Lo'Jo

di Stefania Ianne

Songlines è una rivista specializzata in World Music pensata nel Regno Unito ma diffusa a livello mondiale. Il Barbican è un centro culturale nel cuore della City costruito sulle rovine di una parte di Londra completamente distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Un monolito di cemento, completamente grigio, freddo, oscuro ed interamente dedicato alla musica classica per oltre 20 anni. Rinomato per l’impossibilità ad orientarsi in un labirinto di corridoi in cemento e per la pessima acustica, il Barbican ha subito una trasformazione negli ultimi 15 anni riscoprendo i colori soprattutto nell’illuminazione e promuovendo un eclettico mix musicale, teatrale, cinematografico e nel campo delle arti figurative. Al Barbican non ci si annoia quasi mai. La folla che lo frequenta è internazionale, la contaminazione culturale all’ordine del giorno. È inevitabile che il concerto dedicato ai vincitori dei premi assegnati da Songlines si tenga al Barbican. Non è la prima volta, ma se nel passato figure leggendarie come Robert Plant si sono scomodate per assegnare il premio a leggende musicali etiopiche, quest’anno l’assegnazione dei premi ed il concerto celebrazione dei vincitori si svolge in sordina. Simon Broughton, editore capo della rivista, è il presentatore della serata competente ma mai divertente, nemmeno quando cerca la risata facile del pubblico sfruttando la disastrosa performance del finto interprete al funerale di Mandela…

Primi sul palco i francesi Lo’Jo vincitori della categoria Best Group. Sono il gruppo più interessante della serata. Veterani dei palchi internazionali da almeno 30 anni, ci propongono una miscela interessante a metà strada tra il reggae e le sonorità del deserto algerino ma conservando un sapore prettamente mediterraneo. La strumentazione sul palco è molto esotica.Nelle mani delle coriste chiaramente magrebine nell’aspetto, la kora e percussioni di ogni forma prendono vita e colorano la tessitura tradizionale della band. Quest’ultima è composta da batteria e basso, spesso acustico, le tastiere al centro sono manipolate dal leader e cantante del gruppo, Denis Péan – una specie di pinocchio dai capelli brizzolati, la voce affetta da una bronchite cronica – e il violino elettrico è all’estrema destra. La performance è ulteriormente impreziosita dalla danza di una delle due coriste ai limiti del trance sufico. Il chitarrista Justin Adams, noto per le sue collaborazioni e promozione del rock del deserto e che vanta i Tinariwen tra i suoi protetti, assegna il premio.

Sul palco immediatamente segue un gruppo proveniente dallo Zimbabwe, vincitore nella categoria Newcomer. I Mokoomba si presentano sul palco armati di solo microfono e improvvisano una danza sincronizzata da boyband tribale mentre vocalizzano delle interessanti armonie vocali. Continuano con una strumentazione tradizionale, introdotti da un assolo alla chitarra: la sindrome da Eric Clapton purtroppo ha colpito molti musicisti africani, con il cantante combattuto tra l’esempio dei rapper americani e il classicismo di Selif Keita. Sicuramente conquistano il pubblico che abbandona le proprie poltrone per iniziare una propria danza molto poco coordinata, ma l’entusiasmo della performance poco nasconde l’assenza di originalità.

Angelique Kidjo

Dopo la pausa inevitabile per riconfigurare la strumentazione, la diva della serata sale sul palco: Angélique Kidjo, premiata come Best Artist, originaria di Cotonou in Benin, è una veterana del palco. Un personaggio autentico, senza false modestie, Kidjo è impegnata sul fronte musicale nella rivalorizzazione della tradizione africana, ed è nota come attivista soprattutto nella promozione della scolarizzazione delle ragazzine africane. Stasera si presenta sul palco da sola, al microfono insieme ad un pianoforte a coda e un gruppo di coriste. Kidjo sceglie la strada della popolarità e ripropone sul palco pezzi di sicuro effetto tra cui una versione entusiasta di Redemption Song e un ovvio tributo a Nelson Mandela nel medley Free Nelson Mandela degli Special AKA e Bring Him Back Home di Hugh Masakela.

La serata è conclusa dalla performance poco ispirata dei Dub Colossus Dub Band, vincitori nella categoria Cross Cultural Collaboration a cavallo tra Etiopia e Jamaica passando per il Regno Unito. Purtroppo la formazione prettamente britannica sul palco manca degli elementi che giustificano non solo la propria esistenza ma anche il premio assegnato stasera. La sola presenza etiope è quella dell’ambasciatore Berhanu Kebede scomodato per l’assegnazione del premio.