Mogwai

di Luca Minutolo

Nel 1991 Glasgow è una città nel pieno del suo sviluppo economico e culturale. Musicalmente, dall’altra parte dell’oceano i fermenti indie rock di fine anni 80 sublimano nella bolla impalpabile del grunge. Nel fiore all’occhiello della Scozia invece muovono i primi passi Stuart Braithwhite e Dominic Atchison, fondando quello che sarà il nucleo primigenio dei Mogwai. Riprendendo a menadito le poderose e taglienti digressioni degli Slint, ma trascinate da un indomabile “onda che sale e che scende” di turbinii emozionali e chitarrismo spinto. Imprinting che muoverà i fili di Mogwai Young Team. Manifesto programmatico per tutta la musica strumentale da lì a venire. Fosse solo per il climax ascendente di Mogwai Fear Satan, la band scozzese elabora una miscela del tutto nuova nel panorama musicale. Tensione e rilascio che diventano pietra di paragone per ogni band che si auto-incoroni dell’etichetta reynoldsiana del post-rock. Termine labile che racchiude un ventaglio sonoro difficile da definire con esattezza, passando dai tecnicismi dei Tortoise alla classicità dei Godspeed You! Black Emperor.

Nel mezzo, si stagliano i Mogwai. Con una formula che non necessita di alcun inserto canoro, se non come mero ingrediente di un impasto sonoro in continua evoluzione. Armati di un’ironia pungente e inverosimilmente seria. Esplorando gli antri della musica strumentale, spogliandola elegantemente della spocchia progressive. Come On Die Young, Rock Action e Happy Songs for Happy People sono dischi che se ne fregano del loro tempo. Perché dettano stile e regole di un genere che non bada al contesto circostante. Bensì lo costruisce di sana pianta a suon di cavalcate strumentali e sperimentazioni al limite dell’empirismo musicale. Vent’anni non privi di passi falsi (stazionarie le condizioni di Mr. Beast e The Hawk Is Howling), risollevati dalla ritrovata amalgama di Hardcore Will Never Die, But You Will e dalle trame kraut-elettroniche di Rave Tapes. A corollario di una carriera intensa, arriva oggi Central Belters. Pescando il meglio dalla discografia dei Mogwai. Rispolverando alcune chicche finite nelle miriadi di split e 7’’ disseminati lungo questi due decenni. Dopo la scorsa chiacchierata con Stuart Braithwhite, questa volta abbiamo intercettato Barry Burns, polistrumentista subentrato successivamente nel 1998 in occasione di Come On Die Young. Per tracciare una linea che collega gli ingenui e funamboli esordi alle impeccabili e adulte tessiture odierne. Senza prendersi mai troppo sul serio. Altrimenti il gioco potrebbe frantumarsi.

Prima di tutto, state celebrando vent’anni di carriera per i Mogwai. Una storia piuttosto lunga che ha attraversato più ere e mode musicali, pur rimanendo sempre fedele a se stessa. Come vi sentite?

“Male. (Ride, ndr) Scherzi a parte, tutto questo ci lascia ancora stupefatti. La gente che viene ai nostri concerti, che compra i nostri dischi. Sia chi ci segue da sempre, così come chi invece ci ha scoperti da poco. Vent’anni sono davvero molti da passare con una band. È stato davvero bello e lo sarà ancora per molto”.

Ultimamente avete festeggiato questo traguardo con alcuni concerti. Come sono andati?

“Abbiamo fatto un paio di concerti a Glasgow e uno a Londra. Hanno suonato con noi tante altre ottime band. Ci siamo divertiti un sacco. Adesso non ricordo i nomi di tutti. Sai, sto diventando vecchio come i Mogwai! I primi che mi saltano in mente sono i Public Enemy, sai una band così da nulla”.

Avete anche creato una linea di skate e t-shirts per l’occasione. In fondo avete sempre flirtato con il mondo dello skate, anche se non suonate hardcore punk. Battute a parte, come siete entrati in contatto con questo mondo? All’apparenza sembra molto lontano dalla vostra attitudine.

“Se non ricordo male il punto d’incontro fu Stuart [Braithwaite, ndr]. È sempre stato un grande appassionato di skate. Smise di andarci un sacco di anni fa, ma durante un nostro tour nel 2013 in America ci è tornato di nuovo sopra, divertendosi come un bambino. Ci imbattemmo in uno skate park e lui non seppe resistere. Personalmente ho provato molte volte da noi in Scozia, ma è davvero una roba che non fa per me. Cado puntualmente a terra. Ogni volta rischio davvero di farmi male sul serio. Non ho più tredici anni. Probabilmente andrei a finire immediatamente in ospedale. Oppure potrei morire se cadessi male (ride, ndr).”

La vostra musica non è mai stata di facile ascolto. Però allo stesso tempo avete raggiunto un pubblico maggiore disco dopo disco, restando sempre coerenti al vostro stile e ideale musicale. Insomma, negli anni avete creato una sorta di marchio riconoscibile. Uno stile Mogwai, spesso imitato da moltissime altre band. Come credi che i Mogwai siano arrivati a raggiungere questo status?

“Non saprei. Non avevo mai pensato a questa eventualità. Posso dire che proseguiamo il nostro percorso cambiando sempre l’approccio e la maniera nel realizzare i dischi. Non registriamo mai le tracce allo stesso modo. Cerchiamo di cambiare strumenti e attrezzi del mestiere di volta in volta. Siamo sempre noi, ma l’elemento che differenzia i nostri dischi sta proprio nella varietà degli strumenti che utilizziamo per creare i nostri pezzi. Registriamo un infinità di volte prima di scegliere la versione giusta e più adatta al mood di un nostro disco. Credo sia questo a far sì che ogni nostro disco risulti interessante per chi li ascolta. Però non so davvero cosa abbia fatto presa sul pubblico. Probabilmente perché cambiamo continuamente. Magari chi non ha apprezzato Young Team si è avvicinato a noi con i dischi successivi”.

Quando avete iniziato a suonare assieme, la situazione a livello musicale era piuttosto movimentata e frammentaria. Come avete deciso di dedicarvi alla musica strumentale? Guardandovi intorno, non si trattava della scelta più ovvia.

“Agli inizi non facevo ancora parte della band. Quando i Mogwai cominciarono a muovere i primi passi, la formula strumentale prese il sopravvento in maniera del tutto naturale. Dai racconti di Stuart e gli altri, quando ci si trovava per suonare e fare musica assieme, solamente il trenta per cento dei brani avevano parti cantate. Ed erano comunque poco rilevanti rispetto allo sviluppo e l’importanza dei brani. Se aggiungiamo che ognuno di noi, tutt’ora si sente in imbarazzo o comunque non a proprio agio nel cantare, la frittata è fatta. Ho cominciato a suonare nei Mogwai solamente nel 1997. La personalità e il sound della band era già bello che formato, ma questa predisposizione per la musica strumentale ha sempre fatto parte di ogni membro della band. Conoscevo tutti ancor prima di cominciare a suonare con loro, e hanno da sempre subito un forte fascino dalle digressioni strumentali”.

Credi ci sia anche una forte influenza dell’atmosfera e degli umori che si respirano a Glasgow in questa scelta?

“Assolutamente sì. Volente o nolente il posto in cui nasci, vivi e cresci influenza qualsiasi tua azione o scelta. In città c’erano, e ci sono tutt’ora molte band validissime e diverse fra loro. Non esiste una vera a propria scena. Piuttosto si tratta di una comunità in cui s’incontrano vari generi. Credo che gli abitanti di Glasgow siano davvero diversi dal resto del mondo per carattere e attitudine. Sono differenti da qualsiasi altro e li riconosci subito dai loro modi di fare e di parlare. Probabilmente la scelta strumentale risente di questa caratteristica. Di essere unici rispetto al mondo che ci circonda”.

Come hai già detto, sei entrato nella band molti anni dopo la sua nascita. A quei tempi ci furono anche altri promotori della musica post-rock. La maggior parte si trovavano lontani geograficamente da voi. La grande maggioranza di musica strumentale arrivava dagli Stati Uniti. A quei tempi eravate in contatto con queste band?

“Siamo grandi amici di David Pajo degli Slint e ovviamente a quei tempi eravamo dei loro grandissimi fan. La stessa cosa per Godspeed You! Black Emperor e Labradford. Però a dir la verità agli inizi non avevamo alcun contatto con queste band. Sono tutti rapporti nati poi negli anni a venire”.

Probabilmente sarà colpa di Simon Reynolds, oppure della pigrizia dei critici musicali. Però quando si pensa al termine post-rock, spesso il primo collegamento ricade su di voi. Ormai sappiamo benissimo che odiate questa definizione. Da dove nasce questo rifiuto?

“Si è una definizione che odiamo! (ride, ndr) Forse la colpa è dei nostri primi due dischi, che sono stati poi totalmente affini a un genere ben preciso. Col tempo però abbiamo cercato di muoverci da quella posizione scomoda di band che fa solamente brani strumentali pieni di crescendo emozionali ed esplosioni. Ultimamente abbiamo provato con Rave Tapes ad aggiungere elementi prettamente elettronici. Ma anche nei dischi precedenti ci sono moltissimi brani che non seguono quei dettami stilistici. Odiamo tutti le categorie e per i Mogwai le definizioni settoriali e rigide stanno davvero strette. Probabilmente al di fuori suonerà tutto uguale. Ma davvero, dalla nostra parte ogni volta si tratta di una nuova sfida da superare sperimentando nuove strade e idee differenti. Per noi si tratta solamente di musica strumentale e nulla più. Post-rock mi sembra una definizione piuttosto debole e chiusa a differenti soluzioni. Sembra una roba snob (ride, ndr). Dai su, suona meglio la parola “rock” piuttosto che “post-rock”. Non credi?”

Quindi possiamo dire che semplicemente non ve ne frega un cazzo.

“Si, non ce ne frega assolutamente nulla. È solo roba noiosa. Del tipo “ok, se lo dite voi, questo è quello che siamo.” (ride,ndr).

Tirando le somme di questi vent’anni, la vostra alchimia è diventata un marchio di fabbrica riconoscibile fin dalle prime battute. Quei giochi di accumulo e rilascio di tensione emozionale. Avete mai pensato di cambiare qualcosa nel vostro modo di comporre e costruire i vostri brani? Rave Tapes in questo senso tocca territori che non avevate mai esplorato prima.

“Fondamentalmente viene fuori tutto in maniera spontanea. Non abbiamo mai avuto discussioni accese su come sviluppare i nostri brani. Tanto meno abbiamo mai messo in dubbio le nostre scelte stilistiche. Davvero, non è mai successo di incontrarci in studio per domandarci “Bene, ora cosa faremo per questo nuovo disco?”. Non facciamo mai incontri o pianificazioni prima di ritrovarci. Cominciamo a suonare e basta. Ognuno apporta un elemento nuovo senza preavvisi o pianificazioni preventive. Probabilmente è proprio questo che ci ha portati avanti per vent’anni di carriera e spero altrettanti. Il fatto di non sapere mai cosa uscirà dallo studio è un mistero che ci eccita ancora moltissimo. Siamo pur sempre una massa di persone strane che fanno cose strane” (ride, ndr).

Eppure in tutti questi anni non è cambiato davvero nulla nel vostro approccio alla musica?

“Agli inizi, non avendo alcun collegamento internet, eravamo piacevolmente costretti a ritrovarci tutti in studio suonando fino allo sfinimento. Si trattava di sessioni quasi folli, da cui uscivamo totalmente distrutti sia al livello fisico che mentale. Oggi invece inviamo pezzi, idee e spunti l’un l’altro via mail. Molti poi vengono ripresi in studio durante le registrazioni, altri finiscono nel nulla. Dipende sempre dall’atmosfera che si sviluppa poi quando ci ritroviamo a suonare assieme. Indubbiamente agli inizi eravamo più istintivi. Vuoi per l’età, oppure per il nostro approccio ancora ingenuo rispetto ad oggi. Adesso siamo persone adulte. Quindi è normale approcciarsi alla musica in maniera diversa. Più seria. Pur rimanendo dei gran cazzoni (ride, ndr). Diciamo che prima dallo studio poteva uscire davvero di tutto. Ora invece elaboriamo spunti tutti assieme, assemblando canzoni già quasi formate prima di entrare in studio”.

Il vostro rapporto con le colonne sonore viaggia quasi di pari passo con quella dei dischi veri e propri. Dai brani per il documentario dedicato a Zidane, passando per Les Revenants e The Fountain. In questo caso cosa cambia nel vostro approccio alla creazione dei brani? Cercare qualcosa che si adatti alle pellicole implica per forza di cose una direzione prestabilita dei pezzi.

“Non molto tempo fa lessi un’intervista. Se non sbaglio si trattava di Trent Reznor dei Nine Inch Nails. Disse di possedere una quantità immensa di brani. Una sorta di banca dati di pezzi già scritti e realizzati per pellicole non ancora uscite o realizzate. In pratica, quando gli commissionano una colonna sonora, lui sceglie semplicemente quella che meglio si adatta all’evoluzione del film o delle immagini da supportare. Per noi è in parte così. Spesso ci si ritrova a dover scrivere i brani andando di pari passo alla lavorazione della pellicola. Quindi è difficile sapere in quale atmosfera calarsi. Anche noi lavoriamo più o meno alla stessa maniera per la realizzare le colonne sonore. Solitamente non vediamo molti filmati al riguardo. Spesso i tempi sono molto stretti. Quindi bisogna lavorare d’intuito, sviluppando una forte empatia con le poche informazioni che si hanno a riguardo. Abbiamo molti brani già realizzati, da poter poi calare nell’atmosfera del film. Ma viceversa a volte ci ritroviamo a creare brani commissionati avendo poche informazioni sugli sviluppi della pellicola. È un lavoro difficilissimo. Spesso è difficoltoso confrontarsi con chi lavora al film, perché sono talmente dentro al proprio lavoro da non riuscire a vedere i progressi o il risultato finale nella maniera più oggettiva possibile. Spesso nascono conversazioni tra noi e gli addetti ai lavori dai confini davvero labili e folli. È un salto nel buio, ma anche uno dei versanti più stimolanti nel fare musica”.

Con la Rock Action siete in prima linea anche nell’ingranaggio inceppato dell’industria musicale. Ti va di tastare il polso della situazione? Sia dal punto di vista da musicisti che da discografici.

“La cosa più eccitante del periodo musicale che stiamo vivendo, sta nel fatto che chiunque possa creare e promuovere la propria musica. Soundcloud, Bandcamp sono strumenti fondamentali per qualsiasi band o solista in circolazione. Per quanto riguarda invece il lato economico, siamo in un’epoca piuttosto strana. Fare soldi con la musica diventa sempre più difficile. Se non guadagni nulla dal tuo lavoro, non puoi acquistare la strumentazione adatta. Andare in tour poi diventa una faccenda inaccessibile. Per noi adesso non è così. Fortunatamente ci troviamo in una posizione piuttosto comoda e ormai più che affermata. Anche ai nostri esordi, c’era un economia maggiore e più attenta attorno al mondo musicale. Non abbiamo sofferto molto quello che magari può passare una band qualunque al giorno d’oggi. Abbiamo fatto la nostra strada. Specialmente agli inizi la situazione non era delle migliori, ma abbiamo raggiunto la nostra stabilità in tempi del tutto giusti e soprattutto umani. Le condizioni di molte band e musicisti oggi sono al limite dell’assurdo. Questo è un peccato. Dovrebbero solamente pensare a fare musica portandola in giro ogni giorno. Invece per ovvie ragioni, molti devono relegare la professione musicale a mero hobby oppure ad un passatempo del fine settimana. Tutto questo è molto frustrante”.

Invece il vostro lavoro come Rock Action come si svolge rispetto alla situazione difficile che stiamo vivendo?

“Alcuni anni fa prendemmo la decisione di cominciare questa avventura con la Rock Action. Guardandoci attorno ci rendemmo conto di poter fare tutto da soli, senza costrizioni e scadenze da rispettare. Mantenendo sempre la PIAS come distributore, approfittammo anche della scadenza del nostro legame con la Matador. In fondo, abbiamo sempre avuto il totale controllo artistico sui Mogwai. Ma arrivati ad un certo punto, mossi anche dalle necessità del momento, decidemmo di dedicarci anche a tutto il contorno che circondava la nostra vita da musicisti. La nostra attività come etichetta non copre molte uscite. Oltre alle nostre, ci sono gli Errors, Blanck Mass, gli Envy e pochi altri. Produciamo solamente quello che ci piace davvero, senza fretta e con più naturalezza possibile. Poco importa se poi i dischi vendono. L’ideale che portiamo avanti con la Rock Action è dettato solamente dalla passione e nient’altro”.