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di Davide Agazzi / foto di Antonio Viscido

Dopo aver avuto la possibilità di passare una trentina di minuti con Bilal, IL soul singer di Philadelphia, e dopo averlo visto dal vivo ieri sera a Firenze per la prima data italiana del suo tour acustico (che prosegue stasera a Bologna e domani a Milano) posso dire con certezza che il ragazzo è maledettamente sincero ed intellettualmente onesto. È lui stesso a dichiarare durante l’intervista (che potrete leggere a breve qui su Rumore) che l’idea di svestire le proprie canzoni per proporle in formato acustico non lo avesse – come dire – esattamente conquistato fin dal principio. “È stata un’idea del mio manager”.

Mica facile, del resto, privarsi di produzioni come quelle firmate da Dr. Dre o J Dilla per quanto la vocazione strumentale fosse già più che presente nel percorso artistico di Bilal – con la mente che immediatamente torna allo sfortunato Love for Sale, album che sancì la fine della sua collaborazione con Interscope Records (non felice di questo tipo di approccio “live”) e la scomparsa del nostro dai radar della musica per quasi un decennio. È anche certo, però, che l’autore di Soul Sista tenda, a volte, a sottovalutarsi. In fondo, che te ne fai di un super beat quando hai questa voce?

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All’usignolo di Philly servono infatti giusto due brani per scaldare un po’ l’ugola e rompere il ghiaccio col pubblico arrivato in sala. Superata l’emozione, con i primi pezzi forse un po’ freddi, il resto del concerto è in discesa, destinazione successo. Ovvio, l’operazione di decostruzione non riesce sempre allo stesso modo e, in questo senso, sembrano essere le canzoni più recenti quelle che meglio si prestano a questo tipo di processo, ma va detto che il concerto – 60 minuti netti – funziona alla grande.

Sul palco ci sono altri due musicisti, un basso ed un’altra chitarra che va così ad affiancare quella imbracciata dallo stesso Bilal. Nella scaletta della serata c’è spazio anche per due cover, entrambe già edite, dedicate a due artisti recentemente scomparsi: Letter to Hermione di David Bowie, e Can’t Hide Love degli Earth, Wind and Fire, dedicata a Maurice White. C’è tempo – visto che siamo nel mese della Black History Month – per un “caloroso” saluto a Donald Trump, così, per ricordarci che il soul celebra l’amore ma non porge l’altra guancia.

Bellissima serata, ed un plauso va anche agli organizzatori, per aver scommesso su un grandissimo artista che, come spesso accade, da noi ha praticamente zero promozione (non c’è un suo brano in radio, e dire che certo non gli mancherebbero i “singoloni”) e che promuove un genere che qui non è mai stato capito. Al massimo scimmiottato, e pure male.