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di Diego Ballani

Se quello di Sarah Cracknell è un nome che ancora oggi può suonare poco familiare, cosa diversa è per la sua voce, da quasi un quarto di secolo al servizio dei Saint Etienne e della loro dance dai languori 60s. Dal 1990, quando con il singolo Nothing Can Stop Us ha dato inizio alla collaborazione con gli ex compagni di scuola Bob Stanley e Pete Wiggs, Sarah ha saputo ridefinire il ruolo della moderna chanteuse, grazie ad album di una spanna sopra alle consunte categorie di “mainstream” ed “indie”. Oggi torna con un lavoro per certi versi sorprendente, maturato nella quiete della campagna dell’Oxfordshire dove la fascinosa quarantottenne è solita rifugiarsi con la famiglia, non appena gli impegni con i Saint Etienne glielo consentono. Red Kite è il suo secondo album, arrivato dopo quasi vent’anni da uno sfortunato esordio solista (Lipslide, 1997) naufragato a causa del rapporto conflittuale con l’etichetta che lo aveva pubblicato. Questa volta i tempi e le modalità con cui il lavoro è stato realizzato sono molto diverse. Sarah si è circondata di amici e collaboratori fidati, radunati in un fienile adibito a studio, per eseguire brani d’ispirazione bucolica. Il risultato è un piccolo gioiello di pop barocco, in miracoloso equilibrio fra passato e presente, di cui abbiamo voluto parlare con l’autrice.

La cosa che più apprezzo di Red Kite è la mescolanza fra sonorità classiche, ma non ingiallite, e una produzione più modern

Si assolutamente, abbiamo iniziato ad usare strumentazione vintage, ma sempre con un occhio all’attualità non ho mai voluto che si trasformasse in un trip nostalgico. Volevo che fosse comunque in linea con quello che si sente oggi in giro. Credo che tutto sommato il risultato sia stato ottenuto.

Che cosa avevate in mente quando avete iniziato a registrare?

Avevamo un po’ di idee riguardo al modo in cui avremmo voluto che il disco suonasse. Volevamo un tocco di pop barocco dei 60s, alla Marianne Faithfull. Ma avrei voluto anche recuperare alcune atmosfere cinematiche alla Morricone o certe cose dei Beach Boys. La cosa che mi piace di più è la produzione, piena di strani strumenti che ti fanno chiedere “che cos’è questo suono?”. Per me è molto importante che la produzioni sia interessante.

Mi parli un po’ dei tuoi collaboratori e di come è stato realizzato l’album?

Era parecchio tempo che volevo realizzare qualcosa con Carwyn Ellis. È un amico di lunga data e ogni tanto veniva a casa mia a farmi sentire del materiale che aveva preparato. Questo almeno un anno prima che iniziassimo a registrare. Avere lui al mio fianco è stato già un buon inizio. Poi, proprio vicino a casa mia, c’era della gente che aveva questo fienile. Ho pensato che sarebbe stato splendido se fossimo riusciti a organizzare una sala di registrazione in quel luogo. Abbiamo coinvolto l’ingegnere del suono Seb Lewsley che ha reso possibile tutto questo. È stato un periodo fantastico. Tutti stavano a casa mia durante il periodo delle registrazioni.

L’ambiente e la quiete della campagna hanno in qualche modo influenzato le composizioni?

Credo di sì, anche se non ho scritto da sola i pezzi. Sono stata aiutata dai miei amici e collaboratori. Non ho una confidenza tale per scrivere canzoni in autonomia. Ho bisogno di qualcuno che traduca in musica le mie idee. E poi sono sempre a chiedermi: “Sarà abbastanza buona o no?”. Per cui mi è stato d’aiuto una persona che per molto tempo è stato il mio autore di riferimento: Lawrence (Oakley, ndr). Altri brani sono stati composti insieme al mio amico Tom Bennet. Uno addirittura con mio nipote.

Red Kite è il tuo secondo album solista. Il primo, se non erro, è uscito alla fine degli anni 90. Come mai hai lasciato passare tutto questo tempo?

Il motivo per cui era stato fatto il primo album, è che avevo un momento di pausa dagli impegni con i Saint Etienne. La solita cosa è successa con questo. All’epoca avevo un sacco di canzoni a cui tenevo molto, ma che non erano molto adatte ai Saint Etienne. Questa volta è iniziato tutto con qualche idea che mi girava in testa. Ma avevo questo momento di pausa, per cui mi sono detta: “Ora o mai più”.

C’è anche Nicky Wire che duetta con te in un pezzo.

Sì, gli ho chiesto di partecipare perché mi piace la sua voce. Credo sia molto cool. E poi abbiamo una specie di affinità, sin dai tempi in cui i Manic Street Preachers erano su Heavenly. In questo caso, volevo una voce che fosse stridente ma anche affascinante, perché le liriche del brano sono un po’ dure e aggressive e lui aggiunge charme al tutto.

Senti, facciamo un bel passo indietro. Mi piacerebbe sapere qualcosa riguardo al tuo background musicale. Quali sono le tue prime memorie legate alla musica?

Quando ero piccola ricordo che i miei ascoltavano parecchia musica ed era tutta ottima roba. Una delle prime cose che ricordo sono forse i T.Rex. Ma anche Beatles, Carpenters, Beach Boys. Tutte quelle cose che si ascoltavano negli anni 70.

Ho letto che il tuo primissimo gruppo si chiamava The Worried Parachutes. Confesso di non essere riuscito a sentire niente della band, che tipo di musica facevate?

È vero (ride). Era abbastanza imbarazzante. Si trattava di una cosa fatta principalmente con tastiere, molto anni 80. Era roba abbastanza oscura, non molto zuccherosa o pop, diciamo che aveva la sua atmosfera. A pesarci bene, forse non era del tutto male.

Quali erano i tuoi punti di riferimento artistici quando hai iniziato a lavorare con Bob Stanley e Pete Wiggs come Saint Etienne?

Con Pete e Bob, avevamo molti gusti in comune quando abbiamo iniziato a lavorare insieme. Ci piacevano Echo & The Bunnymen e Felt, ma c’erano molte altre band che ci legavano. Poi, in pratica, siamo cresciuti assieme. Per cui abbiamo iniziato ad interessarci ai 60s contemporaneamente.

Com’è iniziata la vostra collaborazione?

Li ho conosciuti quando i Saint Etienne avevano già pubblicato due singoli, con due differenti cantanti. Inizialmente la loro idea era di usare una cantante diversa per ogni brano, ma credo che si siano presto resi conto che sarebbe stato un incubo, logisticamente parlando, riprodurre la stessa cosa dal vivo. Siamo entrati in contatto tramite amici in comune e quando ho cantato sul loro terzo singolo, Nothing Can Stop Us, ci siamo subito trovati. Perché con loro condividevo parecchi riferimenti culturali, non solo musica ma anche film, letteratura…

Degli album dei Saint Etienne, qual è quello che ricordi con più piacere?

Molti dicono che il nostro lavoro migliore sia stato Foxbase Alpha. Anch’io sono molto legata a quell’album, perché è stato il primo album che ho registrato. Fino a quel momento non ero mai stata a Top Of The Pops, non ero mai stata in Giappone. Tutto per me era nuovo ed eccitante, per cui ricordo quel periodo con molto piacere.

Durante l’esplosione del Britpop c’è chi iniziò ad associarvi a quel fenomeno.

È vero, ma è una cosa che non ho mai amato. Essere associata a tutte quelle orrende band! È stata una cosa che abbiamo sempre cercato di evitare. Sicuramente è stato un periodo divertente, ma abbiamo sempre cercato di non farci risucchiare nel gorgo del Britpop. Non credo neppure che centrassimo granché. Forse appena un po’.

I Saint Etienne sono sempre stati una realtà a cavallo fra indie e mainstream. Una distinzione che oggi sembra non esistere più.

Figurati che quando abbiamo iniziato, siamo stati una delle prime indie band ad essere passati su Radio One, che in Gran Bretagna è la radio mainstream per antonomasia. Oggi è tutto cambiato. Ricordo che negli anni 80 amavo un sacco di cult band che nessuno conosceva e che non avrebbero mai potuto essere passate in radio, a parte da John Peel. In fondo era una sensazione piacevole. Egoisticamente, mi piacerebbe che alcune band continuassero ad essere inaccessibili alla maggior parte delle persone, ma oggi con internet non è più possibile. Una volta era come essere parte di una gang. Avevo un gruppo di amici che erano tutti fan dei Felt. Ci radunavamo in macchina per ascoltare le loro cassette e viaggiavamo per tutto il paese per andare a sentire i loro concerti.

C’è qualche nuovo artista che segui con piacere?

Mi piace molto Jane Weaver. Credo che abbia davvero talento. C’è poi un disco molto pop che ho amato di recente: quello di Alex Adair. La sua Make Me Feel Better ha un bellissimo video, con ballerine da strada che danzano, ed è davvero grandiosa.

Posso chiederti, dopo tutto questo tempo, che rapporto c’è fra te e gli altri membri dei Saint Etienne? Intendo quando non siete in tour o in studio.

Guarda, li vedrò proprio domani. Musicheremo dal vivo un film, How We Used to Live, per cui Pete ha realizzato parte della colonna sonora. La verità è che facciamo sempre delle cose insieme, anche quando le gente pensa che siamo fermi.

Presenterai il tuo disco dal vivo?

Faremo una serie di date in luoghi molto raccolti. Poi più avanti lo presenteremo in alcuni festival ed in location molto più grandi.

Dal vivo farai pezzi dei Saint Etienne?

Solo un paio, per il resto oltre ai brani dell’album ci sarà qualche pezzo di Lipslide e qualche cover.

Come sarà, dopo tutto questo tempo, trovarsi in tour senza Bob e Pete?

Sarà diverso, perché sarò priva della mia “comfort zone”. A parte Bob e Pete, non ci sarà neppure Debsey (Wykes, ndr.), che nei Saint Etienne canta insieme a me e spesso si occupa delle parti più problematiche (ride). Ad ogni modo i musicisti che mi accompagneranno sono molto in gamba. E cantano tutti! Faranno i cori, per cui sarà tutto molto divertente.

Prima di chiudere vorrei chiederti se hai votato il 7 maggio e che cosa pensi dell’esito delle elezioni.

Sì ho votato. Purtroppo non sono stupita del risultato. Credo che molti abbiano pensato che Miliband non fosse forte abbastanza per prendere in mano le redini del paese e per questo si siano affidate a chi già conoscevano. Ma per certo, per gran parte del paese è stato uno shock.