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di Davide “Deiv” Agazzi

È un doppio ritorno quello messo in scena dal rapper calabrese Kento, all’anagrafe Francesco Carlo, di Reggio: c’è quello musicale, col nuovo album Da Sud, il secondo in collaborazione con quella che è diventata a tutti gli effetti la sua band, i Voodoo Brothers, e quello editoriale, con la pubblicazione – per la casa editrice Round Robin – del suo esordio letterario Resistenza Rap.

L’MC calabrese ha da sempre portato avanti con coerenza una propria politica, ed una visione del mondo, fortemente legati ai temi della resistenza e del meridione. Le due parole, in questo caso, sono punti di partenza e non di arrivo: la resistenza non è solo quella contro il nazifascismo, il meridione è un luogo della mente prima che geografico.

Dopo aver militato nella crew romana degli Inquilini, Kento raccoglie subito grandi consensi con la pubblicazione del suo primo album solista, Sacco o Vanzetti (uscito per Relief Records), facendosi anche notare grazie al progetto Kalafro, basato su un atteggiamento militante e musiche in levare. È del 2014 la pubblicazione di Radici, primo album registrato con una band, e fortemente ispirato alle paludi della Louisiana e al blues che ne deriva. È proprio su quell’esperienza che è nato il più recente Da Sud, mentre la chiacchierata che trovate qui, è figlia dell’uscita del nuovo singolo del rapper reggino, coerentemente intitolato H.I.P. H.O.P.

Cominciamo dal libro. Da dove nasce questa voglia di scrivere e come cambia il tuo metodo di scrittura passando dalla forma canzone alla prosa?

In realtà l’idea del libro non è mia, ma dell’editore, Round Robin, che ha letto alcune cose che avevo scritto ai tempi del mio viaggio in Palestina (per il progetto Hip Hop Smash The Wall), e mi ha chiesto cosa ne pensassi dell’idea di raccogliere tutti questi racconti in un libro. Sono andato in crisi per una settimana, ci ho pensato, e ho concluso che l’idea mi piaceva. C’è parecchia differenza tra lo scrivere una canzone, un post o un libro. Quello che volevo, e quello su cui ho chiesto al mio editore di essere spietato, è evitare che il libro diventasse un minestrone, il vestito di arlecchino, di tanti colori ma senza un’identità chiara. L’editore mi ha dato molti consigli ed alla fine credo di esserci riuscito, a fare un libro e non un minestrone. Il filo conduttore è temporale, è un filo conduttore di storie, quindi di storytelling, è una storia di lotte, quindi, fondamentalmente, anche un omaggio al potere della parola, e del rap, di raccontare. Dall’altra parte volevo che il libro fosse carico di musica, così come il rap è carico di parole e quindi, per questo, ci ho messo i testi, per contestualizzarle, per descriverne la genesi, ed anche questa è una scelta che rivendico in pieno. Ci sono tanti luoghi e tante persone e volevo fissare alcune cose sulla carta prima che si perdessero. Anche alcune cose che sono successe al tempo del tour dei Kalafro, sia in Calabria che al nord. Non perché non ne volessi parlare, ma perché raccontandole nel momento in cui sono avvenuti i fatti, avrei messo in difficoltà alcune persone sul territorio. Dopo cinque o sei anni, l’urgenza di proteggerli è finita, mi è rimasta la voglia di raccontare, di non perdere queste persone e queste esperienze. Di non perdere la lotta, che non è la mia che “arrivo, suono e me ne vado”, ma è quella di queste persone contro la miseria, con l’Ndrangheta, contro il pensiero unico, in tanti territori, ogni giorno. Il mio libro vuole essere un omaggio a queste persone.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza palestinese?

È un’esperienza che si rinnova ogni giorno, e spero di poterci tornare presto. E’ qualcosa che mi ha cambiato parecchio: geograficamente parlando, Ramallah è più vicina di Londra, io trovo che sia una vicinanza anche culturale ed umana prima che chilometrica. Addirittura a Ramallah sono devoti di San Giorgio, così come a Reggio Calabria, dove lo si ritrova nello stemma cittadino. Ci sono le stesse facce, lo stesso atteggiamento mediterraneo. Avevo una visione bidimensionale della questione palestinese, ero ignorante, ho dovuto fare autocritica. Non so quanto la mia musica abbia cambiato quei ragazzi, ma loro hanno sicuramente cambiato me. Nella mia vita, quindi, c’è un pre ed un post Palestina.

Cos’è l’Ndrangheta?

È il principale se non unico male della mia terra. Non solo della mia terra, perché si tratta di un fenomeno internazionale. Se la minaccia è globale, la riposta deve essere globale. È il motivo principale per cui il Sud non è ricco e felice come dovrebbe essere. La ricchezza del Sud dovrebbe essere la sua gente, ed è dalla gente che mi aspetto una risposta. Non credo ai giustizieri, ai super sbirri o agli eroi come figure singole; credo nel movimento popolare e da questo punto di vista rivendico la funzione della musica che ha due scopi: raccontare la realtà ed ispirare il cambiamento.

Il Sud è il protagonista del tuo disco.

Il Sud è un luogo mentale prima che fisico ed io sono assolutamente d’accordo con questa definizione. Il sud d’Italia da dove vengo io ma anche il sud degli Stati Uniti da dove arriva il blues, che ha ispirato il suono di questo disco. A me piacerebbe che, per un momento, smettessimo di guardare sempre alla Mitteleuropa, che forse ci appartiene un po’ meno, e ci ricordassimo di più delle nostre radici mediterranee.

Il libro ed il disco coi quali sei uscito, portano avanti quelli che sono i due macrotemi a te cari, la resistenza ed il meridione. Cosa significa oggi resistere?

Resistere è un verbo che può essere declinato in molti modi. Resistenza è quella di chi è precario, di chi non ha lavoro, di chi è studente. Dal mio punto di vista significa continuare a fare musica, non allinearsi al pensiero unico, cercare di sabotare le logiche del mercato, vivendo nel mondo in cui viviamo, che è un mondo capitalista. Già parlare di mercato musicale è un ossimoro. Parliamo di spazi, questi non sono quelli che ci concede il mercato per il proprio tornaconto, ma quelli che siamo riusciti a conquistare per fare la nostra cosa. Anche questo è resistere. Sono uno che fa musica, non faccio resistenza con la R maiuscola, ma ti giuro che, nel mio piccolo ci sto provando.

Com’è stato ritrovarsi in studio con la tua band, i Voodoo Brothers? Ormai fra voi il ghiaccio era stato rotto.

Io dico sempre questo: per fare il mio precedente album, Radici, mi ci son voluti tre anni; per fare Da Sud, mi ci son voluti tre mesi. C’è stato un grande automatismo nel trovarsi coi ragazzi, le dinamiche erano oliate, e quindi abbiamo provato ad alzare l’asticella. Nel disco puoi capire che abbiamo ascoltato i Run The Jewels e ci puoi trovare anche tanto hip hop che abbiamo apprezzato negli ultimi anni. Volevamo che il disco fosse sporco ed analogico, ma anche moderno, e questo si riflette anche nella mia scrittura: c’è l’extrabeat, la rima alternata e non baciata, e cose così.

Tra i tanti guest sul disco, il meno fuori posto è sicuramente Murubutu. Cosa puoi dirmi degli altri?

Non abbiamo voluto scegliere ospiti ad effetto. Avremmo potuto farlo, ma abbiamo preferito ospiti coerenti con la nostra poetica, che non necessitassero di spiegazioni. Hai citato Murubutu: il pezzo con lui parla della radice della parola poesia, la poiesis che significa produzione. Quindi del fatto che con la poesia si debba cercare di fare fisicamente delle cose. Anche con Fuzz (il DJ) che è entrato sul disco, non c’è stato bisogno di dirsi molto, tanto è vero che ormai non lo considero neanche più un ospite.

Gli altri?

Abbiamo Soulcè che, come Murubutu, è un liricista, categoria alla quale in Italia pochi rapper posso no dire di appartenere. C’è Carmine Torchia, cantautore calabrese che parla degli sbarchi, c’è Gianni Spezzano, voce libera del Sud, attore precario che sta anche nella serie TV Gomorra, e questo è divertente perché il suo personaggio, che sta nel clan di Ciro Di Marzio, sopravvive alla seconda stagione! Scherzando, gli ho detto che son stato io a portargli fortuna e che se vuol sopravvivere anche alla prossima dovrà necessariamente fare un altro feat con me. Ma non vorrei spostare troppo l’attenzione su musicisti o cantanti, perché in Da Sud, senza esagerare, senza fare iperboli, ci hanno lavorato 50 o 60 persone, 50 o 60 nomi che dovrei citare perché nessuno ha minor dignità di un altro, dal tecnico che mi ha aiutato a scegliere il microfono, arrivando fino all’associazione Da Sud e a chi mi ha aiutato a scriverlo, produrlo, mixarlo o finalizzarlo.

Immagino non sia semplice portare in tour un progetto del genere.

Bisogna essere creativi (ride). Nel senso che io sto portando avanti due set e mezzo, quello con la band intera e quella col dj, Fuzz. Quando sono con Fuzz, non significa che abbiamo preso la roba suonata dalla band e l’abbiamo rischiaffata nel giradischi: c’è stato un lavoro di riarrangiamento per rendere tutto in modo coerente, per fare in modo che la musica passata col giradischi non fosse la sorellina sfigata di quella suonata con la band, ma avesse pari dignità in ambiti diversi. In alcuni casi particolari ho anche un set acustico in trio, con chitarra e piano. Questo mio è utile non solo per suonare in più situazioni diverse e quindi avere un tour più bello, ma mi aiuta a stare sul palco in modo diverso, a trovare l’unità nella pluralità, l’unità della musica in mezzo a tanti musicisti e a tante situazioni, è un esercizio continuo del quale sono assolutamente entusiasta.

Permettimi una provocazione: ma l’hip hop non era un movimento apolitico?

L’hip hop è un movimento apolitico, sì, con dei limiti. Nel senso che, trattandosi di un movimento oggettivamente nato nelle periferie delle grandi città americane, io mi aspetterei un contenuto politico minimo che sia, per esempio, il rifiuto del razzismo. Io mi aspetterei che ogni rap, proprio come base minima, si dichiari apertamente antirazzista oppure, se non è dichiaratamente antirazzista, abbia almeno il coraggio di dirlo. Questa sembra essere una pia illusione, in questo momento. Chiariamoci: io non ho paura che il rap italiano stia diventando razzista o fascista, però ho un po’ la sensazione che stia diventando superficiale ed indifferente. Se va bene. Se non va bene, che stia ignorando certe prese di posizione perché alcuni artisti vogliono piacere a tutti, non vogliono deludere nessuno, non vogliono perdere biglietti venduti, libri venduti, dischi venduti e forse neanche le visualizzazioni su Youtube. Da questo punto di vista, alcune prese di posizione al limite del plateale, come quelle che ho preso io, valgono a mia volta come provocazione: come dire, ok, io la penso così e la dico, voialtri che fate?

C’è un momento particolare nel quale avresti voluto vedere una presa di posizione da parte della scena o del movimento?

Mi piacerebbe vedere il movimento compatto nel dare supporto all’underground. Ma non l’underground di noialtri che ormai suoniamo abbastanza. Mi piacerebbe vedere un supporto verso i ragazzi che cominciano adesso, trap o non trap, stile classico o nuovo, senza distinzioni. Mi piacerebbe che chi ha qualcosa da dire trovasse degli spazi per farlo, spazi fisici e metaforici. Abbiamo il dovere di portare avanti il meglio di questa cultura, io nel mio piccolo cerco di farlo. Mi piacerebbe chiedere ad ogni rapper cosa sta facendo per i ragazzi della propria città o del proprio quartiere. La mia sensazione è che non sarebbero poi tantissimi a rispondere.

Il tuo ultimo singolo si chiama H.I.P. H.O.P. (Ho Idee Potenti, Ho Obbiettivi Precisi), ce lo presenti?

È un po’ il manifesto di quello che penso possa e debba essere lo scopo della mia musica, tanto è vero che ci abbiamo fatto anche le magliette e gli adesivi. In realtà l’idea di giocare con le parole e le iniziali è un classico del rap di tutti i tempi: quest’idea precisa mi è venuta ascoltando KRS-One che, con le stesse parole, diceva Her Infinite Power Helping Oppressed People. Il videoclip, invece, è un omaggio a By the Time I Get to Arizona dei Public Enemy, il primo video rap che io abbia visto in assoluto, nella storyline, che si incentra sull’uccisione (metaforica ovviamente) del politico razzista. Il regista Matteo Tiberia ha inserito anche una serie di riferimenti a film e serie TV di matrice anti-utopista, che raccontano un presente alternativo, ma non troppo lontano rispetto a quello che stiamo vivendo. Mi piace molto come veicola il messaggio, e a tutti quelli che hanno una penna in mano, giornalisti compresi, auguro di avere sempre idee potenti e obiettivi precisi, precisi, precisi.


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