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woods

di Elia Alovisi

Le parole con cui i Woods venivano definiti agli albori del loro successo – parliamo del 2009, di New York City e di un mondo in cui Condé Nast manco aveva sentito nominare la parola “Pitchfork” – aderivano a campi lessicali che possiamo immaginare costruiti attorno ai termini “lo-fi”, “rustico” e “psichedelia”. Così come vuole tuttora lo stereotipo del cantautore da cameretta, Jeremy Earl e Jarvis Taveniere si arrangiavano a buttar fuori pezzi quando ancora non c’erano GarageBand per registrare i dischi e Bandcamp per pubblicarli: e questo, accompagnato a un’indubbia qualità di scrittura, fu abbastanza per far notare il loro quarto LP Songs of Shame ai critici prima e al pubblico americano appena dopo.

Nel giro di due anni, Earl e Taveniere avevano compiuto un ulteriore passo avanti: il primo si era trasferito a Warwick, due orette di strada da Williamsburg. Il secondo proprio lì continuava a vivere, portando avanti come uno studio di registrazione lo spazio in cui il compagno di band aveva sviluppato a partire dal 2006 la sua etichetta Woodsist. Una separazione solo fisica tra due persone interessate a sperimentare diversi spazi creativi e approcci alla produzione musicale: una situazione adatta ad un’evoluzione, sia sonora che personale. Dopo tre ottimi LP in tre anni registrati un po’ in città e un po’ no – At Echo Lake, Sun and Shade, Bend Beyond, 2010-2012 – arrivò una piccola pausa.

Poi, il lavoro della consacrazione: With Light and With Love, smarcamento dall’immagine intima e stortignaccola che li aveva accompagnati fino a quel momento e abbraccio di un’idea più americana, melodica e comunale dell’indie rock che avevano suonato fino ad allora. La velocità del processo creativo, esecutivo e produttivo non era più importante quanto la sua cura: e allora nacque una canzone come Moving to the Left, esempio di come un approccio più – se vogliamo – tradizionale alla produzione musicale possa non snaturare ma potenziare l’attrattiva di una band (a questo punto non più un duo ma un effettivo gruppo). Sun City Eater in the River of Light è il secondo album di questo loro nuovo corso e, per capirlo, ne abbiamo parlato su Skype proprio con Earl.

Se metti accanto Shepherd, il primo brano di With Light and With Love, e Sun City Creeps, il primo di Sun City Eater, sembra che a ‘sto giro vi siate rinchiusi in un capanno in mezzo al deserto, vi siate fatti di psichedelici e abbiate poi registrato il risultato.

Non è esattamente quello che è successo, anche se suona meglio di quello che abbiamo fatto! Non era un capanno nel deserto ma un piccolo studio a Brooklyn. Abbiamo fatto la prima sessione di registrazioni durante un’enorme tempesta di neve – insomma, faceva decisamente più freddo (ride). È il primo album che registriamo interamente in un solo studio.

Come sono cambiati i Woods dopo With Light and With Love? Era il primo LP in cui lavoravate come una band a tutti gli effetti, il primo che registravate semi-professionalmente…

È stata un’esperienza che ha decisamente dato qualcosa in più alla band. Sun City Eater è una riflessione su di noi, e sul modo in cui siamo migliorati a fare quello che facciamo – suonare i nostri strumenti, registrare e produrre. Dopo l’uscita di With Light siamo partiti in tour, e due anni dopo eravamo ancora in giro a suonare. Ma la genesi di questo LP, le prime demo, risalgono a un anno fa. Ogni settimana ci trovavamo e mettevamo insieme qualcosa, per poi ripartire per suonare dal vivo. E quindi nel disco risento l’energia dei nostri live. È stato come se avessimo fatto delle prove durate anni, in un certo senso. Insomma, è bello alternare cinque giorni di studio e due settimane in giro. Ti aiuta a sentire la band come un organismo allenato, ecco.

C’è un’idea generale dietro all’album? “Il mangiatore della città del sole nel fiume della luce” è un titolo piuttosto evocativo.

“In un certo senso, è un disco che racconta il ritorno alla città. La vedo come musica cittadina. I suoni della città. Ho vissuto a Brooklyn per un sacco di tempo ma, circa cinque anni fa, mi sono trasferito a nord nello stato di New York, a Warwick, che è una cittadina quasi rurale, oserei dire. E tornavo a NYC un paio di volte a settimana, ma mi sono messo a vivere una vita più quieta, pacata. Ci trovavamo anche da me per registrare e passare tempo assieme. Ma Sun City Eater è nato interamente a Brooklyn, ed è quindi anche un’accettazione della città. È un album energico perché riflette l’ambiente in cui è stato creato. L’ansia, la frenesia, il viavai in cui ero immerso. E per me questo è il suono di New York, ma è come se potesse applicarsi a qualsiasi città. Ovunque ci siano miriadi di persone a vivere assieme, a passare le loro giornate creando energia, proiettando le loro ansie, la loro rabbia, il loro amore. Per scrivere i testi prendevo e andavo a fare passeggiate con un quadernino, che mi mettevo a riempire seduto al parco.”

Fare arte in una metropoli è molto più pesante, dal punto di vista economico, rispetto a farlo in un sobborgo, o in una città di medie dimensioni. È stato anche questo un elemento che ti ha portato a decidere di andartene da New York?

“Assolutamente. L’area di Brooklyn in cui vivevo sta diventando sempre più costosa. Insomma, ci metto due ore ad arrivare in città, e non è un prezzo alto da pagare. Mi posso permettere più cose, certo, ma quello che fa la differenza è lo spazio. Invece di vivere in una camera da letto in un appartamento ho una casa intera, con un giardino. Il che ti permette di approcciarti alla composizione in modo diverso.”

E si spera sia anche la fine dell’etichetta “band lo-fi da cameretta” che vi è stata spesso affibbiata in passato.

“Sì, i tempi in cui restavo seduto sul letto a registrare con un quattro tracce sono finiti! (ride, nda)!”

Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che i Woods stavano diventando qualcosa di serio e non più solo un passatempo? 

“Penso più o meno nel 2009, quando abbiamo pubblicato Songs of Shame. Iniziò ad attirare molte attenzioni, e da lì cominciammo ad andare in tour molto più spesso di prima. Sai, succede tutto molto all’improvviso. Hai un agente, un ufficio stampa, un pubblicista, inizi a pianificare la tua vita con un anno di anticipo e ti rendi conto che hai un lavoro a tempo pieno (ride, nda).”

Il supporto di testate come Pitchfork fu molto importante, penso.

“Sì, il loro supporto ci ha decisamente aiutati. Prima di apparire sul loro radar abbiamo suonato per anni e anni, e non so cosa sia successo… probabilmente eravamo al posto giusto nel momento giusto, qualcuno di loro ci avrà sentiti per caso e avrà iniziato a parlare di noi.”

Non trovi però che questa struttura per cui un blog, o un sito, possano renderti grande o distruggerti sia problematica?

“Sì, è strano in un certo senso. Da un lato non vorrei fosse così, ma penso anche che sia una sfaccettatura dell’industria musicale di oggi che non possiamo cambiare. Penso che danneggi l’arte nella misura in cui un musicista possa finire più a preoccuparsi del giudizio di una testata che della qualità dei pezzi che sta scrivendo.”

Leggi le vostre recensioni?

“Mi piacerebbe poter dire che ci resto lontano, ma… (ride, nda). Sono così a portata di mano, ti vengono quasi sbattute in faccia. E allora non riesco a non leggerle, ma mi piacerebbe davvero poterti rispondere di no. Penso che sarei un artista migliore se non le leggessi. È bello sentire qualcuno tessere le tue lodi ma è anche bello evitare qualsiasi influenza. Anche la variabile più piccola può essere commentata e farti cambiare direzione: una parola che hai usato in un testo, un suono che hai scelto.

Avete deciso di pubblicare Sun City Eater and in cassetta. Come mai?

“Abbiamo deciso di pubblicarlo su ogni formato! Personalmente, ascolto e compro ancora musicassette. Sono una grande parte della mia vita. Tra l’altro, all’inizio avevo fondato Woodsist [etichetta sua e della band, nda] con l’idea di pubblicare solo in quel formato. Poi le cose si sono fatte più complicate. Ma non ho mai smesso, con il passare degli anni, di ascoltarle. Ne avrò un milione, a casa. C’è stato un periodo, più o meno negli anni del liceo, in cui compravo CD e li copiavo, due a due, in cassetta per ascoltarli in macchina. Ma è proprio questa accessibilità e semplicità ad attirarmi – il fatto che fare una compilation sia così immediato… ed è divertente! Insomma, passare una serata a pensare e registrare qualcosa per un amico. E c’è quell’aura da arte morente…

Per caso ti è rimasta nel cuore qualche cassetta che ascoltavi da ragazzo? Magari qualcosa che ti ha passato tuo padre?

“Certo! Quando i miei passarono dalle cassette ai CD iniziai a esplorare la loro collezione – la volevano buttare, e la presi io – e ricordo che la prima che mi colpì e ascoltati fu Déjà Vu di Crosby, Stills, Nash & Young. La ascoltavo a ripetizione. Avevo, e ho, cassette ovunque. Ne ho due pile in bagno, assieme a un piccolo registratore, e le ascolto ogni mattina mentre mi faccio la doccia.”

Colgo il collegamento con Déjà Vu per dirti che, quando ho ascoltato per la prima volta Politics of Free mi è venuta subito in mente Our House, per quel senso di comunanza che entrambe emanano – “In this house of hospitality”, canti…

“Assolutamente! Esatto. Insomma, quell’album mi ha accompagnato lungo tutta la vita, da quand’ero piccolo a oggi. Non che fosse un’esplicita citazione di Our House, ma posso dirti al 100% che ha senso, è un’influenza subconscia.

Siete arrivati a un punto in cui la band e l’etichetta sono abbastanza remunerative da permettervi di lavorare solo con la musica?

“Personalmente sì, negli ultimi anni i Woods e Woodsist sono diventati tutto quello che faccio, ci investo quasi tutto il mio tempo. Ma il trasferimento a Warwick di cui ti parlavo prima è stato decisamente importante perché oggi io ti possa dire che riesco a vivere di tutto questo.”

Che cosa ti ha insegnato l’esperienza di Woodsist? Oltre a pubblicare dischi organizzate anche un festival, ed è comunque un gesto identitario prendere la decisione di fondare una propria etichetta piuttosto che affidarsi al lavoro di altri.

“Ti da’ una visione particolare dell’industria musicale che credo poche band con contratti “normali” abbiano. E alcune cose funzionano meglio, altre peggio. Ci sono alcune parti decisamente monotone della giornata lavorativa che vanno comunque fatte, dal mandare email a qualsiasi necessità di manutenzione. Ma mi piace poter mettere mano a qualsiasi aspetto legato alla mia musica, ti lascia una grande soddisfazione: suonare il disco, registrarlo, produrlo, stamparlo, venderlo autonomamente.”

Senti “tuo” questo ruolo da mastermind?

“Sì, penso di esserci progressivamente finito dentro sempre di più. Non ci sarebbe però niente di male a fare solo il musicista. Sicuramente avrei molto più tempo libero (ride, nda).

Domanda che cerco di fare sempre a chi scrive testi: crescendo, quali sono stati gli immaginari, gli approcci di scrittura che più ti hanno toccato? 

“Ti devo fare per forza i nomi di Townes Van Zandt e Simon Joyner. Insomma – è folk, è country, ma Townes in particolare ha una grande capacità di comunicare messaggi universali, in cui chiunque può ritrovarsi, tenendosi attorno un’aura sempre leggermente buia. Non sono cose che ho ascoltato molto crescendo, penso di essere veramente arrivato ad apprezzare il country quando ho finito l’università.”


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