The Last Internationale bassa

di Luca Minutolo

Power trio di stanza newyorkese, dietro il programmatico nome di The Last Internationale muovono i fili la carismatica frontwoman Delila Paz (basso e voce), l’ex batterista dei Rage Against The Machine e Audioslave Brad Wilk e Edgey Pires (chitarra). Inclini ad una forma basilare di rock classico, solennità folk e animo combattivo, la band ha esordito lo scorso 14 ottobre con We Will Reign. Un disco schietto e curato nei dettagli, grazie ad una produzione di tutto punto (BrendanBenson, Brendan O’ Brien e Tom Morello in cabina di regia) e un carico di denuncia sociale e attivismo politico d’altri tempi, attaccato ad un ideale musicale ancora capace di smuovere le coscienze. Abbiamo chiacchierato con Edgey che ci ha raccontato dell’incontro con Brad Wilk e Tom Morello, e della funzione che l’attivismo politico può svolgere e coinvolgere ai nostri giorni.

Partendo dal nome della band, The Last Internationaleè un chiaro riferimento alla Prima internazionale e all’Associazione nazionale dei lavoratori nata nella seconda metà dell’800. Una dichiarazione d’intenti piuttosto forte. C’è un messaggio politico che volete trasmettere attraverso la vostra musica?

Il messaggio che vogliamo trasmettere ha molteplici significati. Quando una band cerca di veicolare un contenuto politico attraverso la musica, il rischio di diventare dei predicatori è molto alto. L’essenza della nostra band è molto critica rispetto al mondo che ci circonda. Cerchiamo di analizzare tramite i nostri brani cosa non va, arrivando al nocciolo delle questioni in maniera molto semplice e diretta. Piuttosto che utilizzare le solite etichette superficiali come “socialisti” o “anarchici”, ci piace definirci così. Siamo lavoratori, siamo stanchi e affrontiamo i problemi reali in prima linea.

Tra le vostre fila c’è anche Brad Wilk, un musicista che assieme ai Rage Against The Machine ha fatto della lotta e della sensibilizzazione politica un punto fermo lungo (quasi) tutta la sua carriera. Come l’avete incontrato?

L’ideaè venuta fuori lo scorso anno durante la cena per la festa del Ringraziamento a casa di Tom Morello. Avevamo bisogno di un batterista e Tom ci ha suggerito Brad senza pensarci due volte. Il giorno seguente lo abbiamo contattato e lui ha preso al volo la nostra richiesta. La settimana seguente ci ha raggiunto nello studio dove registravamo con Brendan O’Brien. Abbiamo sfornato l’intero disco in due settimane senza problemi. Sembrava davvero che Brad fosse un membro aggiunto della band. L’alchimia con lui è stata ed è tutt’ora perfetta.

Il disco, per l’appunto, è stato prodotto da Brendan O’Brien e Brendan Benson con la produzione esecutiva di Tom Morello. Come li avete coinvolti nel vostro progetto e com’è stato lavorare con loro?

In verità, per quanto riguarda Tom Morello, lo abbiamo contattato via internet in maniera del tutto ingenua. Gli inviammo un messaggio del tipo “Hey, siamo i Last Internationale e ci piacerebbe molto se venissi ad un nostro concerto”, e lui è venuto per davvero. Sembrava un sogno. Tom ci ha raggiunti in camerino ed era totalmente entusiasta. Da lì siamo diventati prima di tutto ottimi amici. Stiamo assieme a Natale, alla festa del Ringraziamento e per qualsiasi occasione ci accoglie in casa come un vecchio amico che conosciamo da sempre. È un grande mentore, e i miei sogni sono divenuti realtà quando qualche settimana fa ci ha raggiunti sul palco per suonare assieme alcuni nostri pezzi. È stato a dir poco favoloso. Il suo apporto psicologico alla realizzazione del disco è stato fondamentale, assieme alla professionalità di O’Brien e Benson, We Will Reign è il miglior risultato che potessimo aspettarci.

Passando alla vostra musica, avete scelto una maniera molto semplice e diretta per veicolare il vostro messaggio. Un rock piuttosto basilare e privo orpelli a presa facile. Avete alcune ispirazioni da artisti e musicisti del passato?

Certo. Partendo dal blues di Ellmore James, Howlin’ Wolf e Muddy Waters passando da Nina Simone e Bob Dylan. Personalmente adoro i Creedence Clearwater Revival fino ai Rage Against The Machine stessi. Sono tutte influenze ovvie e scontate che ci sono penetrate sottopelle in tutti questi anni e, a loro modo, influenzano qualsiasi cosa suoniamo e scriviamo.

Per la realizzazione di We Will Reign non avete utilizzato alcun tipo di strumento elettronico. Una scelta piuttosto decisa che rifiuta la tendenza contemporanea ad infarcire di effetti e ritocchi qualsiasi disco. Da dove deriva questa decisione?

Credo che per realizzare un disco serva un elemento fondamentale: la chimica tra band e produttore. C’è un atmosfera di affiatamento e alchimia che deve necessariamente generarsi in studio per far sì che un disco sia valido. Un processo organico che non si raggiunge con l’apporto di macchine o marchingegni elettronici, ma solamente tramite una band chiusa in studio intenta a suonare ciò che vuole, come vuole e mossa dall’energia del momento. Questa è l’unica maniera in cui voglio realizzare un disco. Per fare musica rock c’è bisogno di un sound vero e diretto, che viene fuori solamente da un gruppo di persone che suonano assieme in una stanza. Non serve a un cazzo perdere tempo a realizzare mille takes per un beat di batteria o per un fraseggio di chitarra, disperdendo tempo ed energie che si liberano semplicemente quando una band suona assieme e basta. A volte ci vogliono dieci anni per tirare fuori un disco, ma per noi la questione è molto semplice: vogliamo suonare e realizzare dischi che riflettano questa nostra attitudine rock n’ roll molto spontanea.

Insomma, il risultato è ciò che esce da voi tre assieme e nient’altro.

Certo, il lavoro in studio non si ferma al “buona la prima”, ma dallo scheletro i brani evolvono in qualcosa di più articolato. Nel nostro caso cerchiamo di non discostarci molto dall’idea iniziale dei nostri pezzi. Partiamo da un groove di basso o batteria, ma ciò che viene fuori è sempre il risultato della nostra naturale intesa, senza soffermarci troppo se un passaggio o una melodia possano subire variazioni o soluzioni diverse.

Credi davvero che oggi, nella controversa condizione politica e internazionale in cui ci troviamo, la musica di una rock band possa ancora svegliare le coscienze?

Per quanto riguarda la nostra esperienza, percepiamo che il nostro pubblico è molto ricettivo ai messaggi e alla musica che veicoliamo. Specialmente nei locali più piccoli, riusciamo ad avere un confronto diretto con loro. Li conosciamo, parliamo dei loro problemi, ci confrontiamo apertamente e questo è davvero fantastico. Ci fa sentire parte di una vera famiglia e capiamo subito che il nostro messaggio di disagio e protesta arriva forte e chiaro a chi ci ascolta, ancor prima della nostra musica. Pensa a Pete Seeger. Ha composto musica e parole da solo in casa che hanno raggiunto le coscienze di milioni di persone. Sono convinto che la musica possa ancora cambiare il corso delle cose, ma scendere dal palco e confrontarsi a viso aperto resta un elemento fondamentale. Lo vedo concerto dopo concerto, in cui cerchiamo di promuovere la cooperazione e l’attivismo sociale. Pian piano possiamo ricostruire un movimento di massa.

Quindi oltre alla musica portate avanti anche altre tipologie di attività legate all’azione sociale?

Dal canto nostro siamo attivi quotidianamente tramite concerti di beneficenza e varie attività. Qualche giorno fa abbiamo avuto un incontro con Wayne Kramer (chitarrista degli MC5, ndr) e Mike De La Rocha per fare il punto della situazione sulle condizioni dell’industria americana ed elaborare alcune riforme da proporre in California riguardo il recupero e la reintegrazione dei giovani disagiati e in difficoltà. Domani busseremo casa per casa sensibilizzando la popolazione verso queste problematiche. Al tempo stesso ci muoviamo sia sul fronte musicale che su quello dell’attivismo vero e proprio. È un attitudine a cui non possiamo rinunciare.