo stop dopo diverse ore di guida. Circondata da piccole mura e arroccata su un colle, il paese ci invita naturalmente a lasciare la macchina e proseguire a piedi fra le vie rassettate per la stagione turistica. Solitamente visitato da inglesi per via della lunga presenza in città di Freya Stark, esploratrice e scrittrice italo-britannica, ha ammaliato fra i tanti anche Robert Browning ed Ernest Hemingway.

Il borgo è l’immaginario perfetto in cui immergere uno straniero in visita nel nostro paese. Senza neppure sforzarci troviamo subito due americani; il primo è Paul Banks che girovaga per le strade in veste di milite musicale ignoto e che cerca di orientarsi fra sali e scendi che intercorrono fra una villa dalle architetture palladiane e il Palazzo Pretorio. Da qui la panoramica sulla zona circostante è strabiliante.


Vista di Asolo e Prealpi Venete dal Palazzo Pretorio (foto di Francesco Sassi)

Il nostro secondo incontro è con Thurston Moore, al caffè nella piazzetta centrale, mentre affonda con indomito coraggio il cucchiaio nel terzo tiramisù consecutivo: Rock N’Roll hunger. Il tutto senza scalpore o fan assillanti, ma immersi nella pace di una piccola comunità. Thurston è così a suo agio che come unico artifizio per celare la sua identità indossa un paio di occhiali scritturati a Ryan Goslin nel prossimo sequel di Blade Runner. Lo ritroveremo anche il giorno successivo, questa volta in compagnia dell’intera band, seduto sempre allo stesso bar, mentre legge il giornale e scatta foto alla fontanella antistante i tavoli. Per alcuni il paradiso ha queste fattezze.

Dopo una breve camminata ritorniamo al solito bar e qui troviamo Ilaria e Giovanni, voce e chitarra dei Gomma, nel mezzo di un mini-live acustico. La qualità del suono non è delle migliori; eppure ci soffermiamo e decidiamo che sarà l’esibizione che ci godremo invece della performance in elettrico. Durante l’intera estate si è letto di autorità che governano centri cittadini spenti e silenziosi. Così invece il paese mostra il suo lato migliore; quello consapevole di poter unire un turismo giovane e vivace con le risorse del territorio e la bellezza del suo centro. Facendo esprimere creatività e lasciando che la macchina di Ama Music Festival crei occupazione e per quel che possibile una locale imprenditoria dello spettacolo. Sembra sempre tutto così difficile eppure Asolo dimostra che è la volontà, a volte, a far la differenza.

Proseguiamo nel tour all’interno delle mura, è davvero naturale lasciarsi perdere fra le case ricoperte d’edera e le vie ciottolate. Decidiamo infine che è giunta l’ora di invertire la marcia, scendere dal paese vecchio e recarci al Festival. Oltrepassati i soliti controlli di routine, con le normative irrigiditesi dopo i fatti in piazza a Torino di inizio estate, lasciamo qualsiasi provvista ed entriamo.


Arena del Festival (Foto di Ama Music Festival)

Stupisce subito l’estrema organizzazione dell’intera area. Un’arena rettangolare ospita l’intero festival, immerso nei campi e a lato della vicina zona industriale. Decine di stand gastronomici limitano il perimetro dell’arena, offrendo diversissime tipologie di cibi. Da sottolineare i prezzi modici. Non essendo veneti, lo spritz a 3€ ci tocca nel profondo. Si paga comodamente utilizzando una carta ricaricabile e nessuna calca al bancone. Pubblico e personale del Festival hanno circa la stessa età e ciò contribuisce a creare un senso di condivisione e festa. I sorrisi in volto si sprecano, l’aria che si respira è di estrema rilassatezza nonostante i fatti accaduti a Barcellona pochi giorni prima. Un’area attrezzata e relativamente vicina al festival ospita un centinaio di visitatori in tenda.

Sullo sfondo rimangono le montagne trevigiane e vicentine. Dal palco, la vista del loro contorno infuocato al tramonto, a far da sfondo al pubblico antistante, lascia senza fiato.

Hanno già terminato il loro set Siberia e Gomma. Un velocissimo cambio palco precede l’arrivo dei Fast Animals and Slow Kids. Sul palco i perugini sono inarrestabili. Brani dai vecchi all’ultimo lavoro si susseguono incessanti con un pugno di fan ad incitarli e un pubblico più mite a circondarli che fatica non poco ad entrare in totale sintonia con il massiccio sonoro di fronte a loro. La determinazione a volte non basta. Il cambio palco più lungo della tre giorni precede l’ingresso degli Interpol.

 

Interpol (foto di Ama Music Festival)

La scenografia è studiata per mettere in scena Turn on the Bright Lights al quindicesimo anno dall’uscita. Dal look impeccabile, i newyorchesi offrono una breve raccolta di 5 brani, tra cui Real Life, suonata per la prima volta live. Finita la sequenza, che pare più che altro di riscaldamento, Paul Banks segnala che “And now… starts the show”. Il riverbero di chitarra di Untitled ravviva il pubblico dal torpore di un inizio concerto non esaltante. I tre componenti originali della band sembrano galvanizzati dal poter suonare tutti i pezzi del primo LP. I loro sguardi e sorrisi si susseguono dando estremo beneficio al concerto che decolla per qualità e suono. Fra i punti più alti del live PDA ed una versione riuscitissima di Roland, con Sam Fogarino balistico dietro le pelli.

Chiuso il set ci incamminiamo verso il centro dell’area per rifocillarci e incappiamo casualmente in un secondo palco, dalle dimensioni ridottissime, che funge anche da consolle per l’afterparty. Scopriamo una giovane band locale, Glincolti. Look e suoni degli anni Settanta ed un incrocio fra i più canonici The Mars Volta e le atmosfere Grand Funk Railroad. Nulla di nuovo ma attitudine a iosa.

Il secondo giorno del festival inizia attorno le 19 con il live dei Beach Fossils. Dustin Payseur e soci presentano Somersault, uscito lo scorso giugno. La band non si presenta dal vivo in Italia da tempo e nonostante questo il seguito rimane scarno. Un peccato perché la formazione di Brooklyn offre una prova davvero convincente nei quaranta minuti a disposizione.

Beach Fossils (foto di Francesco Sassi)

Ahimè la performance peggiore della giornata la offre il pubblico presente nelle retrovie e seduto negli ampi spazi, ad un centinaio di metri dal palco. In attesa dei beniamini italiani della giornata non degnano di alcuna considerazione il gruppo americano ed è ancor più triste constatare che in una giornata di sole 4 band nel cartellone, l’attenzione del pubblico più adulto vada a riversarsi soltanto su chi già si conosce. I Marlene Kuntz per l’esattezza. Qualche spunto di polemica sugli orario del concerto, troppo anticipato secondo alcuni, era già apparso sulla pagina Facebook della band nelle ore precedenti il concerto. Per fortuna sembra che la cosa abbia avuto effetti deleteri più per il pubblico, giunto in numero inferiore alle aspettative, che per il gruppo stesso. Sette dei dieci album della band vengono citati nella scaletta. Una prova di carattere e tanto mestiere che lascia soddisfatti sia i veterani che i molti novizi presenti.

L’accostamento fra band più riuscito è proprio quello che vede i cuneesi esibirsi prima del Thurston Moore Group. Sul palco Steve Shelley, Debbie Googe e James Sedwards accompagnano il chitarrista americano. Il loro live è di una potenza sfolgorante. Un’astuzia metodica guida le diverse improvvisazioni, difficili se non impossibili da riproporre nella data successiva. Le distorsioni mi rimarranno sullo stomaco per l’intera nottata, difficile dormire dopo un concerto simile. Brunori Sas, reo di dover chiudere una giornata in cui c’entra ben poco, prova a rasserenare l’atmosfera . L’esibizione scorre lentamente, con l’ultimo A casa tutto bene quasi riproposto quasi per intero. La cesura con una buona parte del pubblico appare evidente, come del resto è palese che altri si siano aggiunti alla serata soltanto per il cantautore.

Prima del terzo e ultimo giorno di festival, vado a Bassano del Grappa e Marostica, soltanto a pochi chilometri di distanza da Asolo. Se passate da queste parti un tour di entrambe è assolutamente d’obbligo. Mentre il pubblico è ancora poco numeroso, i primi a salire sul palco sono Miss Chain & the Broken Heels, arriviamo ad esibizione già iniziata. A loro segue Colombre e mano a mano che i minuti passano l’arena si riempie di giovani ventenni, facile capire dalle decine di cappellini chi sia il beniamino della giornata. Il live non riesce a concretizzarsi, il risultato è un amalgama musicale troppo debole e spesso il gruppo utilizza il nome di Mac DeMarco per ravvivare la situazione. L’attenzione per la band italiana scema mentre sale quella per la successiva. Quando arriva il turno del canadese l’atmosfera muta velocemente. Le diverse centinaia di persone presenti nell’arena si accalcano sotto il palco per quello che per molti è evidentemente il concerto più atteso, se non della stagione perlomeno del festival. Il ventisettenne canadese è disinibito come un Old Dog fra le mura domestiche.

Mac DeMarco (foto di Francesco Sassi)

La formazione che lo accompagna, composta da quattro elementi e strumentazione classica, lo supporta egregiamente. Un siparietto di oltre 20 minuti si concentra sulla malcapitata autrice di A Thousand Miles, riproposta brevemente dall’intera band, che ipoteticamente duetta con John Mayer. Commedia demenziale ed autoironia riversate su un un pubblico che sembra goderne a piene mani. Quando decide di fare sul serio De Marco sfodera una capacità vocale superba, lo strumento in cui pare più abile. Lo si nota specialmente su Another One e My Kind of Woman. Lo slot di più di due ore a disposizione dà libertà alla band di soffermarsi su alcuni segmenti di canzoni, deframmentarli e ricostruirli. Incisivo e umano. Uno dei ricordi più felici di questa edizione di Ama Festival, che per noi si chiude sulle fredde note di Nastia, chiamata a trattenere un poco del calore emesso poco prima. Ma il pubblico si è ormai staccato dalle rigide prospettive di palco, e fluttua libero nell’arena.


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