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l7

di Davide Agazzi

C’è stato un momento storico, nei primi anni ’90, in cui davvero pareva che underground e mainstream potessero convivere. Anzi, in cui l’underground avrebbe preso il posto del mainstream, diventando il nuovo pop. Cosa che, parzialmente, avvenne, anche grazie ad un gruppo come le L7 – quartetto scatenatissimo di ragazze agguerrite che, a colpi di riff, riuscirono a fare breccia nel cuore di molti travalicando i limiti di genere e di stile. Il successo fu tale che le nostre si trovarono presto ad aprire tour di mostri sacri di quella decade, dai Nirvana ai Red Hot Chili Peppers, arrivando a suonare anche sul palco di quella che fu la manifestazione simbolo di questo connubio fra sovra e sotto suolo: il Lollapalooza. Sono anni magici per questo poker di figliole capitanato da Donita Sparks, con i loro brani che finiscono nelle colonne sonore di film di successo (Shitlist, nella colonna sonora di Natural Born Killers, di Oliver Stone) ed i video in heavy rotation su MTV, quando un certo rock lo si poteva ancora vedere in TV. Non mancano gli eccessi della vita on the road: ineguagliabile, in questo senso, il lancio di un assorbente – da parte delle stessa Donita – al proprio pubblico durante un concerto funestato da incidenti tecnici al festival di Reading nel ’92.

Anni nei quali le L7 sono spesso associate dai media al movimento delle Riot Grrrl, senza fare i distinguo del caso, assieme ad altre band completamente o parzialmente femminili dell’epoca come Bikini Kill, Babes in Toyland, 7 Year Bitch o Lunachicks. Poi, il nulla. Cambio di millennio, cambio di pagina. Le ragazze tirano giù il bandone e la band, pur non essendosi mai formalmente sciolta, scompare dai radar fino allo scorso anno. Quindici anni di silenzio, che si interrompono con la timida apertura della pagina ufficiale del gruppo, su Facebook. Donita comincia a postare foto inedite, vecchie locandine, interviste dimenticate. E subito si riaccende anche l’amore dei tanti fan sparsi per il globo, segno che evidentemente, nel decennio precedente, la band aveva seminato bene. È tempo di raccogliere i frutti, con un nuovo tour – con la formazione classica con Jennifer Finch al basso – e, forse, anche un nuovo disco. Intercetto Donita Sparks al telefono, mentre è a Berlino per la parte europea di questo tour che questa domenica farà tappa al Live Club di Trezzano sul Naviglio.

Chi sono le persone che vengono ai vostri concerti?

Dipende dalla location, ci sono persone che non ci hanno mai visto ed altri che invece sono già venuti ai nostri concerti. Li chiamiamo “le vergini delle L7” e “le puttane delle L7”. (ride) Ci sono i vecchi, ma anche molti giovani.

Vi siete fermate, artisticamente parlando, attorno al 2001. Cosa vi portò a smettere?

C’è un modo di dire in America che è “until the wheels fall off” (tr. “fino a che non cadono le ruote”, che significa “fino alla fine”) e fondamentalmente le ruote sono cadute. Non avevamo più un’etichetta, non avevamo più un manager, non avevamo più soldi. E, sai, quando non ci sono più i soldi le cose non sono più così armoniose come potrebbero essere. Pensa ad un matrimonio, ad esempio (ride). E quindi ci siamo rese conto che avevamo quasi 40 anni e che, finanziariamente, non avevamo molto più da dividere rispetto agli anni trascorsi nella band. In quegli anni abbiamo costruito molto, abbiamo fatto molte cose fighissime, abbiamo viaggiato per il mondo ma, avvicinandoci ad un’età più matura, ci siamo rese conto che non avevamo più grosse coperture finanziarie. Ed è per questo che la band si è sciolta.

Penso che uno dei punti di forza di questo nuovo tour stia nel fatto che vi esibite nella vostra formazione originale. Immagino significhi che le vostre relazioni personali sono ancora buone.

Si, sono meglio adesso di sempre. Siamo in un momento di “apprezzamento” per noi stesse e per quello che stiamo facendo. Considera che alcune di noi non si sono viste né sentite per anni, nonostante tutte e quattro viviamo a Los Angeles. Questo non solo ci ha riportato assieme come band ma anche come amiche,.

Ti ho chiesto perché vi siete separate, adesso vorrei sapere cosa vi ha spinto a tornare assieme.

Ci siamo accorte che c’era davvero molto interesse attorno a noi sui social network. Ho aperto la pagina Facebook del gruppo così, principalmente come fonte di foto d’archivio, ed ho subito riscontrato grande interesse e grande entusiasmo. Ed inoltre avevamo comunque bisogno di riallacciare i rapporti tra di noi per via del documentario di prossima uscita. Avevo quindi una sensazione del tipo “ora o mai più”, stiamo invecchiando, non ci saranno molte altre opportunità per fare questo tipo di cose.

Ti sei comunque tenuta impegnata con un altro progetto, gli Stellar Moments. A parte questa parentesi musicale, cosa hai combinato in questi 15 anni?

Ho tenuto un blog sulla cultura pop per quattro anni circa (la rubrica “The spin I’m in” sul blog firedoglake.com) ed ho aperto una piattaforma no profit per musicisti assieme a Kristin Hersh dei Throwing Muses ed alla sua manager che serviva agli artisti a far sentire la propria musica, uno strumento che in qualche modo ha anticipato Kickstarter. Si chiama Cash Music. Ho scritto un po’ di cose, anche musica, di tipo ambient ed elettronica. Adesso vorrei pensare un po’ al materiale delle L7 perché pare che là fuori ce ne sia una gran richiesta.

Ti ringrazio perchè hai anticipato quella che sarebbe stata la mia prossima domanda. Al nuovo tour, quindi, seguirà un nuovo album?

Ci stiamo godendo molto il momento, ci piace suonare nuovamente dal vivo. Dovremo necessariamente fermarci per un po’ quando uscirà il documentario il prossimo novembre e penso che staremo ferme fino alla prossima estate. In quel periodo potremmo scrivere delle cose nuove, non è detto che sarà necessariamente un intero album, a dirla tutta non è detto neanche che avvenga con sicurezza. Dobbiamo parlarne.

Puoi darci altre informazioni su questo documentario?

Sarà la nostra storia, in qualche modo. O, per dirla meglio, una capsula del tempo, che comincia nel 1985 ed arriva fino al 2000. Abbiamo una valanga di video “fatti in casa”, soprattutto per quanto riguarda il periodo degli anni ’90 e questo è il nocciolo del lavoro. Ci sono anche diverse interviste coi media, ed un po’ tutto quello che porta avanti la nostra storia. Sarà un po’ “l’ascesa e la caduta della band” che è un qualcosa che accade a molti gruppi, ma questa è la nostra storia.

Dobbiamo aspettarci qualche sorpresa? Qualche rivelazione o qualche episodio sconosciuto ai più?

Si, decisamente. Ci sono cose che non conoscevo neanch’io. Ci sono interviste a membri della band che mi hanno sorpreso. Forse perché, col senno di poi, si diventa più riflessivi ed è più facile mettere le cose a fuoco, mentre è difficile articolare le proprie sensazioni quando si vive il momento. Quindi sì, ci sono cose che io stessa non conoscevo delle mie compagne.

La scena musicale, e l’industria che la sorregge, è cambiata drammaticamente in questi 15 anni nei quali siete state assenti. Come la vedi oggi?

Non lo so e, francamente, non mi interessa. Non so cosa stia avvenendo adesso nelle major. Quello che posso dirti è che ogni executive che conosco, in questo momento, si sta cercando un altro lavoro. Nel momento in cui uno come Jimmy Iovine, della Interscope, vende cuffie e lavora per la Apple… beh, che dire… (ride) C’è stato un grosso cambiamento nell’industria, questo è evidente. Credo sia bello che i gruppi adesso possano autopromuoversi, così come abbiamo fatto noi. Siamo fortunati ad avere dei fan così dedicati. Ma se sei una giovane band, non so cosa possa aiutarti a distinguerti, ad uscire dal gruppo. Credo che le etichette siano ancora molto utili ed importanti, e quindi è fondamentale che ci siano ancora quelle piccole. Se faremo un nuovo album spero che possa uscire su un’etichetta che ha già altri artisti, così che si possa far gruppo e massa critica. In questo momento siamo assolutamente autonome, abbiamo giusto una persona che ci cura il booking, un manager e la band. Oltre ad una piccola crew e ad un ufficio stampa per l’America ma siamo davvero un’unità molto piccola e compatta. Non so se avremo un’etichetta o meno, in futuro, ma mi auguro che sia così nel caso dovessimo pubblicare altro materiale.

C’è un gruppo che consideri come le nuove L7?

No. Penso che fossimo uniche. Siamo un gruppo punk, ma siamo state accettate anche nella scena metal, nei circoli d’arte, nel mondo della moda. Ed avevamo anche un background politico, coprivamo tanti ambiti diversi, non vedo gruppi oggi – maschili o femminili – che possano dire la stessa cosa.

l7 - Copia

A proposito di politica, pensi che Trump diventerà presidente?

Auguriamoci di no.

E credi che Hillary Clinton sia una riot grrrl?

No! (ride) Non vedo neanche me stessa come una riot grrrl, francamente.

Ho fatto questa battuta perché ero interessato a capire quali sono oggi i tuoi sentimenti rispetto a questo movimento delle Riot Grrrl col quale siete spesso state associate. Ne è rimasto qualcosa?

È stato figo, ma era un movimento politico proveniente dai college e dalle università. Noi eravamo ragazze di città che si muovevano nel ghetto di punk ed arte, non stavamo pensando di formare una band al college. Noi avevamo una gruppo per la strada, di strada. Molte delle ragazze del movimento stavano nei campus ed usavano la musica per portare avanti la loro agenda politica. Noi eravamo semplicemente una band, ed eravamo interessate ad essere una grande band. Eravamo femministe, sì, ma questo veniva dopo la musica. Capisci cosa intendo? Eravamo diverse. Non avevamo un punto di vista politico così pronunciato ed avevamo un seguito per lo più fatto da uomini, non che lo avessimo scelto noi, ma questo è quello che accadde.

Ma voi cercaste effettivamente una collaborazione con questo movimento, o fu più un’etichetta che vi venne messa addosso dai media?

“Riot Grrrl” è una frase accattivante che i media tradussero in “ragazze fiche con una band fica”. Ed il nostro spirito è sicuramente molto riot, ma si trattava di ragazze all’università che volevano mettere su una band con un messaggio politico. Noi non eravamo studentesse, noi avevamo lavori di merda e cercavamo solo di pagare le bollette grazie alla band. Non eravamo a scuola a fare le femministe, capito? Non è un grosso dramma eh, ma sono due cose diverse. Noi ci vediamo maggiormente come una band americana classica come, che ne so, gli Stooges. Non abbiamo bisogno di questo tipo di affiliazione politica.


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