henry rollins

di Stefania Ianne

Una forza della natura Henry Rollins. Mai fermo, sempre pieno di progetti e pieno di parole. Soprattutto parole, non più cantate. Una cosa è certa: Rollins non suona e non canta da una vita. Eppure ha un seguito invidiabile. Non viene spesso in Europa; l’ultima volta 4 anni fa, circa, la prima volta che ho visto Henry Rollins dal vivo. Difficile che l’Italia possa mai essere parte del suo itinerario. Uno spettacolo di parole in inglese. Non ha senso.

Come quattro anni fa Rollins arriva in nero, la maglietta a stento copre la muscolatura e i tatuaggi, ci confessa che fa training tutti i giorni. I capelli, bianchissimi in netto contrasto con le sopracciglia ancora nere. Un uomo in bianco e nero anche nelle opinioni. Ci promette di torturarci con le sue parole per tutta la notte. Parte come un treno. Ci dice che preferisce liberarsi della parte noiosa subito, senza premesse. La parte politica della serata. Quella che gli sta più a cuore. Inizia subito con un attacco contro i cittadini statunitensi, i suoi compatrioti. Odia il collettivo del ‘noi’, ci ripete spesso che odia il concetto collettivo della razza umana che si indigna, odia e si lamenta senza soluzione di continuità, negando il concetto dell’individuo, di un essere pensante che possa avere idee diverse rispetto al noi collettivo, patriottico, razzista, violento, intollerante. “I’m done with WE”, non ne posso più. E invece ci adora uno per uno, nel nostro singolo, imperfetto, vulnerabile stato di individui eccezionali.

“I have many heroes”, ci dice. I suoi eroi sono ragazzi normalissimi come il ragazzino diciassettenne gay che gli manda email dall’Iowa, con i genitori pronti a mandarlo in una clinica per curarlo dalle sue tendenze sessuali. Ha iniziato a rispondere a questo ragazzo e gli manda musica illegalmente. Giga e giga di file elettronici, per aiutarlo a resistere allo stato di odio che lo circonda. Un’altra eroina che ha citato è stata una ragazza ventenne che ha preso 4 treni e attraversato varie frontiere europee per riuscire a vederlo in Germania. La ragazza lo ha aspettato alla fine del concerto per porgerli una penna e una serie infinita di materiale da firmare, nonché di foto da fare insieme. Il tutto non poteva non concludersi con una chiacchierata per capire subito che la ragazza era vittima di un violento trauma, e aveva risposto con dei tentativi di suicidio e l’autolesionismo. Se lui con la sua presenza anche virtuale può aiutare, lui c’è. Sono questi i suoi eroi normali, in un paese, gli Stati Uniti, che si crede soprannaturale, una credenza instillata nelle menti umane dalla nascita. E invece no, Rollins ripete con forza, non c’è nulla di speciale nella celebrazione dell’odio.

Rollins è un oratore naturale. Sempre coinvolgente, carismatico e divertente da morire. Confesso di essere reduce di un volo internazionale di 18 ore quando mi reco al Barbican, stasera. Mi dico è un errore, non resisterò. E invece, la stanchezza svanisce, Rollins è effettivamente una forza della natura e ha talmente tante storie da raccontare. Una vita nella musica e inizia raccontare dai suoi inizi a Washington DC, da ragazzo goffo e arrabbiato che ha canalizzato la sua rabbia nella musica e nelle parole.

È una settimana importante quella che abbiamo appena vissuto nel mondo della musica, segnata dall’annuncio della morte inaspettata di David Bowie. Londra è in lutto. E Rollins ci diletta con un suo aneddoto speciale su Bowie e come sempre ci strappa un sorriso con i sui racconti dominati dall’autoironia. Erano gli anni novanta. Un festival, la Rollins Band era sul palco alle 8 di mattina. Non che importasse a nessuno, ma per loro era un concerto pagante. Alla fine del set (visto da nessuno, ovviamente) erano pronti a partire. Un piccolo dettaglio: il loro autobus era bloccato dagli autobus delle superstar che si sarebbero esibite dopo di loro. E quindi niente da fare, non si va da nessuna parte. Rollins inizia a girovagare, fino a quando non decide di andare a mangiare qualcosa nel tendone nel retro del palco. Una presenza bionda lo scorge e lo chiama: “Rollins”. Henry ovviamente è pietrificato dalla presenza ravvicinata del mostro Bowie. Parliamo della prima metà degli anni ’90. Bowie è una leggenda. Rollins è pietrificato perché in fondo lui è una persona normale, un fan, e ancora non riesce a credere che Bowie lo abbia riconosciuto. Non solo Bowie lo riconosce, ma lo conosce benissimo. Ha una conoscenza enciclopedica, ci dice. Non solo leggeva i suoi articoli ma, mentre parlavano, citava e rispondeva a delle affermazioni specifiche che Rollins aveva fatto nei suoi articoli.

Mentre Rollins ancora cerca di riprendersi dallo shock, Bowie lo invita a pranzo dove possono continuare la loro conversazione. Rollins all’epoca aveva già iniziato con la sua produzione vocale e aveva in mente un progetto che gli stava a cuore, che all’epoca discusse con Bowie. Voleva creare un CD audio con la voce di Hubert Selby, Jr. mentre leggeva le sue opere accompagnato dalla chitarra di Lou Reed. Due figli di New York per eccellenza, un sogno di Rollins unirli in una pubblicazione. Un piccolo problema insormontabile. Lou Reed è inavvicinabile. Consapevole della futilità della sua richiesta, Rollins chiede a Bowie di parlarne con Reed. Anche se è consapevole che Bowie sicuramente se ne dimenticherà due minuti dopo la fine della conversazione. A quel punto il resto della Rollins Band entra nel tendone, e tutti scorgono Rollins in conversazione fitta con Bowie: “now they like me!”, esclama. Ora sì che i musicisti della Rollins Band iniziano ad apprezzare il proprio leader. Solo per quei pochi minuti necessari a farsi presentare a Bowie!

Dopo che Bowie li abbandona per prepararsi alla performance, tutta la Rollins Band chiede alle sue guardie del corpo se possono vedere il concerto dalle ali del palco. Ma i monitor sono a livelli bassissimi, quasi muti. La Rollins Band viene invitata nella sala in cui il concerto viene proiettato privatamente con acustica perfetta. Un momento magico, Rollins ci dice. Ovviamente dopo qualche giorno nel suo minuscolo appartamento a New York il telefono inizia a squillare. Rollins lo disseppellisce da sotto una pila di spazzatura, libri, eccetera. Non lo usa mai, non lo chiama nessuno, ci dice. Una voce che riconosce nel suo DNA lo assale. “Hey Henry, did you want to speak with me?” Ovviamente era Lou Reed. Ovviamente Bowie non aveva dimenticato. Ovviamente l’audio CD Herbert Selby, Live in Europe, fu pubblicato nel Maggio del 1995 dalla 213CD, casa editrice per audio-CD creata da Rollins stesso.

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In questa fine 2015/inizio 2016, giorni intensi per numerose morti celebri, Rollins non poteva non ricordare la presenza di Lemmy dei Motörhead nella sua vita. Tanti episodi da raccontare, come le risposte monosillabiche di Lemmy ad un convegno ricco di celebrità musicali a cui entrambi sentivano di essere stati invitati per errore. Diamanda Galás e Leonard Cohen facevano parte del pannello di oratori. Lemmy, come Bush con Blair (Yo Blair!) passa un bigliettino autografo a Rollins: “WTF am I doing here?” un pensiero che combaciava esattamente con quello di Rollins, soprattutto dopo l’incontro enigmatico con Cohen. Rollins premette che conosce Diamanda Galás benissimo. Lei è di un’intelligenza soprannaturale, ti distrugge con i suoi argomenti in un minuto, ci dice. E ovviamente Galás era in conversazione con Cohen. Rollins cerca in tutti i modi di farsi notare. E ci riesce, ma l’incontro non è lusinghiero. Le parole criptiche di Cohen: “Rollins, you are prolific”. Grazie, Leonard – cosa rispondere ad un mostro come Cohen? La paralisi assoluta prende possesso di Rollins. È per questo probabilmente che ha impiegato un po’ a capire che praticamente Cohen gli stava comunicando in maniera educata che Rollins pubblicava tutto quello che gli passava per la testa, mentre Cohen aveva il coraggio di buttare centinaia di pagine dei suoi scritti fino a quando non trovava la forma perfetta. Bel complimento.

Mentre a Lemmy apparentemente non importava nulla di nulla. Dopo una risposta molto aulica e complessa della Galás ad una domanda dal pubblico, una risposta che nessuno aveva capito perché il cervello collettivo del resto della sala era troppo limitato per l’intelligenza della Galás, Lemmy prese il microfono per prendere la parola semplicemente per dire: “That’s BS”. E tutto il pubblico andava in visibilio. Anche una risposta di Rollins ovviamente subì lo stesso trattamento da parte di Lemmy, con grande gioia del pubblico.

Ma Lemmy semplicemente era un: “sweetheart”, una persona dolcissima, ci dice Rollins, nonostante la facciata da duro rock’n’roller. Un uomo di poche parole a cui non poteva mancare una famosissima marca di liquido alcolico bronzato, come descritto da Rollins, nemmeno sui voli di linea, come Rollins ha potuto sperimentare di persona su un volo per una località isolata scandinava, per un festival in uno spazio remotissimo, praticamente all’interno di un fiordo. L’aero minuscolo sotto il caldo ossessivo dell’estate stazionava in attesa infinita di alcuni passeggeri in ritardo. Ovviamente i ritardatari erano i Motörhead. L’odore delle giacche di pelle mista a sudore e nicotina giunge violenta alle narici di Rollins molto prima che la band entri nel suo campo visivo. E quando l’assistente di volo non produce magicamente una bottiglia di tale liquido prezioso, ovviamente fanno ricorso alle scorte personali. Ma a parte questi aneddoti piuttosto scontati, due episodi rimangono impressi nella memoria entrambi testimoni della solitudine della rockstar al top e in declino.

Il primo episodio risale al 2002 quando Rollins era impegnatissimo a creare Rise Above, un album di beneficienza fatto di cover dei Black Flag cantate da musicisti ospiti per mettere insieme i fondi necessari per aiutare la difesa di quelli che negli Stati Uniti sono diventati i West Memphis Three, tre ragazzi imprigionati nel 1993 e condannati nel 1994 per un crimine che palesemente non avevano commesso. Rollins con la sua solita energia straripante contattò subito gente come Mike Patton, Ice T, Nick Oliveri (QOTSA) amici su cui può sempre contare. Ma in particolare per una canzone, Thirsty and Miserable, Rollins aveva in mente Lemmy dei Motörhead, quel pezzo era perfetto per la sua voce. Rollins all’epoca rimase esterrefatto dalla facilità con cui è riuscito a contattare Lemmy. E ancora più sorprendente è stata la sua totale disponibilità. Rollins non resiste e chiede a Lemmy come mai è stato così facile averlo tra gli ospiti del suo progetto. La logica di Lemmy: Rollins era un amico, aveva bisogno di aiuto e lui era pronto ad aiutarlo. Rollins all’epoca si è messo a disposizione per fare l’autista personale di Lemmy. È andato a prenderlo per portarlo nello studio e dopo due registrazioni perfette, accompagnate dalla presenza della solita bottiglia di whisky, Rollins riaccompagna Lemmy a casa. Lemmy naturalmente lo invita ad entrare. Rollins lo segue in un labirinto popolato da libri e dischi, un sentiero minuscolo consente il passaggio scomodo, precario. Lemmy lo invita a tenersi al passaggio a non rovinare il caos. Rollins ci dice che il letto di Lemmy era altrettanto popolato di pubblicazioni, la silhouette di un uomo che dorme in posizione fetale ritagliata tra la carta infestante, Rollins ci dice, esattamente come suo letto. Insieme ascoltano musica e si lasciano andare come due teenager fino a quando Rollins trova il coraggio di dire che se ne deve andare, deve lavorare al disco, ha una marea di materiale da mixare. E Lemmy lo guarda come un bambino che si vede abbandonato dai suoi compagni di gioco. Rollins si sente malissimo ma deve andare. Non prima di un paio di pause mentre Lemmy lo invita a prendere in prestito due libri sull’arte russa del periodo comunista. C’era di tutto in quella casa.

Una seconda volta Rollins sente di aver tradito e deluso Lemmy, questa volta pochi mesi fa in Connecticut. Rollins era impegnato per due serate al museo dedicato a Mark Twain, ancora una volta per racimolare dei fondi per la causa di uno dei pochi americani che stima. Un grande. Si imbatte ancora una vola nei Motörhead impegnati con un concerto a Wallington, CT il 15 Settembre 2015. Un ragazzo richiede la sua attenzione, si presenta come l’infermiere di Lemmy. Lo vuole vedere. Henry va a trovarlo ed è sconvolto di constatare che Lemmy è ormai l’ombra di sé stesso, fragile, invecchiato precocemente ma ancora in tournée. Gli chiede di cantare con lui sul palco la sera e il giorno dopo. Rollins non può accettare, non può abbandonare il museo. Chiede scusa, ma non basta. Non sa ancora che questa sarà l’ultima volta che vedrà Lemmy. Triste.

Si, è vero, stasera le risate sono poche, i ricordi prendono il sopravvento. Ma la rabbia di Rollins rimane sempre la stessa soprattutto contro gli esseri umani e quello che stanno facendo alla Natura. E i suoi racconti più belli stasera sono quelli delle sue immersioni nel mondo naturale estremo: la discesa nell’oceano da palombaro, le notti nella foresta amazzonica e poi l’ultima avventura in Antartica dove ha dormito sul ghiaccio mentre ascoltava Raw Power degli Stooges nell’oscurità assoluta, circondato da pinguini in calore. Ha prontamente informato Iggy Pop del suo exploit, ovviamente.

I racconti più divertenti stasera sono gli incontri con gli uomini formato armadio, i motociclisti dall’aspetto minaccioso che si avvicinano perché lo riconoscono e inaspettatamente piangono perché Rollins nel ’98 era in un film stupidissimo e sentimentale dal titolo Jack Frost. Lo stesso film che fino a quel momento aveva causato un enorme valanga di odio da parte dei suoi ormai ex fan che lo accusano di essersi venduto. I fan che gli fanno sapere con dosi doppie di veleno che per causa di quel film hanno bruciato i suoi dischi per sostituirli con quelli dei Fugazi, ci fa sapere. È solo lavoro per lui, non riesce a stare fermo, si giustifica. E quel film gli ha consentito di conoscere tanti ragazzini a cui ovviamente ha passato un sacco di musica, creando CD pirata. E per finire un ultimo episodio divertente, avvenuto nella stessa serata durante il raduno di motociclisti. Una donna parte che sembra far parte dello stesso gruppo di petrol-heads lo riconosce per la sua parte in Sons of Anarchy , e lo definisce ad altissima voce il miglior neonazi della storia, con estremo imbarazzo di Rollins visto che si trovano in un luogo molto pubblico e tutti sembrano pronti a picchiarlo.

Impossibile continuare a riversare l’oceano di parole pronunciate velocemente questa sera da Henry Rollins. Un unico consiglio: vedetelo dal vivo. Se l’inglese non è il vostro forte, procuratevi un interprete consecutivo personale, ne vale la pena.