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Di Maurizio Narciso

Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ’70 la Germania fu al centro di un fermento musical-culturale che ha influenzato – e continua a farlo – centinaia di formazioni, tedesche e non. Oggigiorno, molte di quelle intuizioni sonore vengono ricondotte in modo semplicistico nell’alveo della cosiddetta “kosmische musik” o del “kraut rock”. Non mi piacciono granché le definizioni, quindi mi limito a dirvi che convivevano correnti avanguardistiche che cercavano di trasfigurare il rock – classicamente inteso – in qualcosa di assolutamente libero da preconcetti, avvicinandolo per certi versi al free jazz. Ma non è tutto, c’era anche la voglia di portare avanti le visioni della musica intuitiva di Karlheinz Stockausen, di sperimentare con la ripetitività elettro-acustica ed elettronica, di coniugare il verbo minimalista in modo personale e mitteleuropeo. Era il tempo, tra gli altri, di Can, Neu!, Kraftwerk, Amon Duul e, per l’appunto, dei Faust.

I Faust sono la formazione più sfuggente di quelle costituite in quel curioso big bang tedesco di creatività, perché davvero libera da preconcetti di sorta – non per altro nell’intervista che segue la parola che ricorre più spesso è proprio libertà – perché la loro formazione è sempre stata condizionata da collaborazioni esterne e dal ricambio dei suoi musicisti, perché ancora oggi il nucleo originario composto da Jean-Hervé Peron e da Werner “Zappi” Diermaier declina le proprie pulsioni in musica producendo dischi che suonano decisamente avventurosi, direi perfino spericolati, considerati i ritmi strabordanti e multi sfaccettati che presentano.

In occasione della prossima data italiana dei Faust nella cornice del festival Jazz Is Dead! in quel di San Pietro in Vincoli e dell’uscita del loro nuovo disco, Fresh Air, abbiamo raggiunto al telefono proprio Jean-Hervé Peron per parlare del qui e ora della band e anche per riannodare i fili del tempo e farci raccontare che aria si respirava sul finire degli anni ‘60. Erano i tempi in cui la band intuì le potenzialità dello studio di registrazione per distruggere e ricomporre il proprio suono producendo collage musicali espressioni unici nel loro genere – ascoltare album seminale quali Faust, So Far, The Faust Tapes, Faust IV e i più recenti Something Dirty e jUSt per credere.

“Qualunque cosa tu faccia è quella giusta”, ci confessa ad un certo punto un gentleman che risponde al nome di Jean-Hervé Peron, un gigante che è rimasto umile, un gigante che è rimasto libero.

Chi sono oggi i Faust?

Attualmente i Faust sono un’espressione creativa che parte da me, Jean-Hervé Peron, e da Werner “Zappi” Diermaier, che siamo due membri della formazione originaria del gruppo, e che si incontra e sviluppa di volta in volta con l’apporto di musicisti che conosciamo e stimiamo. Il risultato è, come sempre, senza compromessi dal punto di vista musicale.

Quando ascolto la vostra musica, anche la più recente, sento che è frutto di una libertà creativa assoluta. È questo il segreto della vostra longevità?

Continuiamo a divertirci e ad essere liberi da preconcetti. In passato vivevamo la nostra musica in modo del tutto anarchico, rispetto alle case discografiche che ci mettevano sotto contratto e anche nei confronti del pubblico che ci seguiva, non volevamo rendere conto di nulla a nessuno, eravamo concentrati esclusivamente sulle nostre idee e registravamo tutto ciò che veniva fuori da noi stessi. Oggi, pur non lesinando in libertà compositiva, abbiamo un approccio che definirei più maturo, ci piace notare la reazione del pubblico, per esempio, che ci stimola e influenza. Questo non vuol dire che siamo diventati mainstream, i Faust non potranno mai essere popolari, ma oggi nelle nostre improvvisazioni c’è anche una componente che viene influenzata da chi ci segue, dalle città dove suoniamo, o dai musicisti che ci accompagnano in tour.

L’improvvisazione vi ha sempre guidato nel processo creativo, sia nelle esibizioni dal vivo che in studio di registrazione, che utilizzavate come un vero e proprio strumento supplementare. E’ ancora così?

È vero, negli anni ‘70 si improvvisava moltissimo sui rispettivi strumenti e questo accadeva anche nello studio di registrazione, che fungeva, come hai detto tu, da strumento aggiuntivo in fase di produzione. In quella sede si stravolgevano alcuni suoni, se ne aggiungevano altri di completamente nuovi, si lavorava direttamente sui nastri di incisione per inserire effetti particolari o trovate singolari che parevano assurde ma che servivano concretamente a trasfigurare le nostre idee in musica. Oggi non riusciamo più a dedicare tutto quel tempo allo studio di registrazione, quindi il cuore dell’improvvisazione avviene dal vivo. Abbiamo dalla nostra l’esperienza di aver suonato assieme per tanto tempo. Io e Zappi collaboriamo ormai da cinquant’anni e abbiamo un bagaglio di trucchi tale da poter passare da una soluzione sonora a un’altra senza nemmeno il bisogno di guardarci. Inoltre, quando componiamo o siamo in tour, ci circondiamo di amici musicisti, come ad esempio Amaury Cambuzat degli Ulan Bator, con cui c’è un feeling speciale. Loro portano nuova linfa al gruppo e ci spronano a sperimentare soluzioni sempre nuove.

A maggio esce il vostro nuovo disco per Bureau B, Fresh Air. Parafrasando il titolo è davvero una ventata d’aria fresca, suona in modo moderno eppure il marchio di fabbrica Faust è ben riconoscibile. Come ci siete riusciti?

Io e Zappi abbiamo avuto e abbiamo tutt’ora lo stesso approccio nei confronti della musica e, più in generale, dell’arte e questo credo che si senta nei nostri dischi. È ciò che, probabilmente, tu chiami marchio di fabbrica ovvero la sensibilità artistica che condividiamo e che non è mutata nel tempo. Abbiamo un’attitudine naif, molto libera, siamo ancora influenzati dai movimenti Dada e Fluxus che sono correnti artistiche che ti spingono a pensare che qualunque cosa tu faccia è quella giusta. Ecco, è proprio questa la nostra forza, il condividere la bellezza di una produzione che nasce e si sviluppa in modo libero, direi quasi spontaneo.

Com’è nato Fresh Air?

L’idea originale per Fresh Air era quella di abbozzare in studio dei pezzi, da inviare successivamente a musicisti che conosciamo, lasciandogli carta bianca per ogni eventuale evoluzione. C’era la curiosità di capire come questi scheletri ritmici si sarebbero evoluti nelle mani di terze persone. Questo progetto poi non si è sviluppato esattamente in questo modo, io e Zappi siamo partiti per un tour in America e abbiamo collaborato direttamente lì sul posto con i musicisti a cui volevamo mandare i pezzi. Sostanzialmente c’è stata un’interazione dal vivo e quindi la musica ha preso una direzione inaspettata proprio sotto i nostri occhi e orecchie e noi stessi eravamo parte di quel mutamento.

Siete sempre stati attratti dall’evoluzione tecnologica e dalle possibilità di creare musica utilizzando una metodologia a metà strada tra tradizionale e moderno, vero?

Sì, è così. Abbiamo vissuto due ere musicali ben distinte: quella analogica sul finire degli anni sessanta, in cui l’approccio al suono era del tutto artigianale, e una successiva con l’avvento di macchine più sofisticate che ad esempio permettevano di campionare fonti sonore esterne e rielaborarle in modo semplice. Ad un certo punto avere a disposizione field recording, sample e tutta una serie di suoni pre-registrati e modificabili dal vivo rappresentò per noi un’autentica rivoluzione. Prima di quel momento immagina che dovevamo salire sul palco con un mangianastri e una serie di cassette sulle quali erano registrati singoli suoni e durante un brano urlavamo verso le quinte dove c’era un collaboratore che doveva mettere la cassetta numero quattro e poi magari quando partiva il suono di cui avevamo bisogno eravamo già da un’altra parte musicalmente. Abbiamo sempre seguito con curiosità l’evolversi della tecnologia e lo facciamo ancora oggi. Viviamo un tempo in cui possiamo portare sul palco intere librerie di suoni e improvvisare in modo davvero libero. Una cosa però voglio chiarirla, ogni campione o suono che utilizziamo continua ad essere analogico, mi verrebbe da dire che pensiamo e componiamo in modo del tutto analogico, seppure sfruttiamo le tecnologie più moderne per avere tutto a portata di click. Nello spirito siamo sempre e comunque una band rock & roll e non dei dj.

Quando senti il termine kraut rock, oggi, che reazione hai?

Ad un certo punto questo termine si è svuotato completamente di significato ed è diventato un contenitore per classificare qualunque cosa musicale che contenga una parola tedesca dentro. Al tempo ci divertiva questa espressione ma non l’abbiamo mai presa seriamente. Oggi si parla di Faust in termini di “musica multimediale”, “sperimentale”, “dada” e ti dirò che non mi importa nulla delle definizioni, conta solo la musica che facciamo.

Ascolti musica contemporanea dei tuoi amici/colleghi che magari ti influenza nel processo creativo?

Certo, gli artisti con cui collaboriamo sono degli esempi di musicisti che mi piace ascoltare ma ce ne sono anche altri di cui apprezzo l’operato e con i quali magari collaborerò in futuro. Anche se devo dirti che per me la musica contemporanea non è solo quella suonata, piuttosto è tutto ciò che si può ascoltare in questo preciso momento, magari aprendo la finestra e udendo un uccellino che passa, il rumore del vento o quello di una macchina che è di passaggio. L’ispirazione può arrivare dalle fonti sonore più disparate dell’oggi.

A fine maggio sarete protagonisti del Jazz Is Dead! presso San Pietro in Vincoli (Torino). Cosa ci dobbiamo aspettare dall’esibizione?

Saremo una formazione a tre elementi, ci sarò io assieme a Zappi e Amaury Cambuzat. Non vediamo l’ora di essere da voi in Italia e non solo per l’ottima cucina. Il pubblico italiano è così attento e coinvolto nell’esibizione che si viene sempre a creare un’atmosfera particolare. Ne ho fatti di live memorabili in Italia quindi le premesse ci sono tutte.

Cosa ascolti quando sei a casa e hai voglia di rilassarsi?

In questi casi non ascolto musica ma vado in giardino a curare le mie piante o nella mia officina a fare qualche lavoretto e mi godo il tempo che passa. C’è bisogno anche di momenti così nella vita. Dico davvero, questa non è una risposta provocatoria, ho bisogno di avere in qualche modo le mani occupate per sgomberare la mente.

Cosa consiglieresti a un giovane musicista?

Gli consiglierei di mangiare, di bere e di non avere timore nell’essere sgraziato.

Come ti immaginavi il futuro quando avete iniziato il vostro percorso musicale? Mi piacerebbe sapere se sei soddisfatto o meno alla luce dei tempi che stai vivendo.

Se posso essere onesto negli anni ’70 non pensavo minimamente al futuro, ero concentrato sul mio tempo e non avrei mai immaginato di poter proseguire così a lungo con la storia chiamata Faust. Vivevamo giorno per giorno, senza progettare nulla ma solamente cercando di registrare il presente interiore della band. Oggi posso ritenermi soddisfatto di com’è andata, lo sono davvero. Tutto ciò, per quanto riguarda lo scenario musicale, in un senso più generale so che sono tempi difficili quelli che viviamo quotidianamente, eppure ogni giorno mi alzo e dico “wow, questo è il giorno più bello della mia vita” e lo ripeto tutte le mattine. Non sono ottuso e so che accadono cose terribili tutti i giorni, si sente una certa tensione nell’aria, soprattutto recentemente, ma mi rincuora sapere che attraverso l’arte si può fare politica, nel senso che le idee possono fare cose incredibili. Non potevo capirlo un tempo ma oggi sono convinto che sia proprio l’arte che salverà il mondo. Inoltre, credo che le prossime generazioni potranno fare ancora di più di quanto fatto da noi, hanno accesso a tutto il passato possibile, basta connettersi ad un PC e avere il mondo in tasca. Ripeto: “now is beautiful” e lo sarà sempre di più.