Shigeto 1 - foto di Luca Cingolani

di Davide Agazzi – foto Luca Cingolani

“Sono un batterista, prima di tutto.”

Così si presenta Shigeto, uno dei nomi di punta dell’etichetta Ghostly International (label dove ha registrato tre album e due EP), il giorno dopo il suo concerto fiorentino al Tenax. I suoi dischi potrebbero essere banalmente definiti hip hop strumentale ma nella sua musica, soprattutto nel suo approccio alla stessa, c’è molto di più: c’è l’atteggiamento virtuoso tendente al nichilismo del batterista jazz, c’è un forte – a tratti schiacciante – senso di autocritica, e ovviamente il tipico retrogusto elettronico della motor city, Detroit, città dove si forma artisticamente.

Nato come batterista jazz, il giovane Zachary Saginaw (questo il suo nome all’anagrafe) si pone da subito un obiettivo che avrebbe spaventato molti: espandere i confini del genere. Capirà presto che il compito sia più facile a dirsi che a farsi e quindi ecco l’appiglio che mancava alla sua crescita come musicista: l’elettronica. Nella transizione si concede un anno di rodaggio come batterista degli School of Seven Bells, salvo poi tornare in veste solista quando gli impegni come Shigeto diverranno troppi. Dal vivo le composizioni melliflue che danno vita ai suoi dischi prendono un sapore differente, con i loop dei campionamenti che vengono sorretti da una batteria di stampo quasi rock, suonata – chiaramente – dallo stesso Shigeto. L’idea è che Zachary sia, così, il batterista di una band invisibile, che suona tutto quello che gira nella sua testa.
Buona lettura.

Cosa suonavi?

Fondamentalmente sono cresciuto suonando in gruppi rock, qualcosa più metal, ed anche un po’ di hip hop, come la maggior parte dei ragazzini qui in America. Ma penso di aver preso la musica seriamente solo nel momento in cui mi sono affacciato sul jazz: ero alle superiori, avrò avuto14, 15 anni. Quello divenne il mio obiettivo principale: me ne andai all’Università, non mi sono mai laureato, e poi ho proseguito così fino ai 20 anni. Verso quell’età ho realizzato che non stavo davvero aggiungendo niente a questa musica, e che io ero soltanto l’ennesimo batterista in una scena che ne era satura. C’erano solo poche persone in grado di spingere la scena verso nuovi limiti: sentivo che la via dell’evoluzione, per un musicista jazz, fosse quella del miglioramento della propria tecnica, provando per ore ed ore, cercando di raggiungere questo agognato livello di virtuosismo. Ma era una cosa personale: sentivo di poter migliorare tecnicamente, ma non stavo andando verso nuove direzioni. La svolta fu nell’approccio all’elettronica: il suo utilizzo, che si suoni elettronica o meno, era per me la scelta giusta. Inizialmente fu un hobby, l’elettronica, ma quando poi capii che la cosa poteva diventare una professione mi resi conto di far parte di una scena che stava vivendo, e che vive ancora, un suo momento di rinascimento. Non sappiamo dove la musica stia andando in questi giorni, c’è un potenziale infinito e pochissime regole, oltre alla possibilità di fare quel che si vuole. Voglio dire, tu puoi scaricarti un programma e cominciare a fare musica stasera stessa: significa far parte di qualcosa che sta avvenendo ora, la cui storia si sta scrivendo adesso. È per questo che mi sono spostato dall’essere un batterista jazz all’essere, più o meno, un produttore: non che io sia un ingegnere del suono, ma adesso faccio parte di questa nuova “razza” di musica che mi dà un maggior senso di appartenenza. Non penso che il jazz sia finito, assolutamente no, ma credo che per evolverlo realmente sia necessario abbracciare queste nuove tecnologie.

Quindi, quando hai deciso di cambiare idea, o genere – se preferisci – è quando hai cominciato a suonare con gli School of Seven Bells?

No. School of Seven Bells è stata ancora un’altra transizione. Vivevo a Londra, circa sette anni fa, e in quel momento tutto era ancora un hobby. Nel 2007 me ne torno negli States e, tramite alcuni amici, mi approccio alla scena elettronica, e quindi ecco che quelli di Mood Gadget, che è una piccola etichetta, che si fanno vivi.

Mood Gadget è una sottoetichetta della Ghostly, giusto?

Sì, è un po’ come un piccolo incubatore. Anche Com Truise è stato trovato da quelli di Mood, ma poi è stato “promosso” su Ghostly. Ho lavorato per anni su Mood Gadget mantenendo quest’idea, in un angolo nascosto del mio cervello, che quelli di Ghostly fossero realmente interessati a me, e che stessero usando questa cosa di Mood Gadget come una sorta di carota che mi sventolavano in faccia. Va a finire che nel 2010 firmo davvero per la Ghostly, ed abbiamo quindi intenzione di pubblicare “Full Circle” che era il mio primo album. Nel frattempo viene fuori che gli School of Seven Bells hanno bisogno di un batterista per le loro date dal vivo e, dato che era tutto in famiglia, è saltato fuori il mio nome. Comincio così a suonare con loro, e considera che il mio battesimo del fuoco fu al SXSW. Sono stato in tour con loro per un anno circa, imparando parecchio, e quella fu la mia transizione verso un lavoro full time come musicista. Prima lavoravo nell’industria della frutta, mio padre aveva un deli nel Michigan e dopo mi trovai un lavoro simile a New York. Quindi di giorno lavoravo nel negozio di frutta, poi avevo la scuola e poi ancora il tour con gli School. Capii quindi che non potevo più avere un normale lavoro quotidiano. Nel frattempo cominciai ad avere sempre più richieste anche come Shigeto e così arrivammo ad un punto in cui gli School mi misero di fronte ad una scelta: loro avevano bisogno di un batterista full time, ed io avevo bisogno di più tempo per il mio progetto solista. Quindi, le nostre strade si separarono.

Mi sembra di poter dire che tu avessi un obiettivo importante già all’inizio del tuo percorso musicale.

Sì, anche da bambino volevo essere un musicista. E’ stata la forma a cambiare: volevo essere un batterista jazz, era il mio sogno. Ma tante influenze e tante cose personali sono cambiate: non avrei mai pensato di diventare un musicista elettronico solista, ed invece è interessante notare come le cose possano cambiare nella vita.

Ho letto in un’intervista che consideri No better time than now il tuo primo vero disco.

Vero. E’ il primo album di cui sono veramente orgoglioso, il primo album in cui credo emerga veramente la mia musica, dove davvero dico quello che voglio dire. Il mio primo album era indubbiamente la mia musica, ma fu curato molto dalla Ghostly, che scelse ogni traccia.

Quindi gli hai mandato un bel po’ di tracce e loro hanno scelto quelle che sarebbero finite sul disco?

Esattamente. In Lineage mi sentivo già molto più sicuro di me, ma quando lo riascolto sento che all’epoca stavo ancora cercando un mio sound, stavo ancora cercando me stesso e nel disco tu puoi sentire me ma anche altre cose. Le altre influenze che senti sono lì perchè secondo me c’è una mancanza di forza personale: non una mancanza di musicalità, o che l’album non sia buono, è solo che suona come altre persone, in più di un modo. Credo ci vogliano anni per trovare un proprio sound e per me No better time than now è il disco che dice “questo sono io, questo è Shigeto, non c’è nessun altro.”

Il fatto che si sentano altre cose in un disco non è necessariamente una colpa.

Non è una cosa negativa, ma ti senti differente quando riascolti il disco e senti che non c’è più certa..roba. Le influenze ci sono ancora, ma non sono più così ovvie.

Quando sono venuto a sentirti ero molto curioso di vedere cosa avresti combinato, come avresti riprodotto le tue cose dal vivo. Perchè sai, sei in un club, e quindi devi far ballare le persone. O smuoverle almeno.

Esattamente. Diciamo che ci provo (ride).

Ecco. Mi chiedevo quindi se tu avessi questo tipo di pensiero in fase di scrittura dell’album o no.

Si e no. Inizialmente non ci pensavo affatto, e adattare la mia musica ad una situazione “live” era davvero un compito arduo. Quando ho avuto le prime occasioni di portare le mie robe dal vivo, ho deciso subito di inserire una batteria. Sai, è la mia “comfort zone”, è il mezzo che mi permette di esprimermi maggiormente, oltre a garantire il più grosso effetto “wow” in un live show. Quindi la mia domanda fu: come faccio ad inserire una batteria in questo tipo di contesto senza farla apparire semplicemente come un espediente? Come faccio a non sembrare solo un tizio che sta alla batteria? Come renderla realmente musicale? Ci ho messo degli anni per capirlo, ma in questo nuovo materiale che ho scritto le parti di batteria erano già comprese, in modo che calzassero subito quando rifatte dal vivo. Non tutto l’album, solo la parte più upbeat diciamo: ieri sera, ad esempio, ho suonato Detroit pt 1, Ringleader, Perfect Crime e No better time than now. Quindi, per tornare alla tua domanda, il nuovo materiale è stato scritto con l’idea di riproporlo dal vivo, mentre le vecchie cose no e di conseguenza con quelle è stato tutto molto più difficile. Inoltre, dal vivo, suono anche altre cose, roba non necessariamente uscita in disco da qualche parte, cose che mi divertono e che credo siano adatte ad un contesto dove la gente vuole divertirsi e ballare.

Shigeto 2 - foto di Luca Cingolani

Hai una tua etichetta o hai intenzione di aprirne una, per caso?

No e non penso di volerne una. E’ un sogno il poter fare uscire la mia musica, ed ho un sacco di amici musicisti che vorrei far ascoltare al mondo ma, generalmente, quando chiedo consiglio a qualcuno su come lanciare una label, l’unico che ottengo è sempre “non farlo”. (ride)

Devi veramente amare un’etichetta per averne una è non solo l’idea di non fare soldi, e anche l’idea di rimetterci i propri i soldi, forse per non farne mai. Mi piacerebbe fare magari qualcosa di molto curato ma la cui spina dorsale non sia la musica: ad esempio aprire un ristorante. Ci penso da anni a questa cosa: mi piacerebbe aprire qualcosa a Detroit, un qualcosa che sia un buon ristorante, ma anche un’ etichetta ed anche un luogo dove creare cultura, magari facendo degli workshop per i giovani della città che non hanno gli strumenti, o l’ambiente, per fare determinate cose.

Pensi di voler inserire mc o cantanti, prima o poi, nella tua musica? Detroit è piena di mc.

Sicuramente sì. Ho lavorato in passato con mc e cantanti ma vorrei poter fare un qualcosa, in futuro, a tema. Mi piace che la mia musica sia strumentale così che l’ascoltatore possa esserne trasportato esattamente dove vuole lui, mi piace il fatto che ogni ascoltatore possa leggere nei miei pezzi qualcosa di diverso, ma appena hai dei testi, ecco che la canzone ti suggerisce di cosa tratta. Una canzone che parla di un cuore spezzato, beh, parla solo di un cuore spezzato. Altrimenti puoi fare questa cosa super melodica, anche un po’ malinconica, ed allora questa può essere una canzone su un cuore spezzato, un canzone sull’innamorarsi, una canzone sul camminare semplicemente per strada. Senza testo può essere qualsiasi cosa, quindi quando lavorerò con delle voci voglio fare un progetto dedicato, dove ogni canzone che prevede un mc o un cantante abbia un’idea dietro di sé: in questo modo sarebbe tutto molto più sensato.

Non, semplicemente, aggiungere voci su campioni e beat, quindi.

Esatto. Su No better time than now, nella tracklist originale, c’erano in effetti due tracce vocali, cantante da un mio amico.

E poi che è successo?

Abbiamo raggiunto un accordo con la Ghostly, abbiamo stabilito che quei due pezzi non si amalgamavano col resto dell’album.

Ti chiesero loro di aggiungere qualche traccia cantata?

No, loro mi chiesero di NON farlo. Perchè cambiava tutto, capisci? Tu hai questo disco, che ti conduce – trama dopo trama – in un viaggio tutto tuo, e poi ad un certo punto arriva un tizio che comincia a cantare e tu ci rimani di sasso, no? Ti domandi, ma questo tizio da dove salta fuori? (ride) La cosa semplicemente non funzionava. Dovrei fare un progetto apposito, un po’ come fece Prefuse 73 nel suo album Vocal Studies + Uprock Narratives.

Ok, ultima cosa. So che stai producendo musica per un videogioco, puoi dirmi di più?

No. Vorrei, ma non posso. Posso solo dirti che è un videogioco realizzato da una software house rispettabile (ride) e che uscirà questo marzo. Ho composto musica per due livelli del gioco ma suona in modo abbastanza diverso da quello che ti potresti aspettare. La cosa davvero interessante è che ho scritto, e spedito, la musica a tranci: praticamente il gioco associa spezzoni della mia musica alle azioni del giocatore e quindi tutto è interattivo: se apri la porta c’è una musica, se fai scattare una trappola c’è altra musica e così via.

Hai potuto giocarci?

No, ho potuto solo guardare altri giocarci. Quello che mi piace, di questo gioco, è che non è violento: è psichedelico, è completamente fuori e tu, protagonista, devi risolvere delle missioni assurde, stranissime. Ma la cosa che mi ha maggiormente colpito, ripeto, è il suo non essere violento, il suo non essere GTA (Grand Theft Auto, celeberrima saga video-ludica nella quale il protagonista è libero di sparare, pestare o derubare chiunque).

Quindi non venderà, lo sai vero?

Sarà sicuramente un flop. (ride)

Ciao, grazie del tuo tempo.

Grazie a te.