Intervista a Lorenzo Senni: “Sto finendo il nuovo disco”

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(Credit: Nicholas David Altea / Rumore – Lorenzo Senni / Presto!? records / Daniel Sansavini)

Lorenzo Senni suonerà per Biglia – palchi in pista per la musica il 23 marzo al Teatro Petrella di Longiano, uno splendido teatro ottocentesco in provincia di Forlì-Cesena

di Nicholas David Altea

Ci diamo appuntamento al quartier generale di Lorenzo Senni, a Milano, che poi è anche la sede della sua etichetta Presto!? e perfino lo studio di Daniel Sansavini, graphic designer e art director, che tra le tante collaborazioni cura anche le grafiche spettacolari dello stesso Senni. Scendo con Lorenzo nel suo studio: una sorta di bunker pieno di dischi, pezzi di batteria, scritte a spray sui muri, locandine hardcore, adesivi, foto e, ovviamente, strumentazioni varie come sintetizzatori, tastiera, postazione pc e molto altro. C’è tutto il suo mondo lì sotto, basta guardarsi attorno e si ha una mappa emotiva e musicale di Lorenzo Senni. Lui è tutte quelle cose che sono lì, e non sono solo feticci come la t-shirt degli AFI appesa alla mensola, l’adesivo della Victory Records o la shopper di Aphex Twin. Il background non è elettronico ma, appunto, hardcore, con un passato come chitarrista e batterista in band romagnole di varia estrazione “core”.

Lorenzo Senni Studio 3
(Credit: Nicholas David Altea / Rumore – un angolo dello studio)

Attualmente è uno dei nomi dell’elettronica italiana più conosciuti soprattutto per il suo minimalismo trance e la capacità che ha avuto nel destrutturarla e ricostruirla a suo modo. Pointillistic trance sarebbe la definizione più corretta, che in un attimo ci porta al neoimpressionismo di George Seurat e al suo puntinismo, tecnica utilizzata per dipingere – il suo più famoso dipinto è Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte (Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte). La firma con Warp alcuni anni fa ha cementato ancor di più quello che si è costruito negli anni: dai primi Early Works (2008) pubblicati dalla Kesh di Simon Scott (il batterista degli Slowdive) fino ai lavori per l’etichetta Mego, Quantum Jelly. A Milano ci sta da un sacco di tempo, fin da quando co-organizzava le Hundebiss Night in cui passavano nomi come Wolf Eyes ed Emeralds. Per uno come lui che si muove per mezzo mondo, una città con tre aeroporti a disposizione è sicuramente un buon gancio col resto dell’emisfero, motivo in più ora che sta con una fidanzata australiana. Ci mettiamo comodi e mi faccio raccontare cosa sta facendo, a che punto è col nuovo disco e poi ci perdiamo come è facile che sia, perché Lorenzo Senni se col suono ama lavorare per sottrazione e pubblica un disco ogni quattro anni, con le parole non è di certo avaro e le discussioni diventano interessanti e curiose.

L’occasione per vederlo dal vivo è il 23 marzo al Teatro Petrella di Longiano, uno splendido teatro ottocentesco in provincia di Forlì-Cesena.

Biglia Lorenzo Senni

Dove sei stato nell’ultimo periodo?
“Alla fine sono stato un botto in Australia, ci avevo suonato una volta e c’ero stato con…
Te lo ricordi Oscar Powell?”.

Sì, certo, veniva spesso a suonare al Club To Club…
“Io e lui avevamo un progetto che quasi nessuno conosceva: si chiamava Hot Shotz ed era preso come citazione dal film comico Hot Shots (1991). Era incredibile perché a quei tempi Oscar era l’artista del momento; era super lanciato perché aveva pubblicato il disco per XL mentre io avevo appena firmato per Warp e attorno a noi come duo c’era hype pur non avendo fatto uscire niente. Avevamo suonato in Australia ad Adelaide dove eravamo stati due giorni”.

E poi come è andata a finire?
“Ci siamo giocati un’occasione perché all’epoca l’etichetta Young Turks ci avrebbe pubblicato qualsiasi cosa avremmo prodotto. Gli abbiamo detto che volevamo fare il video con noi dentro aerei come se fossimo nel film Hot Shots e a loro andava bene. Poi siamo andati una settimana a Stoccolma insieme e non siamo riusciti a scrivere un pezzo in studio. Io straight-edge e Oscar l’opposto però funzionavamo insieme. Lui era il nome caldissimo, ma lo stile di vita poi influisce, c’è chi riesce a tenere quei ritmi, quando lo fai tre-quattro volte a settimana poi c’è chi tiene più botta e chi meno. Lui è talmente genuino nella sua naturalezza che era proprio quella la sua forza. Tornando all’Australia, ci siamo stati due notti e non avevamo dormito quasi per niente, infine siamo volati a Montreal e poi a Toronto ed è successo un fatto in hotel…”.

Cioè?
“Eravamo in un hotel con Stephen O’Malley e Oscar si fa male tagliandosi sotto un piede. Gli avevano dato cinque o sei punti però ovviamente non aveva l’assicurazione e ha dovuto pagare 1.500 dollari. Allora decide di chiedere i danni all’albergo, torna al pomeriggio e gli dicono ‘Guardi signor Powell, lei correva mezzo nudo attorno all’hotel…’. Allora Oscar gli chiede le registrazione perché voleva farci un video musicale ma non glielo danno a causa di norme sulla privacy… Oscar era così”.

Tornando a te, sei uno che si chiude in studio e si isola per mesi?
“Sì, perché sono proprio lento a livello fisiologico. Ho tanta energia, non sono un polentone, però in generale ci metto tanto, sto un sacco su quello a cui sto lavorando, provo un milione di possibilità per avere sempre la conferma che non mi interessano e torno all’idea iniziale”.

Però almeno lei hai escluse, quelle alternative.
“Esatto, quindi devo passare tanto tempo qua in studio, ci vengo tutti i giorni, a meno che non sia in giro a suonare. Mi ci vuole un po’ per carburare, devo vedere i video su Youtube, magari mi perdo, però devo stare qua”.

È anche un po’ il posto dove poi ti viene l’ispirazione?

“Sì, perché ho tutte le mie robe che mi piacciono attorno: poster e robe varie, perché poi tendo a essere così anche a casa”.

Quindi non ti porti il lavoro a casa? 
“No, però ho passato un periodo strano della vita in cui, guardandomi indietro adesso, mi rendo conto che facevo tante cose ma lavoravo un botto: finivo qua e tornavo a casa a scrivere delle mail tutta la notte. Era un periodo bello hardcore che coincideva col periodo in cui avevo firmato per Warp. Avevo anche un manager che spingeva tanto, quindi alla fine non me la sono vissuta così bene facendo i conti”.

Te la sei vissuta in maniera un po’ troppo, non dico oppressiva, ma con tante pressioni?
“Un po’ sì, però, col senno di poi te ne rendi conto quando stai meglio, ti fa delle domande e capisci che se avevi sempre mal di pancia c’era un motivo. E questo è relativo al mio piccolo… Adesso sono molto più bravo a non portare il lavoro a casa”.

Hai un metodo?
“Sì, ci provo, poi quando fai quello che ti piace devi imparare a mantenere vivo l’entusiasmo perché dopo è tutto un gioco”.

Ti è mai capitato che l’entusiasmo calasse?
“La mia challenge maggiore è mantenerlo alto perché di base ho uno standard di energia molto elevato sulle cose che mi piace fare. Quando vedo che s’abbassa c’è qualcosa che non va, anche se per altri potrebbe essere un livello normale, per me già sono segnali. Quindi sì, l’ho avuto un momento calante ma in concomitanza con altre cose che sono extra musicali, quindi a volte la vita e va bene così. Di base mi reputo fortunato perché poi mi guardo attorno e ci sono tantissimi colleghi e amici che hanno avuto più sbalzi di me. Il mio range è sempre stato abbastanza controllato, ho continuato a lavorare a tutti i livelli: Presto!? records, la mia musica, altre cose un po’ più visuali. Mi piace essere attivo, mi piace fare, mi piace creare anche se poi quelli di Warp mi dicono ‘Sei sempre lì a fare delle robe però l’ultimo è uscito quattro anni fa’. Ed è vero, eppure sono sempre stato in studio. Sono lento ma devo essere rispettoso nei confronti del mio processo perché devo conviverci, non posso litigare con me stesso. Però io sono invidioso di quelli fanno dei dischi in due mesi che spaccano, perché ci sono e non è che non è se non ci perdi due anni e mezzo non funziona, ci sono, lo fanno e spacca…”. 

Senni Presto Records
(Credit: Nicholas David Altea / Rumore)

Poi ognuno ha il suo metodo. Non penso tu sia uno che scrive in tour…
“No, alla fine parte del processo me lo sono sempre goduto e consiste nello scrivere con piano roll e midi. In effetti posso essere ovunque perché a me piace scrivere delle melodie indipendentemente da tutto”.

Parti dalla melodia?
“Sempre: piano, archi e lì, a dir la verità, mi è capitato di farlo in giro quando ero più giovane perché suonavo a Berlino, poi ci restavo una settimana e spendevo tutti i soldi che avevo. Adesso suono a Berlino, il giorno dopo torno perché devo lavorare e non posso permettermi di stare sempre in giro. Ora cerco di fare quello che devo e poi torno in studio e faccio tutto qui”.

Ora è cambiato tutto?
“Ho due o tre metodi che ultimamente hanno scioccato un po’ di persone. Recentemente li ho raccontati in un workshop online per la prima volta. È andato molto bene, poi ne ho tenuto uno a Copenhagen dove spiego proprio il mio processo compositivo ed è abbastanza scioccante perché è molto artigianale. Io scrivo delle melodie ma poi le passo attraverso un paio di sequencer anche scrausi che la maggior parte dei producer non penserebbero di utilizzare. Ma io li uso in una maniera molto mia…”

Alla fine non c’è una regola per creare un suono…
“Di base io scrivo delle melodie, poi le butto qua dentro e il sequencer me le ripropone in maniere più storte, e quello mi serve per avere uno spunto che non sia sempre la nota Do, Re… perché poi  incomincia a essere limitante. Parto sempre da una melodia che scrivo, però faccio rimescolare da degli agenti esterni e una volta riottenuta riparto da lì, almeno non ho dovuto pensare troppo, sfrutto spunti meno prevedibili e poi passo ai synth. È un problema quando scrivi una melodia, soprattutto io che non mi metto a scrivere un pezzo con una forma canzone; devo entrare in dialogo con un po’ di imprevedibilità. È bello farsi consigliare senza metterci troppo sforzo, avere un punto di partenza è importante, poi c’è l’imprevedibilità. Me la porto dietro da sempre perché quando ho iniziato a fare musica elettronica con i software spippolando: io costruivo il sistema MAX/MSP o SuperCollider, creavo la patch che sapevo cosa faceva, però poi c’era quella componente che non puoi pianificare”.

Ognuno poi alla fine ha i propri metodi…
“Vedo che è interessante per dei ragazzi giovani capire che non è importante sapere tutto, ma l’importante è avere delle strategie per trovarsi a fare una cosa. Abbiamo talmente tanti tools a disposizione che poi dici ‘Cosa faccio?’”.

Quando ne hai troppi poi non sai da che parte partire. Penso ad Alessandro Cortini che decide di fare un disco e lo fa con uno o due synth.
“Certo, e soprattutto se sei giovane, non sai ancora bene cosa fare e se vuoi costruire un percorso sei sopraffatto. Per me è importante tornare in studio ogni giorno e non dover ripensare a cosa fare. Ho bisogno dei punti fissi di partenza, come diceva Stephen Shore, il fotografo: ‘Io mi vesto sempre così perché non posso tutti i giorni perdere anche solo quell’energia a pensare a come vestirmi, la voglio perdere in qualcos’altro…’. Ovviamente è estremo, ma sedersi qua e ripensare tutto è come ripartire da zero ogni volta”.

Quindi adesso tu stai scrivendo un disco nuovo?
“Sì, sto finendo il nuovo disco. Devo chiuderlo prima che torni la mia morosa dall’Australia, lo devo finire prima di andare al mare”.

Anche lei è nel mondo della musica?
“Sì, fa la videomaker e sta facendo musica. Farà un disco su Presto!?. È brava, canta, è più giovane di me e in lei vedo questa ingenuità che è la cosa più preziosa che ha. Quando cresci acquisisci una consapevolezza di tecnica e di altre cose che appesantiscono un sacco. I pezzi che fa io non so nemmeno come le vengano in mente, deve godersi questo momento perché poi quando lo perdi non torna più”.

È un po’ come perdere l’innocenza…
“Per me è una sfida continua ritrovare questa ingenuità quando riapro vecchi progetti: non usavo neanche la griglia su Logic, era una white canvas (una tela bianca, nda)”.

Più o meno hai già idea di quando deve uscire l’album?
“Dovevo finirlo a ottobre scorso e avrebbe dovuto essere uscito adesso. No, non lo so perché aspettano che lo finisca e lo mando a Warp da ascoltare”.

Ovviamente vogliono sentirlo…
“Loro sono sempre stati aggiornati ma da quel punto di vista penso che bene o male ci siamo perché ogni tanto gli mando qualcosa da ascoltare. Più che altro hanno a che fare con degli artisti che ti dicono ‘Ho quasi finito il disco’ e poi due anni dopo sono ancora lì. Evian Christ (Josh) ha firmato prima di me col suo primo disco, ed è uscito nel 2023”.

C’è un rinnovo ogni anno con l’etichetta? 
“No, per me c’è un contratto che comprendeva questo disco e l’opzione anche su quello dopo. Adesso è strana la questione etichetta: quelli più giovani di me fanno tutto senza.
Warp è ancora fortunata che ha un appeal di un certo tipo, però occhio, perché se perdi quello sei fottuto. O hai tanti soldi per pagare chi vuoi o hai una legacy che ti permette di andare dagli artisti ed essere riconosciuta come un’etichetta cool, perché essere un’ etichetta oggi non è facile. A me fa molto piacere continuare a lavorare con loro. Oneohtrix Point Never, ad esempio, è in licenza su Warp, però l’ha fatto uscire sulla sua etichetta (Ridge Valley Digital, nda).

Un mossa non da poco perché, ipotizzo, ti tieni il master e magari i diritti connessi, sincronizzazioni…
“Quando incominciano a esserci anche artisti della grandezza di OPN che pur non essendo enorme decide di agire così, cambiano un po’ tutto. Io sono felice di lavorare con loro e di certo non ci sono svantaggi ma un artista deve essere sempre attivo, non è che una volta che hai fatto il disco è finita. Il lavoro lo facciamo noi, io sono felice e continuo a essere operoso come lo sono sempre stato anche prima di firmare per Warp perché mi è sempre piaciuto fare in questo modo ,come con la mia etichetta Presto!? a fare molte cose, ed anche il mio background e l’hardcore mi hanno insegnato questo. Adesso lo devo finire l’album, giustamente, però il bello di Warp è che non c’è nessuna pressione, è un contesto molto genuino nell’imprevedibilità della music industry e non ti chiedono di rispondere a delle esigenze del mercato che c’è là fuori. Certo, sarebbe stato meglio se avessi fatto uscire un disco ogni anno e mezzo o due, ed essere più presente con della mia musica”.

Però tu di singoli o collaborazioni non ne fai mai uscire, vero?
“Venendo da un background che è tutt’altro che musica elettronica, non faccio remix, non faccio dj set, non faccio uscire dei singoli”.

Neanche dj set? Sonorizzazioni per sfilate?
“Lo faccio un po’ à la Aphex Twin, Mixes for Cash. È capitato al salone del Mobile ma ho messo roba mia. Per le sfilate, ad esempio, ho suonato della mia musica o composto materiale originale. Non ho mai fatto selezione di altra musica, sempre musica mia. Però ovviamente se mi dicono ‘vuoi mettere due ore di dischi?’ io non faccio il dj in quel senso, non mi piace e per questo non sono bravo. Non è il mio, mi piace ballare ma quello non mi interessa proprio”.

Fare remix potrebbe essere la cosa più divertente o comunque se ti piace destrutturare, rielaborare è molto più affine a te.
“Mi ricordo come se fosse ieri che comprai un CD remix dei Mogwai e ai tempi, che di musica elettronica non ne ascoltavo molta, non mi piacque. L’idea di remix è partita male nella mia testa anche se molti mie colleghi me lo hanno detto di farli, sfruttando qualche traccia non utilizzata. Ogni tanto me lo chiedono, ma è nata male, forse se me lo chiedesse uno dei miei gruppi preferiti, tipo gli At The Drive-In allora magari lo faccio ma non è mai successo. Però mi ha gasato quando i Bring Me The Horizon…”.

Cosa hanno fatto?
“Mi cominciano a scrivere un po’ di miei amici chiedendomi se avevo fatto qualcosa con loro ma io non ci ho mai collaborato coi Bring Me The Horizon ma nel documentario del making of del penultimo album ci sono loro che ascoltano un mio pezzo, tipo in camera d’albergo mentre suonano e dicono ‘dobbiamo fare qualcosa così’. Ho pensato si fosse chiuso un cerchio. Alla fine si torna lì. Qualcuno ha capito che Shape Of Trance To ComeThe Shape Of Punk To Come”.

E se uno conosce il logo degli Anal Cunt capisce che non è casuale il tuo logo Lorenzo Senni. Oppure la tua traccia One Life, One Chance, per citare gli H2O.
“Alla fine a me piace giocarci molto, tutti mi dicono ‘trance, trance’ ma io non so un cazzo di trance (ride, nda). Se i rockers incominciano ad avvicinarsi c’è qualcosa di buono. Poi ho scritto ai Bring Me The Horizon e Jordan, quello che ha lasciato recentemente la band, mi risponde, mi invita al concerto al forum e ci conosciamo. Era stato Oliver Sykes, il cantante, a mettermi nelle playlist della sua mega catena di ristoranti e loro mi hanno scoperto così. Comunque il loro show è stato molto figo, grande interazione visuale col pubblico, gli danno le indicazioni sul megaschermo, singalong coi testi enormi così tutti li cantano anche se li sanno esattamente a memoria. Sono stati bravi nel loro genere e hanno un immaginario mega digitale tipo Amnesia Scanner ma con tanto sangue”.

Il suono del tuo nuovo album in che direzione andrà?

“Non faccio mai sentire niente a nessuno, neanche ai miei amici, solo alla mia morosa. Chi sta con me di solito è molto dentro a quello che faccio e sviluppano un giudizio critico. Dopo dieci secondi che faccio ascoltare un pezzo sono già in grado di dire cosa c’è che non va, io mi incazzo ma chi lo dice ha sempre ragione. Io sostengo di essermi spostato, con un gap che si nota dal disco precedente ma non sempre viene percepito. Vivo tutti i giorni quella musica e al minimo cambio me ne accorgo. La cosa principale è che ho cambiato un po’ metodo e secondo me si sentirà, si ricollega al discorso di prima legato all’entusiasmo di non far sempre le cose allo stesso modo, e così ho cominciato a campionarmi. Completavo quasi un pezzo e poi mi campionavo. Quello mi ha cambiato le carte in tavola, è stato bello anche ‘prendersi bene’ per una cosa che non avevo mai fatto quindi secondo me si sentirà, spero…”.

Lorenzo Senni Foto Scaccomatto
(Credit: Nicholas David Altea / John Divola)

Vuoi già ripartire da zero?
“Non dico che ci ho pensato, però ogni tanto ci penso. Ci sono due o tre caratteristiche della mia musica come ad esempio l’assenza di batterie e io sono batterista…”.

Ti limita questa assenza?
“Non mi limita perché mi aiuta, insomma, mi limita nel bene perché sono stato almeno in grado di esplorare un po’ più in profondità certi aspetti, ma ogni tanto fantastico ascoltando un album o vedendo batteristi che vorrei veder suonare nei miei lavori con un certo suono di rullante. E so che sui miei pezzi si riesce a suonare anche bene la batteria. Poi ci penso e mi dico ‘ok, al prossimo disco’, e poi non lo faccio. Lo stesso vale per le voci”.

I Daft Punk hanno pubblicato un disco togliendo le batterie, peraltro…
“È un segnale che le batterie sono finite (ride, nda). È il bello di darsi dei limiti entro cui sviluppare una ricerca. A me è sempre piaciuto averli e forzarli, cioè metter dentro qualcosa, spingere sempre e alla fine ogni disco è sempre stato più generoso e meno radicale. È quello il bello, perché quando so che sto lì dentro mi appoggio sulle mie basi e poi mi guardo un attimo attorno. Quelle basi lì sono solo un modo per sapere che posso espandermi ma sempre guardando dentro al mio mondo perché è importante. Al contrario, a me piacciono tanti percorsi di artisti che ogni volta cambiano genere anche se io agisco diversamente”.

Ti ha ispirato qualcuno nel tuo percorso personale?
“Io sono cresciuto con il mio maestro che è un fotografo italiano di nome Guido Guidi, che adesso ha 80 anni. È conosciuto per essere molto specifico nel suo concept. Sostengo di essere un fotografo che sopravvive facendo musica. Adesso è uno dei più importanti in vita in Italia, l’ho incontrato quando avevo 20 anni, mentre facevo l’università di Musicologia a Bologna”.

Come lo hai conosciuto?
“L’ho scoperto sui libri perché ho dato un esame di arte e mi son detto ‘Ma Guido Guidi non è il mio vicino di casa?’. Per tre anni, ogni giorno, ho iniziato ad andare a casa sua, a Cesena, a vedere come si prendeva cura del suo processo creativo e di come incasellava il suo lavoro. È un intellettuale di un certo livello e grazie a lui ho imparato che dovevo farmi delle domande su cosa stavo facendo. Ho tanti amici che fanno musica che mi piace molto, vanno in studio e la fanno. Io mi devo fare più domande per andare avanti, per quello che poi è nato il concept e il ‘rave voyeurism’. Ho bisogno di giustificare a me stesso ciò che faccio”.

Non sono idee che vengono fuori dal nulla…
“No, però non pretendo che sia il manuale d’istruzioni. A me piace parlarne, è una cosa con cui mi confronto tutti i giorni e lo racconto ma è a me che serve per capire cosa sto facendo, cosa voglio fare, per avere più consapevolezza per continuare a farlo”. 

Scacco Matto è uscito quattro anni fa ma continui a suonare molto in giro. Il disco com’è andato?
“Non saprei, Scacco Matto è uscito il 24 aprile 2020 col picco del covid quando c’erano le immagini dei camion militari che uscivano da Bergamo e mi si è cancellato tutto il tour. Però poi non è andata male. Le etichette dovrebbero guardarsi più intorno e cercare un giovane ‘Lorenzo Senni’, come fanno le squadre di calcio che coltivano un vivaio di calciatori giovani. Adesso ogni artista ha veramente la sua traiettoria, è assurdo e poi mettici anche i social. È veramente strano e difficile capire anche quali siano le aspettative di un’etichetta e capire da parte di un artista, ossia da parte mia, che cosa dovrei fare. Insomma, io faccio quello che faccio e spero vada bene”.

Farai anche una mostra fotografica, vero?
“Faccio fotografie da vent’anni e non ho mai fatto nulla perché, per assurdo, sono più conservatore in quell’ambito che in musica. Sono cresciuto con quel maestro e quindi sono anche molto più critico nei miei confronti, anche se livello tecnico secondo me ho più nozioni tecniche da fotografo che in musica. Con Scacco Matto e John Divola, l’autore della fotografia della copertina, ho avuto modo di conoscerlo dato che 15 anni prima avevo visto la foto, in casa di Guido, in un libro. Ci siamo presi bene e quindi con l’occasione di Italian Council, un bando italiano, ho tirato in mezzo John per fare  da mentor e per capire il suo processo da vicino, quindi sono tornato a Los Angeles, sono stato con lui del tempo, l’ho visto all’opera, gli ho rotto le palle più che potevo su tutto, e poi ho iniziato adesso a mettere insieme un progetto che si chiama Windows To Look In che si basa molto sul lavoro di John Divola che, soprattutto negli anni 70 ma anche adesso ultimamente ha ripreso, consisteva nel vandalizzare e sprayare un po’ questi luoghi abbandonati e poi fotografarli. L’uso della fotografia che non si riduce mai ad astrazione: se fotografi qualcosa c’è sempre il mezzo fotografico che ti riporta alla realtà, perché pur se ritrai una forma astratta è l’espressione di qualcosa che esiste nel mondo. Mi sono confrontato con lui facendo delle sprayate…”

Avevi fatto qualcosa del genere anche al Club To Club anni fa?
“Sì, esatto, parte da lì un po’ ‘vandalize music’. Windows To Look In però è un progetto che nasce da John Divola e Los Angeles perché lì per coprire i graffiti dipingono queste macchie rettangolari o quadrate che sembrano delle finestre. Da lì ci ho costruito il mio solito trip. È un progetto fatto con Threes e Terraforma, è la prima cosa fotografica che faccio e sono andato proprio stamattina dallo stampatore. È un bel trip per me perché sono molto più cauto, cioè la fotografia mi spaventa di più. Forse è grazie al rispetto che ho avuto per la fotografia che poi nella musica ho sbrutalizzato la trance, ho avuto modo di essere molto più sfacciato”.

Per così dire, hai più rispetto?
“Per assurdo sì. In questo progetto devo far vedere qualcosa e portare un risultato ma per me è già un inizio. Ho avuto più sfacciataggine nella musica per parlare di trance dal contesto da cui arrivavo mentre la gente diceva ‘ma cosa stai dicendo, cioè la trance non puoi manco nominarla’”.

È interessante che poi alla fine, dopo un po’ è tornata la fotografia da te.
“Sì, è arrivata perché si è presentata l’occasione e poi perché alla fine faccio fatica a non fare quello che mi piace”.

Invece con l’etichetta come ti stai muovendo?
“Bene, sempre tutto a caso (ride, nda). Presto!? ha sempre avuto una visione molto larga, un modo di coinvolgere persone che rispettavo e la musica che mi piaceva senza doverla fare io quella musica. Però è una visione molto larga ma molto breve, perché non è che ci sono mai stati piani, siamo sempre stati abbastanza punk e lo siamo tuttora. Parlo al plurale perché ci sono un paio di ragazzi che mi danno una mano, e adesso facciamo uscire un disco di James Ferraro e il nuovo di Mechatok”.

Ah, James Ferraro!
“Ci sono sempre le vecchie glorie, perché James lo conosco veramente da 15 anni, ha suonato a casa mia nel mio salotto quando era in tour. E siamo stati in tour insieme quando è uscito su Hundebiss Records. L’ho sempre rincontrato negli anni, quindi sono le vecchie glorie che continuano ma c’è Mechatok che è giovane e bravo”.

E poi se vuoi pubblicare una band hardcore, lo fai…
“Come i Lantern, e infatti l’ho fatto”.

Ma cosa stai ascoltando adesso?
Io ascolto tante robe ma poi alla fine finisco sempre lì. Non passa settimana che non metto  su un disco degli Snapcase, però recentemente mi sono ascoltato l’ultimo degli MGMT che è curioso e mi è piaciuto vedere come siano stati poco prevedibili con le melodie”.

Avevi anche organizzato a Milano una mostra sugli adesivi hardcore.
“Poi l’abbiamo fatta anche a Parigi. Thomas Rackow (@only.hc.sticker) l’ho conosciuto su Instagram. Io ho degli adesivi, non posso dire di collezionarli, lui invece li colleziona davvero. Quando sono andato a Los Angeles e ho beccato il tipo dei Samiam che sono una band che adoro, mi aveva regalato delle magliette vecchissime e anche degli adesivi che poi ho portato a Thomas. Quando la gente vede la sua passione si gasa e glieli regala, anche se molti hanno delle valutazioni interessati: ma lui non li paga più di 50€ per principio. Io con una maglietta dico una cosa sola, mentre con gli adesivi posso dire più cose (inizia a elencarmi quelli attaccati sul MacBook, nda): glassjaw, autechre, X Claim!… Avevo un case che poi mi hanno rubato in treno e lì c’erano un casino di adesivi, e ogni tanto con qualcuno attaccavo a parlare per un adesivo. Tutto quello che facciamo è per aprire una conversazione con gli altri. Uno scambio su qualcosa che ti entusiasma”.

Lorenzo Senni Studio Pc
(Credit: Nicholas David Altea – Il portatile di Lorenzo Senni)

Suonerai in uno splendido teatro ottocentesco in provincia di Forlì-Cesena, al Petrella di Longiano. Com’è Lorenzo Senni a teatro?
“Io c’ho suonato tanto, perché come dico spesso ‘Ho sempre suonato al posto sbagliato’. Nel club ci ho suonato a tutte le ore, chi mi ha messo per fare un esperimento sociale più tardi ed ero sempre sbagliato. Prima, per il warm up, ero troppo energetico, però alle 3 non facevo ballare. Poi in teatro: troppo energetico e non si può stare seduti. Io sono sempre nel posto sbagliato però alla fine suono in tutti questi posti”.

Stai bene ovunque…
“O da nessuna parte. Mettila come vuoi, però va bene. Il teatro a Cesena con La Socìetas Raffaello Sanzio di Romeo Castellucci, è stato il più controverso d’Europa. Romeo faceva volare le macchine dal soffitto e hanno fatto delle robe assurde. Ci sta che ci finisca anche io e poi oltretutto vengono tutti i miei amici: quelli punk hardcore ex vegan straight-edge; vengono gli zarri, quelli che mi portavano al ‘cocco’, all’Echoes, al Gheodrome, mentre io, vabbè, ci andavo volentieri, però non sapevo cosa stesse succedendo. L’idea di rave voyeurism e tutto quello che ho tirato in mezzo si concentrano a Longiano”.

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