Dolore ed eleganza al Pitchfork Festival, con Alan Sparhawk e Jessica Pratt

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Un doppio concerto nel centro culturale del Barbican per il festival di Pitchfork, con Alan Sparhawk e Jessica Pratt  

Inizia Alan Sparhawk dei Low, precisano sul biglietto del Pitchfork Festival per chi non lo sapesse. Sparhawk ha vissuto ormai 2 anni dopo la scomparsa della compagna musicale e di vita Mimi Parker. La devastazione della perdita è riflessa nella musica che sta creando, un’accelerazione del processo di disintegrazione dell’ego musicale, dei percorsi conosciuti, agli antipodi della versione forse più conosciuta e amata della band di Duluth. La ricerca musicale elettronica, è sempre stata nel DNA dei Low, ma è forse comprensibile che la direzione presa da Sparhawk non sia in sintonia con i suoi fan storici? Noto molte persone intorno a me alzarsi e uscire dalla sala, dopo un paio di brani elettronici. Sparhawk è sul palco senza strumentazione, usa l’autotune, la voce distorta in maniera impossibile, non riusciva più a ascoltare la propria voce dopo la scomparsa di Mimi. Anch’io lo ammetto non riuscivo a affrontare questa nuova versione di Sparhawk fino a stasera.

Sul palco è accompagnato dal figlio, Cyrus al basso. Entrambi indossano una salopette sulla pelle nuda – noto che anche il tecnico del suono segue la stessa linea stilistica. Il palco è adornato da tre vasi pieni di rose bianche. Le rose del titolo del primo album solista di Sparhawk, un tributo alla moglie scomparsa. Su Instagram aveva confessato di non avere idea di cosa poter fare sul palco senza la sua chitarra. Un territorio sconosciuto per lui dopo tanti anni. Ci affronta senza timore, balla con I suoi ritmi, gioca con le luci e i capelli lunghi sciolti a coprire il viso stanco, vissuto. Il concerto è diviso in due parti. Nella seconda Alan imbraccia la fedele chitarra, toglie gli effetti dalla voce e affronta sé stesso e i suoi demoni in un tentativo di esorcizzare il silenzio, la solitudine, il destino con la sua voce. Cyrus silenzioso lo segue in ogni movimento, in ogni ritmo. Incredibile quanto ricordi la madre nei lineamenti. Alla fine dell’ora a sua disposizione, Sparhawk ci invita a prendere le rose, se le vogliamo. Non sono vicinissima, ma ci provo. Riesco a prendere l’ultima rosa bianca.

L’intervallo dura solo 20 minuti. Il palco è già pronto. Basta togliere gli amplificatori di Sparhawk. Gli strumenti sono pronti per Jessica Pratt. Posizione centrale per lei alla chitarra acustica. Capelli biondissimi esaltati dai riflettori. Il resto tutto nero e giochi di luci drammatiche. È circondata dai suoi musicisti. Niente, tutto è incentrato e concentrato sulla voce, il resto tutto molto minimalista ma di un effetto magico, un’atmosfera rilassata, un tuffo a volte negli anni 60, un tocco di bossa nova, e le storie, le impressioni di Jessica senza sosta. Tutto molto curato. Minimo anche il contributo vocale, a parte i ringraziamenti per essere venuti a vederla in una serata orribile, uggiosa. I ringraziamenti a A.S., un onore dividere il palco con lui. I ringraziamenti per i suoi musicisti. Acustica perfetta, seduti sulle nostre poltroncine, ci lasciamo trasportare. Per un’ora ci dimentichiamo dei nostri corpi, del mondo in frantumi, di tutto. 

Jessica Pratt setlist
This Time Around
Poly Blue
Get Your Head Out
Greycedes
World on a String
Better Hate
By Hook or by Crook
Opening Night
As the World Turns
Here My Love
Back, Baby
The Last Year
Life Is

Encore:
On Your Own Love Again
Fare Thee Well


Alan Sparhawk setlist
Get Still
I Made This Beat
Can U Hear
Heaven
Screaming Song
JCMF (Retribution Gospel Choir song)
Get High (Derecho Rhythm Section cover)
Don’t Take Your Light Out of Me

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