
Matthew Herbert presenterà dal vivo a Jazz Is Dead l’album Clay, realizzato insieme alla batterista e cantante Momoko Gill.
di Fabio Striani
L’ottava edizione di Jazz is Dead! si dilata nel tempo e diventa tridimensionale. Tra anteprime, festival ed epilogo, il festival 2025 si dispiega infatti da marzo a luglio, in 12 tappe tra Piemonte, Torino e Milano. Su questo sistema di pianeti approda tutta una galassia di artisti e artiste, molti dei quali in anteprima assoluta, che contribuiscono a definire una costellazione unica per ampiezza e qualità di proposte.
Dal 30 maggio al 2 giugno l’appuntamento è al Bunker di Torino, tempio del clubbing e consolidato centro culturale indipendente: l’intervista che segue è con Matthew Herbert, uno dei più grandi musicisti e produttori di musica elettronica, dj in movimento tra jazz e techno, presente in rassegna il 31 maggio con la batterista e cantante Momoko Gill, a presentare in anteprima live il nuovo disco Clay, uscito per Accidental Records.
Il tuo dialogo sonoro con Momoko sembra avvenire a bassa voce, quasi come se non voleste disturbare. In che modo l’intimità è diventata un’estetica? È una scelta o una necessità emotiva?
“Lo schema che sembra emergere quando realizzo progetti è: “uno grande, poi uno piccolo”. Per cui l’anno scorso ho realizzato il disco Horse Skeleton con l’orchestra e successivamente ho preferito ritirarmi in un spazio raccolto e familiare. Il mondo è attraversato da una tale crisi e brutalità che, a volte, possiamo affrontarlo e lottare per il meglio, mentre in altri momenti è necessario chiudere la porta: cercare quiete, radunare forza prima di ritornare fuori. Credo che questo disco sia più propenso a nidificare piuttosto che a combattere”.
In “Fallen”, la voce di Momoko non ha mai cercato di imporsi. Piuttosto suggerisce, sfiora. Come costruisci la presenza nell’assenza?
“Lavoriamo bene insieme, in una sintonia che ci consente un dialogo e una collaborazione autentici. Trovare un collaboratore con cui sia semplice creare uno spazio terzo – libero dall’ego e dalla paura di esporsi – è estremamente difficile. In Fallen, ad esempio, la voce di Moloko è diventata un vero e proprio strumento tra gli altri, nel brano sono presenti 140 tracce vocali: una sorta di approccio orchestrale alla voce”.
Matthew, in passato hai decostruito la forma della canzone in mille modi. Cosa significa per te fare spazio per un altro corpo sonoro oggi?
“È stato un grande sollievo. Ho esercitato il controllo per molti anni, ma ora ho raggiunto una fase in cui posso finalmente aprirmi e dare spazio. Questa volta Momoko ha scritto quasi tutti i testi , cosa che in passato avevo sempre fatto solo io. Certo il passaggio può funzionare solo se ti fidi al 100% dell’altra persona. Inizialmente pensavo che il disco sarebbe stato realizzato nel mio solito modo, cioè scrivendolo per la maggior parte e invitando poi Momoko a dare il suo contributo, ma presto si è trasformato in una vera e propria collaborazione alla pari e siamo diventati co-creatori. In principio lasciare andare può essere difficile, ma una volta iniziato, questo diventa liberatorio. Lo si può vedere persino nel nome: da “Herbert feat. Momoko” siamo diventati “Herbert & Momoko”. Pare un piccolo dettaglio e un cambiamento insignificante, ma in realtà ha grandi implicazioni rispetto a come la musica viene ascoltata e in quale contesto viene inserita. Spesso l’industria musicale fatica a riconoscere chi evolve il proprio lavoro, e questo può corrompere l’innocenza del processo creativo”.
La tua musica suona come un paesaggio attraversato dal vento. Vi lasciate mai sorprendere da ciò che accade negli spazi vuoti tra i suoni?
“Assolutamente sì. Buona parte del modo in cui si realizza un disco consiste nel predisporre incidenti, vuoti, sorprese e deviazioni che non ti aspettavi funzionassero. E in questa esperienza queste aperture diventano migliori rispetto a ciò che avevi pianificato”.
Quali sono stati i momenti in cui la collaborazione con Momoko ti ha fatto deviare dalla direzione iniziale? C’è stato qualcosa che ti ha chiesto di essere diverso da come l’avevi immaginato?
“L’intero disco! La musica è una forma invisibile, quindi immagini qualcosa di invisibile nella tua testa e poi cerchi di tradurlo in una forma leggibile e udibile. Ma far emergere le idee dal tuo mondo e condividerle è un’impresa ardua. Con un’altra persona il percorso diventa più complesso, perché di solito ciascuno immagina diversamente. Adoro il modo in cui Momoko costruisce le sue melodie in forme che a cui io non penserei: questo significa tornare a ricomporre tutto il resto per accoglierle. È un po’ come liberare un ruscello da sassi, rami e foglie, per consentirgli di fluire più facilmente”.
Sarete a Torino per “Jazz Is Dead”. Quando suonate dal vivo, cosa cercate di proteggere del vostro mondo sonoro e cosa, invece, lasciate che venga contaminato dal tempo e dal luogo?
“Non abbiamo ancora fatto molti concerti, quindi stiamo ancora cercando di rispondere a questa domanda. Una delle sfide è quella di continuare ad esistere nel mondo intimo del disco che hai evocato prima, pur riconoscendo di essere davanti ad un pubblico, su un palco. Non siamo ancora abbastanza sicuri di poter improvvisare quanto vorremmo, ma lo spettacolo sarà sempre orientato verso chi ci ascolta”.
Se doveste scegliere una singola immagine per raccontare la storia di questo nuovo incontro tra le vostre due voci – una fotografia mentale per “Clay” – cosa vedremmo?
“Due persone ferme in ascolto, sulla riva di un ruscello, nel cuore di una foresta accogliente, in prossimità del tramonto: il calore del sole si sente ancora, le piante e le creature diurne si ritirano lentamente, mentre emergono quelle notturne”.



