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(Foto di / Richard Donkin)

di Rossano Lo Mele

Si conclude un anno cominciato male e finito peggio. Non per la musica, ma per i fatti di cronaca nera, naturalmente. Per la musica che – usando uno slogan da sugo pronto – amiamo amare invece che anno è stato? Sembrerebbe buono, variegato, pieno di spunti e cose diverse, in grado di attrarre attenzioni – da angoli diversi del mondo – di persone e ascoltatori apparentemente incompatibili (da Sufjan Stevens a Kendrick Lamar per farla breve: un universo nel mezzo, come vedrete nella nostra top 20 annuale). Il che ci piace. Ma quello che succede qui e ora lo sappiamo tutti. Ci eccita nell’immediato e ci annoia già due minuti dopo. Per dire: che ne è di Tobias Jesso Jr.? Uno dei debutti più coccolati del 2015. Chi l’ha ascoltato o ammirato dal vivo ha riconosciuto in lui un potenziale grande talento della canzone d’autore indie sbilenca. Ma – uscito da poco – del suo album non si trova traccia nemmeno nella nostra consueta playlist di fine anno (l’album di Tobias fu nostro disco del mese, appena qualche mese addietro).

Non più tardi di qualche mese fa – tuffato nel consueto giro di cazzeggio barra rassegna stampa online – mi sono imbattuto in un tweet dell’amico (anche di “Rumore”) Luca Castelli. Luca è un bravissimo giornalista che sta a cavallo tra musica e tecnologia. Lapidariamente scrisse in un tweet qualcosa tipo: ma se vi chiedessero ora i vostri dischi preferiti del 2011, cosa rispondereste? Domanda facile ma a suo modo raggelante. Il 2011 non è lontano. L’anno dell’apocalisse da poco raccontato in Suburra da Stefano Sollima. Quattro anni fa, soltanto. Ma possibile che senza ricorrere a uno smartphone o wikipedia o metacritic o pitchforkmedia non si riesca a risalirci?

Qualche giorno fa ero in aula, nel mezzo di una lezione universitaria. Gli studenti (una trentina circa) hanno 19 anni, classe ’96. Parliamo degli Oasis. Tutti i ragazzi seguono interessati, commentano. Passiamo ai Blur, comincia la scrematura. Poi svoltiamo verso gli Smashing Pumpkins. Chiedo in quanti li conoscono. Due braccia alzate. Insisto: quanti conoscono l’album Mellon Collie and the Infinite Sadness? Di braccia in alto ne rimane una. Eppure. Eppure Mellon Collie… ha appena compiuto 20 anni. La letteratura e la pubblicistica “emo” del web si è appena sbracciata – lei sì – per riraccontarlo, contestualizzarlo, magnificarlo, omaggiarlo. Niente, alla mia classe del ’96 la cosa è passata inosservata. Siamo alla fine di un anno (forse un biennio) in cui addirittura a molti di noi è venuta a noia la retromania del ventennale: quanti ne abbiamo festeggiati, dai Marlene ai Radiohead, dai Supergrass ai Pumpkins? Per noi che stiamo qui e leggiamo questa testata – nata nei ’90 – è normale. La musica della nostra giovinezza (anche editoriale). Ma il punto di vista diverso, il flusso estenuante del presente, la domanda a bruciapelo cambia tutta l’inquadratura. Quali erano i tuoi dischi del 2011? Boh.

Così passiamo alcuni minuti a dibattere degli Eagles Of Death Metal e dei Nobraino, degli Scisma e di Moltheni. Ma poi passa subito, non ci interessa davvero. Ci interessa semmai stare al bar della conversazione crossmediale, dire la propria in maniera sagace, furba, velenosa, intelligente, spiritosa, trasgressiva, oltraggiosa. Impressionare gli altri. Ora che finalmente si può fare, e a costo zero. Stuzzicare i nostri amici. Stare sempre sul pezzo. Per pochissimo tempo, tanto poi arriva altro. Il 2011 è già passato, figurarsi gli Smashing Pumpkins. E forse non c’è niente di male in questo. E forse è persino inevitabile. E magari divertente. Certo, un giornale stabilisce un altro patto narrativo con i propri lettori. Dovrebbe approfondire, suggerire, ritornare, accompagnare, dotare di una visione e un peso storico gli accadimenti musicali e discografici, nel nostro caso. Nel suo penultimo numero il mensile inglese “Q” ha dedicato un mega servizio ai 100 album chiave degli anni 90 (eccallà). Vincono i Radiohead. Poi Nirvana, Massive Attack, Björk, Oasis e compagnia. Ok, “Q” è inglese, il che misura la selezione nazionalista. Ma dei Pumpkins quasi non c’è traccia. Sistemati alla posizione 67 con Siamese Dream: gran disco, beninteso. Ma imparagonabile all’influenza (e al successo) esercitata da Mellon Collie… Ci piace celebrare, disegnare iperboli. Ma che durino poco, per favore. Esiste solo il presente. Il 2011 era ieri eppure già è vestito con la polvere della memoria. Il mese prossimo assieme al numero di gennaio uscirà la nuova guida di “Rumore” dedicata ai 50 (+ altri 50) capolavori dimenticati dei cosiddetti anni Zero. Firmata da Diego Ballani. Insomma, noi ci proviamo. A lavorare sul passato prossimo. Poi ci confronteremo sulla scelta dei titoli con voi che leggete. Prima o poi saremo preparati anche sul 2011. Intanto buone feste e buona lettura. E che la fine sia sempre migliore dell’inizio.