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Di Stefania Ianne

La serata dedicata al premio istituito da Songlines, prestigiosa rivista inglese dedicata alla celebrazione della musica del mondo, è caratterizzata da un’atmosfera di allegria totale. Una cosa è certa: la gente vuole ballare, nonostante le barriere culturali e fisiche o le differenze d’età, e questi Music Awards – alla loro ottava edizione – nel corso degli anni hanno soddisfatto questo bisogno innato e unito la gente più impensata. Il 3 ottobre abbiamo visto l’editore capo Simon Broughton ospitare quattro dei talenti premiati quest’anno. Per primo sul palco il vincitore della sezione europea, l’inglese Sam Lee per l’album The Fade in Time. Negli ultimi anni ha riscoperto le origini della canzone e della cultura nomade di Gran Bretagna e Irlanda; le ha studiate, le ha vissute e con la sua reinterpretazione calda e ironica ha mantenuto viva la tradizione orale e il contatto con la natura che hanno generato la musica che lo sta rendendo famoso. La passione è viva durante l’esibizione, ogni canzone è introdotta dal cantante in un sussurro, quasi parlasse intorno al fuoco ad un gruppo di compagni di avventure. Molto teatrale.

Il secondo gruppo sul palco sono i maliani Songhoy Blues. Il Mali ci ha abituati ad un suono riconoscibilissimo: le armonie del deserto riflesse nelle inflessioni delle voci – gioiose nonostante la miseria e adesso la guerra – accompagnate dalla presenza di una chitarra prevalentemente blues, chiudendo il baratro tra la costa africana e quella americana. E quella dei Songhoy Blues è una chitarra ancora più blues e virtuosa rispetto alle molte chitarre maliane che hanno viaggiato verso l’Europa nel corso degli ultimi 15 anni. La band, tra i protagonisti del documentario They Will Have to Kill Us First, vive in esilio e racconta tra l’altro della lotta islamica contro tutti i musicisti del paese; ma lo fanno con il sorriso sulle labbra e trascinano tutta la sala in una danza ossessiva e liberatoria allo stesso tempo.

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Sul palco si succede poi il vincitore della sezione asiatica Debashish Bhattacharya, un pioniere e virtuoso musicale che ha reinventato la tradizione della musica raga indiana tramite l’uso della chitarra hawaiana (lap steel guitar). L’ambientazione e i costumi sono tradizionali, i colori sgargianti, la musica paradisiaca, Bhattacharya riesce nell’ardua impresa di calmare la danza isterica e mandare la sala in uno stato di trance collettivo, ipnotizzando il pubblico con il movimento supersonico delle sue dita inanellate. Anoushka Shankar si presenta sul palco in nero elegantissima per premiare il maestro, poche parole, tanta umiltà e tanti applausi.

La regina della serata è però l’headliner Mariza, vincitrice del premio di maggior rilievo, adorata dal pubblico e dalla stampa specializzata. La cantante ha rinnovato la fama del fado portoghese nel nuovo millennio, creando ponti inaspettati con la musica pop e aggiungendo un tocco di elettronica con le sue ultime produzioni, senza mai perdere di vista le sue origini e la tradizione. Come sempre si presenta sul palco con capelli cortissimi perennemente ossigenati e ci accoglie con un sorriso ironico, aperto, elegantissima in vestito da sera paillettato. Accompagnata dai suoi fedeli chitarristi acustici e da un batterista, Mariza ripercorre le sue ballate nostalgiche che compongono l’album vincitore Mundo con la sua enorme voce sempre protagonista. Ha una gran voglia di scherzare, di coinvolgere il pubblico, ma il tempo è tiranno e ci accorgiamo che il coprifuoco londinese ormai è passato da tempo a causa delle innumerevoli persone che escono di corsa per non perdere l’ultimo treno. Peccato perché si perderanno l’immancabile parte finale acustica, i tre chitarristi con piede sulla stessa sedia e Mariza senza microfono, la voce potente proiettata fino all’ultimo sedile dell’enorme sala.