L’editoriale del numero 356 di Rumore, settembre 2021, di Rossano Lo Mele

Di Rossano Lo Mele

La mia copia se ne sta assopita in archivio da anni, anzi decenni. Il rosso della copertina ormai diluito un po’, effetto carta da parati dovuto al materiale scelto per confezionare il cofanetto. Gli strilli di copertina ricordano all’ascoltatore che il box in questione racchiude 84 “selezioni”, spartite su sei compact disc. Tutte cose che l’acquirente ricorda. Quello che non ricordavo è lo sticker verde diagonale in alto a sinistra che replica una citazione della più antica rivista statunitense, “The Nation”. Che dice: “This is gangsta folk”. Non c’è bisogno di traduzioni né di grossi riassunti per ricordare ai lettori la rilevanza culturale della Anthology Of American Folk Music curata da quel genio di Harry Smith: collezionista, mistico, intellettuale, regista sperimentale, antropologo sì, ma della musica. L’uomo, scomparso esattamente 30 anni fa, che riunì in questa unica poderosa raccolta quadrata l’inizio della storia. Del folk, sì, ma inevitabilmente anche del rock. Da questa selezione di (perlopiù) sconosciuti autori rurali americani del secolo scorso (anche in senso temporale, materiale catturato tra fine dei ’20 e l’inizio del ’30 del ‘900) nacque la generazione di Bob Dylan, Joan Baez, John Fahey e via discorrendo. Da qui, a sua volta, si generò un ceppo consistente del successivo rock, dagli anni 60 in poi. Uno di quei cofanetti da possedere non tanto per la musica in sé (o meglio, certamente per l’impetuosità della musica in sé), ma soprattutto per l’apparato storico critico allegato. 

(credit: https://twitter.com/chromedreams/status/869195565569122309)

Tuttavia: a forza di bollare il rock come un genere istituzionalizzato, incapace di rinnovarsi e fare marketing come invece sanno fare i rappresentanti della musica urban, è successo il contrario. Che cioè la cultura hip hop guardasse al rock per celebrare e riassumere se stessa. Lo ha dichiarato apertamente Chuck D dei Public Enemy al “New York Times”: “Ero invidioso di quello che riesce a fare il mondo del rock. Ero interessato a concretizzare questa idea perché stanco del fatto che il nostro genere non venisse riconosciuto come merita”. A questo punto facciamo però un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando e quale fosse l’idea citata dallo storico rapper antagonista americano. Il box di cui si diceva in apertura è stato pubblicato dalla Smithsonian Folkways, etichetta discografica e costola dell’omonimo istituto di Washington D.C. che da decenni favorisce la diffusione della musica e della cultura americana. Nel 2017 l’istituto ha lanciato una campagna di raccolta fondi attraverso la piattaforma Kickstarter che gli ha permesso di raggranellare i 370mila dollari necessari alla realizzazione del progetto citato da Chcuk D. Ma di cosa si tratta esattamente? In pratica, dell’omologo della Anthology Of American Folk Music, ma virato verso il rap. Così nasce The Smithsonian Anthology of Hip-Hop and Rap. In totale 129 brani, incastonati in ben nove CD. Le notizie sono diverse. Una riguarda il fatto che sono state necessarie 40 persone riunite in un comitato esecutivo per selezionare i pezzi, scelti da una base iniziale di oltre 900. L’altra è che Chuck D, uno dei selezionatori, all’ultimo momento ha preferito per sua ammissione uscire dalla stanza: cioè non votare i brani da includere per il peso della troppa responsabilità. Ma la vera notizia, per chi oltre la musica ama i dischi, è che questo progetto – figlio di una cultura e di un’epoca di bulimia dello streaming – nasca e venga celebrato nella sua concretezza tattile. Un parallelepipedo bianco e grigio che, come il suo predecessore folk, riunisce matericamente la storia di una cultura.

Disponibile da pochi giorni, The Smithsonian Anthology of Hip-Hop and Rap racconta e racchiude una storia lunga circa 35 anni, dal 1979 al 2013. Per scelta, non perché mancasse il materiale per raccontare le molte evoluzioni del genere nell’ultimo decennio. Il comitato ha deciso di partire dalle fondamenta (Sugarhill Gang, Grandmaster Flash & The Furious Five) per spingersi fino a Drake come limite auto imposto. Fra i vari nuclei tematici ci sono il gangsta rap (non folk) di Ice-T e Geto Boys, oltre al rap bianco di Beastie Boys, Vanilla Ice, House Of Pain, Eminem, Macklemore. Ma per la prima volta si ragiona sulla centralità della figura femminile non in relazione al legame col maschio occidentale, bensì per il suo percorso artistico: Salt-N-Pepa, Lil’ Kim, Foxy Brown, Missy Elliott, Lauryn Hill e Nicki Minaj. Molto altro, come detto ha modificato questi ultimi dieci anni, a partire dal Web. Ma questo è un primo tentativo di antologizzare un movimento e dargli una lettura e profondità storica. Poteva essere una playlist liquida su Spotify e dintorni: invece è musica fisica, in tutti i sensi. I curatori del progetto sanno bene che “molte persone guarderanno all’antologia come un canone, ma non era questa l’intenzione. Questa è una storia, non la storia definitiva. La speranza è che questa antologia apra un dialogo”. Quello che la musica può fare.