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bologna violenta

di Luca Doldi

Esistono pochissimi progetti come Bologna Violenta in Italia. O meglio: ne esistono molti, ma pochi hanno saputo catalizzare l’attenzione come la creatura di Nicola Manzan. Nel 2016 il suo progetto arriva al decimo anno di attività e nel nostro paese, se consideriamo la violenza delle sonorità che propone, è un piccolo miracolo. Il grind come genere è la nicchia delle nicchie, e riuscire a dargli tutta questa visibilità non è cosa da poco. Manzan è un artigiano, come lo ha definito il nostro Marco Pecorari recensendo il suo ultimo album Discordia su Rumore di aprile – e con cura manufatturiera, negli anni, ha lavorato al suo prodotto affinandone le qualità e limandone le imperfezioni.

Discordia è uscito l’11 aprile, ed è stata una svolta importante: per la prima volta Bologna Violenta non è più one man band ma un duo a tutti gli effetti, sia sul palco che in studio. L’ingresso nel progetto del batterista Alessandro Vagnoni ha cambiato gli equilibri, portando a un nuovo livello di complessità l’impianto sonoro su cui Nicola si era basato finora. Ho parlato con lui al telefono nell’unico giorno di pausa fra le primissime date del suo nuovo tour e una trasferta in Sardegna. Ne è venuta fuori un’intervista molto intensa. Si è parlato del nuovo disco ma anche delle vicende spinose legate al precedente – Uno bianca di bilanci sulla propria vita e di collaborazioni.

Ho visto che avete fatto un po’ di chilometri in questi giorni, siete stati a Bari, giusto?

Sì, circa duemila chilometri. Abbiamo fatto proprio il giro dell’Italia. Domani si riparte per la Sardegna quindi oggi spedizioni, cambio corde, ripristino merch e via.

Quante date fate in Sardegna?

Abbiamo Cagliari e Sassari, i grandi classici. Solo che andiamo in macchina e quindi vuol dire che partiamo domani in tarda mattinata, abbiamo il traghetto alla sera da Livorno e torniamo lunedì. Suoniamo la stessa sera del giorno in cui arriviamo, è un po’ devastante. L’abbiamo già fatto, e il problema è che arrivi alle sette di mattina a Olbia che sei sfasciato – perché ovviamente si viaggia in super economia fra i camionisti. Arriviamo presto, ci accaparriamo tre posti e poi si dorme durante il viaggio. Così, rock n’ roll, ci piace.

Il pubblico sardo vi ripaga di tutta questa fatica?

Ho suonato in situazioni molto diverse fra loro. Due volte al Karel Music Expo, che è un festival grosso, dove ha suonato gente tipo gli Orbital, e al teatro civico di Cagliari – che è stato bombardato ed è stato lasciato senza tetto, una roba fighissima. Poi ho suonato in una piazza a Olbia su un palco enorme, e in un baretto a Carbonia. Ho un po’ di pubblico proprio di affezionati di quelli che non mollano mai. Poi ci sono anche quelli che capitano ai miei concerti, però è sempre molto bello. L’ultima volta che ho suonato a Sassari ci sono stati due episodi abbastanza clamorosi: stavo suonando i pezzi di Uno Bianca, sentivo della gente che urlava e pensavo, “ce l’hanno con me questi!” E,invece, tra un pezzo e l’altro, ho sentito uno che urlava “SBIRRI DI MERDA! SBIRRI DI MERDA!” e “VIVA SATANA!” Quindi per rispondere alla tua domanda, com’è il pubblico? È fuorissimo.

BV/DFB Split by BOLOGNA VIOLENTA / DOGS FOR BREAKFAST

Vi siete trovati subito in sintonia con Alessandro? Da quanto suonate assieme?

Esattamente un anno, perché lo split con i Dogs for Breakfast è uscito il 17 aprile di un anno fa e da lì abbiamo fatto date subito in estate, poi il tour europeo con i Surgical Beat Bros. Adesso siamo veramente caldi e pronti. Sintonia c’è, anche se siamo persone completamente diverse – e meglio così, perché se fosse come me sarebbe un dramma. L’ho conosciuto parecchi anni fa tramite quello che era una volta il fonico di palco dei Baustelle, quando io suonavo con loro. Era il cantante degli Infernal Poetry, con cui suonava Alessandro. Non ricordo se lui fosse venuto ad un concerto dei Baustelle o altro, ma a un certo punto ha iniziato a venire ai miei concerti. Abbiamo iniziato a sentirci, ha cominciato a mandarmi roba sua, a stalkerarmi, a dirmi “Dai, vengo a suonare con te”. È stato molto bravo, e non era neanche l’unico, però alla lunga ci siamo un po’ conosciuti. Sai, ti scrivi sempre, ti confronti su varie cose e lui mi sembrava esattamente quello che stavo cercando. Un musicista preparato, che legge la musica e sa anche produrre i pezzi.

Tu hai sempre fatto tutto da solo, giusto?

Sì, infatti i pezzi di batteria sono praticamente insuonabili. Calcola che ho sempre scritto le parti di batteria al computer, quindi puoi fare anche le cose per batteristi con tre braccia senza nessun problema. Lui si è trascritto i pezzi dei dischi vecchi e se li è imparati. C’è anche una foto che ha usato come immagine di copertina su Facebook con tutti i brani trascritti a mano. È proprio un nerd incredibile. Però era l’unico sistema, perché di batteristi bravi ce ne sono tanti ma avevo bisogno di uno che capisse il senso dei brani, e lui l’ha capito da solo. Gli ho affidato anche il mix del disco, che è una cosa che non avrei mai pensato di fare.

Non deve essere facile far mettere le mani sulla tua musica dopo che per dieci anni hai sempre fatto tutto da solo.

Hai capito perfettamente. Sai, ho in testa un determinato suono, ho in testa tutto. Avevo provato qualche anno fa a far masterizzare Utopie e piccole soddisfazioni in uno studio professionale. Poi l’ho ascoltato in autoradio mentre tornavo a casa, ho guardato [la mia ragazza,] Nunzia e le ho detto “No, me lo faccio io il mastering”. Perché bisogna anche conoscere i generi, bisogna essere un po’ dentro a un certo mondo. Non è che puoi fare sempre un lavoro standard. Di solito ci sono delle regole abbastanza canoniche, ma il mio è un genere strumentale in cui magari devi tenere fuori gli archi al posto della voce. Devi stare attento a cose particolari. E sono contentissimo del lavoro di Alessandro. È stato sicuramente meglio di come l’avrei fatto io, quindi non avrei potuto chiedere di meglio.

Devo dire che Discordia suona quasi completamente diverso dai dischi precedenti, e sembra più “normale”. Con una batteria umana.

In tanti mi dicono questa cosa, e lo riconosco. Per fare i pezzi di Bologna Violenta sono sempre partito dalle batterie. Ogni strumento ha i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi limiti. Se prendi una chitarra con un’accordatura standard le cose che ti escono sono sempre più o meno le stesse per una questione di comodità, di “logistica” sul manico. Calcola che io sono diplomato in violino, ho studiato i capricci di Paganini. Alla fine ti ritrovi a fare quindici anni di scale e arpeggi, tecnica e solo tecnica. Ho un modo di usare la chitarra abbastanza particolare per certe cose. Non so suonare le pentatoniche, le scale, eccetera. Per me la chitarra è la versione armonica del violino. Invece di avere una voce alla volta ne posso avere addirittura sei, a volte troppe. Ci sono queste progressioni che sento un po’ mie, ormai. Partendo dalla batteria, mi son trovato a scrivere parti che avessero un senso a sé stante. Con Alessandro questa cosa non c’è più. Mi ha mandato una trentina di batterie e poi, pian piano, ho cercato di crearci sopra dei pezzi. Questo però mi ha costretto a creare dei fraseggi di chitarra che non fossero ripetitivi, non in loop, ma sempre considerando la divisione di battute di quattro in quattro. La scrittura è venuta quindi un po’ più dilatata.

Quindi hai usato lo stesso metodo di composizione di prima solo che ti sei fatto fare le batterie da un altro?

Esattamente, secondo me è la mia arma vincente (ride, ndr). È una cosa particolare che non so in quanti facciano, è straniante anche per me. Non ho riff registrati nel computer, ho un mare di batterie. E da quelle poi devo partire. È l’unico modo per me, altrimenti prendo la chitarra in mano e mi vengono fuori solo riff alla Pantera. 

DISCORDIA by BOLOGNA VIOLENTA

Infatti Discordia ha dei tempi e minutaggi molto più dilatati rispetto a prima. Con i dischi precedenti era uno schiaffo continuo, adesso invece ci sono anche un po’ di “aperture” – fra virgolette, perché per la tua musica è un termine un po’ azzardato.

È stata un po’ una sfida fra nerd. Mi viene in mente un pezzo come Binario morto, che a me piace molto ed è probabilmente il mio preferito del disco. È un esempio di pezzo molto lungo [due minuti e mezzo, nda] che sta in piedi da sé, con tutta quella parte centrale molto lenta, doom. Una volta facevo quasi a gara con me stesso per creare cose brevi, anche perché se scrivi con i campioni di batteria in griglia sul computer a un certo punto ti rompi anche il cazzo. Tum pa pa tum pa pa… Hai pochissimi mezzi espressivi. Rullo, charlie, crash. Arrivi subito a dire la cosa che volevi dire. Ora è stato tutto più lungo. Quando ho visto che il primo pezzo del disco durava tre minuti e quaranta, mi son detto “oddio sto sbagliando qualcosa”. E invece vedo che funziona, anche dal vivo. 

Più che un disco grind, Discordia sembra più vicino a un album dei Fantômas, come genere e come sonorità.

Un po’ sì, è vero, anche se i Fantômas non li conosco molto. Ho ascoltato Director’s Cut e basta, se non sbaglio. Tendo a non ascoltare la musica simile alla mia perché poi altrimenti va a finire che ti ritrovi a copiare senza volerlo, ed è una cosa abbastanza triste secondo me.

Tornando a Binario morto, che hai citato prima – i titoli di Discordia fanno riferimento al tuo vissuto o nascono da suggestioni?

Un po’ e un po’. Per Binario Morto faccio riferimento alla tragedia di Crevalcore, che poi è anche la copertina del disco. Abitavo a San Giovanni in Persiceto, che è a venti chilometri da Bologna. Sulla strada per Finale Emilia, credo, trovi Crevalcore. Mi sono svegliato una mattina e sentivo sirene ovunque, un macello. Non capivo cosa fosse successo, ho acceso la TV e ho scoperto che a cinque chilometri da casa mia c’era stato questo incidente ferroviario, che è quello della foto di copertina. Un treno di pendolari si era schiantato nella nebbia contro un treno merci fermo, che tra l’altro era pieno di putrelle di acciaio. Molti morti, anche se non so di preciso quanti perché, dopo Uno bianca, cerco di non addentrarmi troppo.

Appena ho visto la copertina ho detto: “Ecco, ne ha combinata un’altra delle sue, adesso gli fanno ancora il culo”.

No, infatti guarda, appena ho pubblicato l’immagine di copertina uno mi ha scritto “non trovo giusto usare questa immagine..bla bla bla”…che palle! A me piace molto l’immagine perché sembra proprio un treno dentro l’altro, quasi come un drago che si mangia un altro drago.

bologna violenta

Parliamo un po’ degli altri titoli.

Lavoro e rapina in Mongolia si riferisce a un fatto preciso. Dovevo fare un disco con gli Ulan Bator, ma alla fine non se ne è fatto niente. Non so bene perché, era anche un disco figo – ma alla fine ho lavorato più di un mese per niente, e volevo esorcizzare questa cosa. Poi mi è arrivato questo disco di un cantante mongolo… l’ho usato in tutte le parti “tranquille” del pezzo e non so neanche come si chiami. L’ho cercato anche su Shazam o robe del genere, ma non è venuto fuori nulla. Mi è arrivato un CD-R con la copertina fotocopiata, portato da uno che tornava da un viaggio, non so altro. Da qui il titolo. Uno bianca era un disco a programma, ora volevo un po’ tornare a fare musica. Dare un minimo di concept di inquadratura, ma poi lasciare spazio. Anche perché ho passato dei mesi abbastanza travagliati tra me e me.

Era una domanda che ti volevo fare. Nel comunicato stampa fai riferimento a lotte personali – di che tipo?

Ho compiuto quarant’anni e, in fase di avvicinamento ai quaranta, ho iniziato a fare bilanci sulla mia vita. Sono momenti in cui metti un po’ tutto in discussione perché va tutto bene, ma va anche tutto male. Esco da due anni in cui non ho fatto tanti concerti per vari motivi, quindi sono mancate anche un po’ di entrate dai live. Ti ritrovi a fare un disco e pensi “chissà cosa succederà”… niente, è una questione di contrasto anche fra me e me. I titoli dei pezzi rispecchiano anche i miei sentimenti e storie vissute, ma ci sono anche riflessioni sul mondo.

DISCORDIA by BOLOGNA VIOLENTA

Riflessioni sul mondo – ad esempio?

C’è Colonialismo, in cui Monique Mizrahi degli Honeybird and the Birdies suona il charango – una sorta di mini chitarra sudamericana che una volta facevano col guscio dell’armadillo. Si è invasata di questo strumento e mi ha mandato un pezzo di cui mi sono innamorato in un secondo. Ho provato a metterlo su una batteria di Alessandro, ci stava e l’ho arrangiato alla Bologna Violenta. Mi piaceva questa cosa di un pezzo che ha viaggiato da una parte all’altra del mondo. Oltretutto era un periodo in cui la questione dei migranti era molto calda, mi piaceva l’idea di un pezzo quasi di world music per raccontare queste cose a mio modo. Il titolo mi è uscito subito, anche perché sono convinto di come stiamo pagando ora gli anni del colonialismo. Il visual che ho preparato per il live è preso da Africa addio, dello stesso regista di Mondo cane – un film molto bello anche se a tratti inguardabile, in quanto è di una violenza inaudita. Parla proprio di quello che è rimasto in Africa alla fine del colonialismo, ed è una visione molto destrorsa. Il messaggio che da è: “Vedi, vanno via i bianchi e i ‘negri’ – come li chiamano nel film – fanno danni”. Non so se sia voluto o se ci sia del sarcasmo. Per dire, fanno la caccia alla volpe legando un pezzo di carne a un nativo per farlo rincorrere dai cani… Comunque, a me piace decontestualizzare queste cose. Per cui nel visual la questione si capisce, ma non è così diretta.

Parlando di Uno Bianca: se non ricordo male erano usciti degli articoli anche sui quotidiani per la scelta del titolo e delle tematiche. Ti sei pentito di qualcosa, oppure rifaresti tutto allo stesso modo?

Domanda molto interessante, più che altro perché sono successe anche delle altre cose che non posso raccontare. Fra queste, oltre alle polemiche per il disco, avevamo avuto anche l’idea di far partire il tour da Pesaro, come nelle vicende della Uno bianca. Anche su quello il Resto del Carlino mi ha attaccato, e ho avuto vari problemi… forse quello non lo rifarei. Non suono per diventare un fenomeno mediatico, andare a Pomeriggio Cinque a fare la vittima, il caso umano. Voglio suonare e basta.

Sei appassionato di cronaca nera? O è più una questione legata al ricordo personale magari?

Non tantissimo, ma ci sono dei casi che mi hanno lasciato qualcosa dentro. La Uno bianca è una cosa di cui avevo sempre sentito parlare ma non avevo mai approfondito. Appena mi sono trasferito a Bologna mi ci sono scontrato. Accendi la TV e parlano della Uno bianca. Vai a bere qualcosa con gli amici, ti becchi al Pilastro e ti trovi vicino al monumento dei Carabinieri. Sai, ti sale la curiosità. E la prima cosa che ho pensato è stata “magari ci faccio un disco”. Non dico che sia il mio disco più bello, ma penso sia un po’ l’apice della musica di Bologna Violenta.

Uno Bianca by BOLOGNA VIOLENTA

Al di là del genere, penso sia proprio questione del modo di raccontare i fatti – le date precise, e la musica che racconta eventi realmente accaduti in quel modo cruento ed estremo. Non capisco cosa ci sia di diverso da un libro, e quindi neanche il motivo di tutto il polverone che si è alzato.

Secondo me è accaduto un po’ perché il giornalista del Resto del Carlino ha voluto interpretare a suo modo la cosa. Sono stato anche intervistato e sono rimasto al telefono un’ora con lui che cercava in tutti  i modi di, come dire… rompermi le palle. Comunque avevo già parlato con la presidentessa dell’associazione delle vittime, mi ero portato avanti. Se mi avesse detto “no, tu questa cosa non la fai”, non l’avrei fatta. Comunque vai a toccare il dolore delle persone, e non voglio lucrare sulle tragedie del prossimo. Voglio solo raccontare una storia e voglio che le generazioni più giovani la conoscano, visto che ormai comincio ad avere una certa età [ridiamo, nda]. 

Ti dico, io sono dell’80 e ne ho sentito parlare solo come eco di una vicenda molto lontana, senza mai venirne a contatto veramente. La prima volta che ne ho sentito parlare entrando nel merito della questione è stato quando è uscito il tuo disco.

Calcola che è una storia che ha a che fare con polizia, stato… ho anche avuto la fortuna di parlare con alcuni parenti delle vittime e l’impressione, anche dai loro racconti, è stata quella. Quando è uscita la notizia hanno cominciato a scrivermi “chi cazzo sei, cosa vuoi…” volevano sapere, naturalmente, e io ho spiegato a tutti le mie motivazioni, con il materiale che avevo, comunicato stampa, guida all’ascolto. A tutti ho inviato il disco, dicendogli di ascoltarselo e di dirmi cosa ne pensavano. Tanto che con uno di loro siamo ancora in contatto su Facebook. La cosa assurda è che lui era uno di quelli più incazzati e invece poi ha capito il senso. Anzi, mi ha ringraziato e mi ha anche detto che gli piaceva perché c’erano alcune parti che gli ricordavano i Throbbing Gristle. Da un lato è stata molto sofferta. Se devi fare un disco su un argomento del genere dopo un po’ vai fuori di testa. Ho sognato per tre mesi poliziotti che mi inseguivano. Ho vari libri sull’argomento e a furia di leggere, documentarmi, guardare video su YouTube, immagini, la cosa diventa un po’ pesantina. Anche perché la sensazione è che la storia non sia chiusa. Mi è capitato anche che vari amici mi abbiano mandato su FB foto di scritte comparse a Bologna poco dopo l’uscita del mio disco.

Sei andato a toccare un nervo scoperto diciamo.

Sì, per questo sul comunicato stampa di Discordia ho scritto “Un disco di cronaca è stato sufficiente per farmi capire che certi piedi non vanno calpestati”. Io adesso faccio musica beat, con i fiorellini. Non me ne frega più un cazzo. A me piace suonare, non voglio avere più a che fare con cose del genere. È stata un’esperienza molto forte e mi ha fatto capire che in Italia le cose vanno così. Vai a raccontare una storia seriamente, fatta bene, e ti ritrovi ad avere dei problemi. Questo ti fa capire che la Uno bianca è ancora qui.

Tornando invece a cosa più leggere, per concludere in serenità, stai collaborando con qualcuno in questo periodo oppure sei concentrato sulle tue cose e basta?

Sono concentratissimo sulle mie cose, finalmente, anche perché molte volte è un dramma riuscire a mettere insieme tutto. Sto collaborando in maniera saltuaria con la Byzantium Experimental Orchestra di Bruno Dorella, con la quale ho fatto tre concerti di cui due sonorizzazioni, ogni volta con un repertorio diverso. Bruno ci da’ delle parti da sviluppare e noi ci lavoriamo. Per l’ultimo film che abbiamo fatto, L’Inferno di Dante, è stato molto bello. Siamo in nove e c’erano casualmente diciotto capitoli. Ne abbiamo gestiti due a testa, e ci siamo ritrovati con cose molto diverse. Io ho fatto l’introduzione, un pezzo molto tranquillo, e poi la parte sugli eretici dove – su consiglio di Bruno – ho trascritto un pezzo degli Slayer per violino, violoncello, clarinetto e flauto. Sto inoltre lavorando parecchio come arrangiatore e violinista – ho sempre parecchio lavoro perché ho tanta gente che mi chiede di suonare. Negli ultimi mesi sono usciti vari dischi dove ho collaborato, come quello dei Fuzz Orchestra, i Liquido di Morte, Ugo Cappadonia. Adesso deve uscire il disco di Andrea Mirò, dove ho fatto gli archi in due o tre pezzi. Questa è la costante che mi fa pagare un po’ di bollette. Io poi mi registro da casa – anzi, mi registra Nunzia perché abbiamo la casa cablata. Io sto giù nel seminterrato e di sopra c’è lei che mi registra. Quindi diventano lavori abbastanza veloci, senza doversi spostare, e si riescono a mantenere budget sostenibili con buoni risultati.

DISCORDIA by BOLOGNA VIOLENTA


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