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paletti

Di Barbara Santi

Nel paese del bel canto si produce pochissimo pop radiofonicamente spendibile che non declini le solite rime. O, meglio, che le declini pure ma con classe. Quel pop giusto che carezza con le note e scuote con le parole, per capirsi. A questa minoranza appartiene il cantautore e polistrumentista bresciano Pietro Paletti. Dopo il secondo disco con The R’s pubblicato dall’americana Nat Geo Music, l’etichetta di National Geographic con cui collaborò in qualità di progettista del suono, esordì con il suo lavoro individuale edito da Foolica Records. Fu proprio grazie a una data di presentazione di quell’album, Ergo Sum, che nel 2012 Pietro entrò in contatto con la casa discografica capitanata da Caterina Caselli: lo staff della Sugar si diede subito da fare, rilanciando l’EP Palettology in formato digitale. Da quel momento Paletti ha smesso quasi del tutto gli abiti del produttore e compositore per terzi, per dedicarsi alla scrittura del nuovo disco, cui ha lavorato con Matteo Cantaluppi in fase di esecuzione, arrangiamento, produzione artistica e incisione, in simbiosi perfetta: il primo da Brescia, il secondo da Berlino, per poi ritrovarsi a convivere a Milano e tornare a Berlino a ultimare il lavoro. Qui e ora è meno immediato di Ergo Sum, va detto. Per sua stessa ammissione, tra l’altro: “Credo di aver fatto un disco che cresce ascolto dopo ascolto, che non si esaurisce subito”, racconta. Ha perso un po’ in incisività nel passaggio, ecco, ma ha certamente guadagnato in argomenti. Quando poi quegli argomenti si combinano con l’orecchiabilità e l’incedere trascinante di Barabba, per dire, il cerchio si chiude. La Barabba ispirata a un fatto di cronaca ed eletta a secondo singolo, di cui leggerete a lungo nello scambio che segue. La Barabba dal ritornello appiccicoso, dal video buffissimo e dal contenuto scomodo, proprio come da miglior tradizione pop.

Due, i talent scout della tua vita: Nicola Cani scommise su di te, come poi fece Caterina Caselli. Cominciamo parlando del passaggio da Foolica alla Sugar? Com’è andata? Raccontaci dell’incontro con lei.

Due estati fa ero in tour dalle parti di Bari per presentare Ergo Sum, il mio disco d’esordio. Una collaboratrice della Caselli era li in vacanza. Ha visto il mio concerto e poi mi ha contattato via mail. Le ho mandato del materiale e abbiamo iniziato ad annusarci. Più tardi ho conosciuto la Signora Caselli.

Hai rapporti diretti con lei? Che tipo di persona è? E che tipo di discografico è?

La prima volta che ci siamo conosciuti ho suonato chitarra e voce un paio di brani nel suo ufficio e ci siamo fatti una lunga chiacchierata. È una persona molto determinata, a cui piace sperimentare e rischiare.

Qual era, discograficamente parlando, la tua situazione prima e qual è ora?

Con Foolica le cose erano più agili e veloci, perché eravamo solo io e Nicola a gestire l’intero progetto. Ovviamente ora, essendoci una struttura come Sugar, qualsiasi decisione va discussa e presa con lo staff, che non è concentrato solo su di me, dunque i tempi un po’ si allungano. Però, al contrario di ciò che si potrebbe pensare dall’esterno, loro mi hanno spronato a fare un disco personale, lasciandomi piena libertà, e a far uscire sempre più la mia identità e altri aspetti della stessa che non ero riuscito ancora a tirar fuori. Voglio dire che non solo mi sono sentito libero di essere me stesso ma ne ho approfittato per liberarmi, per sfogarmi, per cercare di fare delle cose un po’ più estreme rispetto al passato, senza preoccuparmi del fatto che fossero meno immediate. Credo di aver fatto un disco che cresce ascolto dopo ascolto, che non si esaurisce subito. È un disco ricco di sfumature. Questo anche perché ho deciso di dedicarmi con maggior perizia agli arrangiamenti e alla produzione. Quando poi sono tornato in Sugar a far ascoltare alla signora Caselli i brani arrangiati e prodotti, lei ha apprezzato molto quest’evoluzione. Lo ha trovato autentico e originale, cosa che certo mi ha inorgoglito. Mi ha dato qualche piccolo consiglio, rispetto all’editing e agli arrangiamenti, che ho preso come spunto per migliorarmi, ma senza minimamente toccare la mia identità. Bilancio positivo, ecco.

Riesci a vivere di musica o fai anche altro?

Scrivo per altri e faccio musica per film, documentari e pubblicità. È un lavoro molto figo e sono fortunato. Ultimamente mi sono concentrato molto sul mio nuovo album, trascurando un po’ il lavoro remunerativo di compositore e, quindi, rischiando molto economicamente. Credo molto in ciò che faccio.

Parliamo di testi: il tuo disco rispecchia bene una fase della tua vita. Una fase di passaggio da un’età a un’altra, una fase nodale della crescita: da figlio a padre, da compagno a marito, eccetera. Parli di cambiamento già dallo scorso EP ma in Qui e ora è ben più evidente. Da un punto di vista contenutistico e, di conseguenza, narrativo, cos’è cambiato? E prima ancora, dentro di te e nella tua vita?

Sì, c’è stato un cambiamento effettivo e importante nella mia vita. E come ogni cambiamento radicale c’è una fase di stabilizzazione che richiede tempo ed energie. C’è una parte di te che si rifiuta di fare il passo e un’altra che desidera fortemente la tua crescita ed evoluzione. Qui e ora è la descrizione di tutto ciò e la cristallizzazione dei pensieri che essa si porta appresso. Mi sono approcciato a un metodo di composizione per me nuovo, un approccio più da produttore. Ho lasciato per una volta la chitarra e il piano, strumenti per me essenziali finora, e sono partito da cose diverse. Per esempio da un loop di voci o di batteria elettronica, o dai synth. Ho voluto subito identificare un mood sonoro prima di adoperarmi su testi e armonie. Un po’ il processo inverso che normalmente si fa. Comunque non ho seguito regole per la scrittura di Qui e ora. Talvolta sono proprio partito dal testo. Ho voluto letteralmente scardinare le mie abitudini e generare in me suggestioni nuove attraverso nuovi processi.

Dalla tua prospettiva, tra l’altro, osservi le incongruenze dell’umanità e del mondo che ti circonda: qual è la cosa che ti fa più arrabbiare, di questo sistema, e perché?

C’è un brano all’interno del disco che si chiama Barabba. Credo sia il testo più rabbioso che abbia mai scritto. Parla di ignoranza e chiusura mentale, più particolarmente del razzismo nella nostra epoca e nelle nostre città. Cerco di infilarci sempre un po’ di ironia. Mi piace alleggerire i toni. Poi il messaggio arriva a chi vuole ascoltarlo.

A proposito di Barabba, quanti ne incontri dalle tue parti? Quanto c’è in questo brano della tua realtà e di ciò che hai intorno? Alludi alla Lega o a chi altri?

C’è tantissimo della mia esperienza e delle mie radici, come in realtà in tutte le canzoni, chiaramente. Nello specifico in Barabba osservo e racconto proprio un episodio di cronaca locale che mi ha toccato molto. Qualche tempo fa un ragazzo romeno di 19 anni è morto in un violento incidente stradale, coinvolgendo l’auto di un padre che aveva con sé i suoi due figli, morti entrambi sul colpo. In quella circostanza un personaggio politico bresciano, Viviana Beccalossi di Fratelli D’Italia, ha commentato l’accaduto sulla sua pagina Facebook così: “Un solo commento, forse cattivo e poco usuale per un politico: non mi dispiace affatto che questo rumeno ubriaco e assassino sia morto, anzi…”. Ho letto il post e relativi commenti di tante persone che difendevano e condividevano il pensiero della Beccalossi, in modo volgare, violento e barbaro, direi. Beh, mi ha fatto davvero male leggere tanto livore. Perché, non solo non si sapeva ancora se questo ragazzo fosse ubriaco o meno, ma poi di fatto le perizie hanno rivelato che non era né ubriaco né drogato in alcun modo ma che si era trattato di un guasto meccanico dell’auto. Eppure la Signora Beccalossi non si è mai neppure scusata con la famiglia di questo ragazzo. Un personaggio di spicco della politica dovrebbe moderare i toni, altrimenti significa solo che si vuol dare spettacolo e giocare con le sensazioni becere e ignoranti della gente malinformata e poco riflessiva. Vedi Salvini, per esempio, e come sta costruendo la sua notorietà approfittando di certe situazioni, con mosse di bassa lega e populiste. Chiunque può avere il suo pensiero, ci mancherebbe, anche se non lo condivido, però siamo nel 2015 e il razzismo, se già non aveva senso prima, ora ne ha ancor meno. L’immigrazione è una realtà, le città stanno diventando una mescolanza di etnie, ed è bello questo, tra l’altro. Dunque è bene che ci si adatti tutti e che si abbracci questo cambiamento.

In effetti spesso ci riempiamo la bocca con la parola globalizzazione, ma…

Già. Il fatto è che bisognerebbe avere una visione un po’ più ampia, mettersi un po’ più nei panni del prossimo. Per dire, io sono stato immigrato per cinque anni a Londra, dove ho lavorato, sviluppando una competenza che mi porto dietro ancora oggi nel mio lavoro di composizione e produzione musicale. E sono stato accolto bene, in una città oramai rodata e multietnica che è avanti col processo di integrazione e di globalizzazione. Però qui in Italia non si vuole capire che il problema non sono tanto gli immigrati, perché se abbiamo questo moto di immigrati copioso dall’Africa, è perché l’abbiamo sfruttata, l’Africa. È chiaro che è facile far presa sulle paure e i pregiudizi delle persone più semplici e disinformate e far credere loro che il problema siano gli immigrati. Io credo invece fortemente che se abbracciassimo queste realtà, se le accogliessimo con rispetto e le lasciassimo inserire nella nostra società, senza ostacolarle emotivamente, la cosa tornerebbe anche a noi.

Tra l’altro il clima è piuttosto teso e il livello di aggressività sembra essersi alzato. Ci si scalda per un nonnulla: basta un commento su un social network, per dire. Ma penso anche alle urla rivolte a presunti assassini e alla caccia alla streghe cui capita di assistere guardando i telegiornali; al grido “Barabba” che si leva, fuori dalle aule dei tribunali, per strada, in rete. A questa irrefrenabile sete di giudizio che ha poco di umano e che ci riguarda tutti. Cosa sta accadendo, secondo te? A cosa credi che sia imputabile tanto livore?

Credo che ci sia sempre stato. Semplicemente ora è più evidente perché lo vediamo ogni giorno direttamente sui social. Questo accade perché il pensiero di tutti diventa pubblico e lo possiamo leggere nei commenti a un post di un leader politico, per esempio. Lì si vede ciò che nella realtà si nota di meno, forse perché nella vita di tutti i giorni si evitano le persone che la pensano in modo molto diverso da noi o che sono molto diverse da noi. Facebook mette le idee in piazza, appiattisce tutto e non ci sono filtri. Spesso le persone sui social si sfogano: c’è chi scrive senza pensare, senza ragionare e senza considerare che potrebbe offendere qualcuno. I post girano in homepage, chiunque può leggerli ed è lì che nasce lo scontro, anche il più volgare. Il fatto è che non si tratta comunque di un confronto diretto, perché ci si sente protetti dietro allo schermo: è un confronto un po’ più vile, forse. Di questo parlo anche proprio in Barabba: “Io ti riconosco, sai, e al tempo della peste perseguivi untori”, per citarmi (ride). Cioè in questa canzone, facendo una digressione storica, dico proprio che secondo me questo atteggiamento è sempre esistito. Le persone sono sempre le stesse. Ci siamo evoluti da un lato, ma dall’altro siamo fermi, se non regrediti. Siamo completamente rincoglioniti dalla televisione, dal cellulare, dagli smartphone, dai computer, da internet, dai social. Regna la superficialità. Non siamo messi bene, ecco, ma è solo più evidente.

Mi sembri una persona decisamente riservata, dunque mi viene da chiederti cosa ti irrita del sistema musica.

Non è tanto la musica che ha qualcosa di sbagliato, o chi fa programmazione nelle radio, per esempio. Credo che sia la gente a decidere cosa vuole ascoltare. Ci sono e ci sono state delle realtà che hanno provato a sostenere un target culturale più alto ma poi non hanno raccolto molto e in parecchi casi sono scomparse. Come nella politica anche nella musica abbiamo i rappresentanti che ci meritiamo. Ma in verità non è poi così male come sembra. Ci sono molti bravi artisti in cima alle classifiche.

Parliamo delle musiche dell’album: pur trattandosi sempre di pop, anche il suono sembra più riflessivo, più introverso, meno immediato. Che lavoro avete fatto in fase di arrangiamento e pre-produzione?

Ho lavorato molto da solo in fase di scrittura e pre-produzione. Ho sperimentato un approccio da produttore più che da cantautore. Ho cercato di svincolarmi dalle abitudini meccaniche in cui rischiavo di cadere. Ho abbandonato la chitarra come strumento di approccio alla canzone, a favore dei loop di batteria, dei sintetizzatori e multi tracce vocali. Poi con l’aiuto di Matteo Cantaluppi, il produttore artistico del disco, abbiamo definito il suono e creato un collante tra i vari brani.

Dentro ci sono ancora il folk e la canzone d’autore (Battisti su tutti, direi), ma anche pop sintetico ed elettronica. In Certezza ci sento gli Air, per dire. Parliamo di riferimenti stranieri? Cosa ascoltavi durante la composizione di Qui e ora?

Ho davvero cercato di non ascoltare nulla che mi influenzasse troppo. Anzi ho cercato di disintossicarmi dai dischi che mi avevano fatto innamorare poco prima. Ho cercato la mia essenza creativa stimolando la consapevolezza delle mie emozioni e non quelle di qualcun altro.

Chi l’ha prodotto, registrato e come avete lavorato in studio?

Registrato e prodotto da Matteo Cantaluppi al Funkhaus Studio di Berlino. Ci siamo divisi il lavoro equamente: io ho lavorato da Brescia, lui da Berlino, poi trovandoci a Milano per la pre-produzione, dove abbiamo gettato le solide basi del disco, che poi abbiamo completato a Berlino. Durante i dieci giorni milanesi e le due settimane berlinesi abbiamo condiviso praticamente tutto, dormendo pure nella stessa casa. Mi sono trovato benissimo con lui, perché è una persona che ha un ego piccolissimo, è molto affabile ma allo stesso tempo ha le idee molto chiare. È dotato di curiosità e di grande esperienza come produttore, oltre a essere un polistrumentista, cosa che salta subito all’occhio. Matteo ed io siamo stati a stretto contatto per un lungo periodo e non mi sono mai sentito così a mio agio con un produttore, perché, avendo io un ego preponderante, se incappo in un produttore altrettanto egocentrico lo scontro è inevitabile. Sto proprio lavorando a questo, cercando di dare più spazio a chi lavora con me, però non è semplice, perché le canzoni alla fine sono come creature. E si rischia di finire con un produttore che non ti ascolta bene, che non ti legge bene dentro e finisce per stuprarti. Invece lui sa stare al suo posto, fa benissimo il suo, dà fiducia pur mettendoci la mano. È bravo fondamentalmente proprio perché sa ascoltare. È un ottimo professionista e un amico fidato.

È uscito di recente un libro di Luca Pacilio che si intitola Il videoclip nell’era di YouTube. Del tuo primo album sono usciti diversi clip. Cosa pensi dei video, nell’era di Youtube? Credi che i click possano comunque fare la differenza, da un punto di vista promozionale e professionale, nonostante manchino i canali televisivi specializzati? Più o meno, rispetto ai tempi dei passaggi a MTV? E come vedi l’evoluzione futura? Credi che internet sostituirà definitivamente la TV?

Internet lo sta già facendo, perché sta già sostituendo la televisione nella fruizione dei videoclip. Mi sono sempre interessato alla video art e sono piuttosto ferrato in materia. Mi è sempre interessato fare clip e anche quando suonavo nei The R’s era un po’ il mio compito. Nel corso di questi dieci anni c’è stato un cambiamento radicale della concezione di videoclip e di quello che significa fare videoclip, della sua utilità, dei problemi di budget e di tutto ciò che ne consegue. Dieci, quindici anni fa, più erano articolati, creativi, ricchi e più venivano programmati dalle TV. Poi gli Ok Go hanno scardinato, direi demolito, certe convinzioni ed è cambiato l’approccio: con pochi soldi e una telecamera qualsiasi riuscivano a fare dei clip meravigliosi. Da lì in avanti tutti hanno cercato di adattarsi a fare video a basso costo, visto che le risorse discografiche cominciavano a scarseggiare. Questo però ha messo in evidenza nuovi giovani video-artisti di talento, che con pochi mezzi riescono comunque a produrre qualità. Tra l’altro oramai è quasi una moda, anche nel mainstream: penso a nomi grossi, per esempio al chiacchierato clip di Kanye West. In ogni caso, credo che oggi non abbia senso spendere tanti soldi in un video: sono contenuti utili ma durano troppo poco tempo, vista la velocità con cui ne fruiamo.

Ne abbiamo parlato tanto e a questo punto ti tocca raccontarci del primo video tratto da Qui e ora.

Abbiamo scelto proprio Barabba per il primo video. È un clip molto semplice, girato da Marco Cordaro nel suo studio; lui è un giovane e promettente regista milanese. Nel video io interpreto vari personaggi: dal prete al rabbino, dal trans al terrorista. È appena uscito e lo potete vedere su YouTube o Dailymotion: abbiamo voluto divulgarlo di proposito esclusivamente attraverso questi due canali. Lo abbiamo girato in una sola mattina e montato in una notte, praticamente cotto e mangiato (ride).

So che hai provato a partecipare a Sanremo. Cosa pensi di Sanremo? Ci riproveresti? Ci riproverai?

Credo che salire su quel palco sia una delle cose più difficili per un artista. Non credo di essere veramente pronto per una cosa del genere. Va anche detto che può aiutarti a emergere ma anche distruggerti in un attimo solo. Bisogna esserne molto convinti e, da questo punto di vista, in realtà sono grato di non essere stato scelto l’anno scorso. Riprovarci? Chissà, magari da BIG?.

Se avessi partecipato all’ultima edizione di Sanremo, quale pezzo di quest’album avresti portato e perché?

Avrei portato proprio Barabba, perché è il meno sanremese.

Se pensi a un cantautore o musicista italiano, qual è il primo nome che ti viene in mente? Chi hai ascoltato e amato di più?

Penso sempre con molta stima ai Bluvertigo. Li ho ascoltati in adolescenza e sono cresciuto con loro. Anche gli Elio e le Storie Tese mi hanno formato parecchio e non solo musicalmente. In ogni caso direi i Quintorigo con Jon De Leo.

E un testo di cui pensi “avrei voluto scriverla io”, c’è? Se sì, quale e perché?

Ah, il testo meno italiano della storia del cantautorato italiano: Prisencolinensinainciusol di Celentano. Geniale!.

Con chi ti piacerebbe collaborare? Un nome in particolare e cosa ti piacerebbe condividere con lui?

Ce ne sarebbero molti. Mi piacerebbe almeno conoscere Carmen Consoli, Franco Battiato, Celentano. Tra i contemporanei più recenti mi piacerebbe fare un featuring con Salmo o Ghemon. Ogni collaborazione è una cosa che dovrebbe andare oltre la musica. Ovvero la musica è il veicolo per raggiungere chi ti sta di fronte.

Veniamo al tour di quest’album: qual è la formazione e come sarà il live?

Saremo in trio. Daniela Mornati alle tastiere e synth, che oramai è una certezza. Poi Michele Marelli alle batterie acustiche ed elettroniche: non è un batterista, è un metronomo! Di sicuro è un live molto diverso dai precedenti. Più prodotto ma con un Paletti molto più comunicativo, forse.

Se ti dovessi descrivere con un aggettivo, quale useresti e perché.

Agitato. Perché ho sempre qualcosa da fare e a cui pensare.

Il disco recente che ti è piaciuto di più e perché.

Endekadenz dei Verdena. Perché sono la miglior band italiana e non ce n’è per nessuno.


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