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In occasione dell’uscita del libro Frontstage, Massimo Rana ci racconta cosa significa catturare l’essenza di un artista sul palco

di Stefano Morelli

Si chiama Frontstage – Ritratti sul Palco e raccoglie una prima serie di scatti provenienti dall’archivio fotografico di Massimo Rana. Un percorso estetico votato alla procedura del “ritratto istantaneo dell’arte”, che ripercorre una carriera trentennale a immortalare sguardi e poetiche performative a ridosso dei palchi italiani. Questo volume, sostenuto da Crowdbooks, ci permette di incontrare l’autore a poche settimane dalla pubblicazione e di soffermare lo sguardo su una caratteristica centrale della divulgazione creativa, specie per quel che concerne la codificazione narrativa, storica e mnemonica, dell’esperienza artistica, intesa come baluardo della dimensione umana e delle sue risonanze sul piano sociologico e di costume. Certo, in questo scambio tenteremo d’individuare anzitutto quanto sia determinante l’occhio del fotografo e del suo obiettivo, specie nel cogliere il tratto peculiare dell’artista, del suo personaggio/carattere, e della sua interiorità più viscerale. Affine sotto molti aspetti alla pittura (si pensi agli artwork concepiti per le copertine), la foto come l’immagine ritratta e/o dipinta, cattura e anticipa il codice interiore, il contenuto spirituale e di messaggio, in qualche modo suggerendoci la radice di quell’esperienza artistica e umana. Ci accompagna col simbolo e le sue luci, i suoi colori primari e secondari, sino a quando la puntina del piatto non ci proietta nuovamente nell’etere, nella corrispondenza d’anime e degli altri fotogrammi sorti dall’inconscio individuale e collettivo.

Massimo, anzitutto vorrei chiederti qual è stata, e come si è caratterizzata, la tua formazione. Come sei giunto all’arte fotografica e quali sono le tue fonti d’ispirazione? Che ragioni ti hanno motivato e spinto a intraprendere questa professione?

“Sin da bambino sono sempre stato attratto dalle immagini. Gli album di famiglia, le foto sui giornali, sui libri. Da ragazzino divoravo Ciao 2001 che mio zio Adriano, di nove anni più grande, acquistava regolarmente, ed ascoltavo pure le sue cassette. Anni dopo, durante il biennio in un ITIS a Rho, partecipai a un corso base di fotografia e mi si aprì un mondo: cominciai a considerare la fotografia un mezzo indispensabile per la comunicazione. Cambiai scuola e mi iscrissi ad un istituto tecnico sperimentale, l’ITSOS di Milano, una scuola che aveva un indirizzo chiamato “Comunicazioni Visive”. Un sogno per me, che cominciavo a immaginarmi giornalista. Tra le materie di indirizzo c’erano fotografia, grafica e psicologia della percezione. Dopo la maturità entrai in un’agenzia fotogiornalistica. In un primo momento feci la gavetta in camera oscura sviluppando e stampando i servizi di altri fotografi senior, poi venni affiancato a loro come assistente. Seguivamo gli aspetti sportivi e fu un’esperienza che mi servì in seguito negli eventi live, dov’era importante cogliere l’istante giusto. Mi proposi come collaboratore e cominciai a fare i servizi per mio conto, soprattutto reportage sociali, seguendo i fatti di cronaca. In seguito, per arrotondare, provai ad avvicinarmi alla musica, seguendo eventi del cosiddetto Nuovo Rock Italiano sui palchi della Lombardia. Divenni il fotografo ufficiale di Divinazione, che organizzava Rock Targato Italia. Dal 1988 comincia a seguire band come Timoria, Underground Life, Litfiba, ecc… Per poter accedere a palchi più prestigiosi era necessario avere una testata, quindi mi accordai con Paese Sera (un quotidiano della capitale, ora svanito) che mi accreditava in cambio di una foto live da mettere in archivio. Da quel momento cominciai a considerarmi anche un fotografo della scena musicale; una situazione eccitante e stimolante, una passione che diventava anche un lavoro. Continuai per diversi anni, avendo poi come testata di riferimento il quotidiano Il Manifesto, alle stesse condizioni. Il mio materiale, soprattutto a colori, era distribuito dalle agenzie e attivai collaborazioni con diverse riviste, tra cui Tutto – Musica e Spettacolo, cooperando con l’amico Fausto Pirito. Da appassionato di musica, i primi esempi di fotografia sono stati sicuramente Jim Marshall, Mick Rock e Anton Corbijn, in sostanza quelli che facevano le foto degli artisti sul palco. Però, quando si parla di foto dal vivo è troppo complicato avere un modello da seguire”.

Possiamo definire l’occhio del fotografo alla stregua di un ‘terzo occhio’? Nel senso che la fotografia, quando è arte e non semplice accessorio di un’immagine stereotipata, contiene in sé la peculiarità di catturare aspetti dell’emotività umana altrimenti non decifrabili o percepibili?

“L’occhio del fotografo, l’occhio posato sul mirino che guida lo scatto, cerca di cogliere un momento. Un momento che poi trasporta in un altro tempo, nel futuro. Avrà colto nel segno? La fotografia sarà venuta bene? Fuoco, esposizione, inquadratura?
Il primo passo è fatto. La luce e la composizione, la scelta dell’attimo, del punto di scatto o dell’obiettivo, il risultato di tutte queste scelte può dare una risposta emotiva. In quanto fotografi sta a noi esserne consapevoli, ma è un processo che facciamo dopo, quando si tratta di scegliere le foto da pubblicare. Guardiamo una fotografia e ci facciamo guidare dal sentimento che proviamo. Siamo stati presenti nel momento dello scatto e rielaboriamo il tutto, le emozioni che siamo riusciti a trasportare. Il punto è che tali emozioni le ritroviamo davvero, è questo ciò che amo della fotografia! mi rende più vivo! Basta questo per far diventare la fotografia un’arte? Credo che lo debba decidere chi guarda l’immagine prodotta. Se noi fotografi riusciamo a suscitare qualcosa in chi osserva le nostre fotografie allora sì, produciamo un atto artistico. Ma non è semplicemente ‘realismo’, piuttosto si tratta di un potenziale motore di immaginazione, di significati e di emozioni. Forse è un po’ come per la musica. Impari a suonare uno strumento, padroneggi scale e accordi, ma talvolta non basta. Ci devi mettere il cuore. Con l’anima, con la passione, impari a suonare le canzoni che ami, che sono tue. Bisogna saper fare la prima cosa per poter arrivare alla seconda”.

Il fotografo, così come il pittore, ha il privilegio di scrutare, analizzare e ritrarre un’istantanea di un fenomeno, di un volto, di un corpo; rendere eterno un momento, senza tra l’altro doverlo ‘interpretare’ nella forma (come accade invece nella scultura). Entrano in campo ovviamente le luci, nella danza dei profili e dei lineamenti espressivi… Ecco, vorrei capire su che dinamiche si decide il colpo/flash, specie nei contesti ‘live’. Quando, secondo te, il passaggio allo scatto, al flash immortalante, si deve determinare?

“Per quanto riguarda i fotografi che eseguono i ritratti, o comunque foto posate, in studio o altrove, la questione del catturare aspetti dell’emotività, del carattere, dell’essenza del soggetto, è un obiettivo decisamente più agevole. Quello è un lavoro che si fa a contatto col soggetto in maniera palese e, il più delle volte, ricercandone una complicità per poi entrare nel profondo. Fotografare un evento live, come un concerto, nella quasi totalità dei casi significa avere dei paletti ben precisi. Vi sono delle modalità che sono al di sopra della nostra volontà e, ahimè, possono determinare il risultato finale del lavoro. Il più delle volte non abbiamo la possibilità di familiarizzare con gli artisti prima dello spettacolo, partito lo show dobbiamo osservare alcuni imperativi imposti dagli organizzatori, come il classico ‘Three songs. No flash’. In quel lasso di tempo devi combattere coi problemi di luce (scarsa o troppa, a seconda dei casi), che possono compromettere il lavoro seriamente. Quindi la tua attenzione, la tua concentrazione adrenalinica, mira ai movimenti che gli artisti compiono sul palco, alla posizione che ti conviene tenere lì, nel Frontstage, all’obbiettivo che hai a disposizione, alla condizione che devi ricercare per scattare le immagini nella migliore circostanza possibile. In tutto questo, gioca una parte determinante l’istinto. Una condizione che ti porta ad essere al posto giusto nel momento giusto. A volte si scatta senza effettivamente volerlo: sembra che l’apparecchio lavori da solo, mentre si sta pensando ad altro, alla mossa successiva. Descrivendo questo processo operativo mi è capitato spesso di utilizzare la parola “trance”. Ad ogni buon conto, la fase chiave del lavoro cade successivamente, nel momento in cui si esaminano i fotogrammi e si scelgono le immagini più eloquenti, più espressive. La scelta è caratterizzata da una funzionalità dell’immagine da scegliere. Se l’immagine viene pubblicata da un giornale deve rispondere a certi canoni, di conseguenza, nella maggioranza dei casi, le fotografie più ‘espressive’ o ‘immaginifiche’ vengono scartate. Le stesse che poi vengono riscoperte, come nel mio caso, dopo più di vent’anni dallo scatto”.

Parlando del tuo progetto con Paolo Bertazzoni, autore tra l’altro di un’ottima prefazione, ho scoperto che inizialmente, da parte tua, c’era una certa ritrosia a ridare luce a questo percorso. Ti andrebbe di spiegarci le ragioni delle tue titubanze iniziali?

“Lasciai la fotografia nei primi anni del duemila. Fu una decisione dolorosa ma consapevole. Non per snobismo, o perché il salto alla tecnologia digitale mi spaventasse, ma semplicemente perché avevo realizzato che con la fotografia non si poteva campare. Quindi rinchiusi i miei negativi, le mie diapositive, nei cassetti, nei cartoni, negli armadi dell’archivio e, per il mio bene, cercai di dimenticare quel periodo. Dopo molti anni, una quindicina, alcuni amici mi convinsero ad aprire di nuovo l’archivio per cercare delle foto di David Bowie, all’indomani della sua morte. Quello che avevo ritrovato era un grande fardello, cosa dovevo farne? Quale e quanto lavoro avevo di fronte? Catalogare i negativi in bianco e nero, il materiale a colori, e poi fare la scansione di tutto… Cominciai e smisi un paio di volte: ero spaventato dalla mole di lavoro perché non avevo solo gli scatti dei concerti. Infine mi convinsi ad aprire il sito con le sole foto in B/N degli artisti stranieri, così per provare se ne valesse la pena. Cominciai a pubblicarne un pò anche su Facebook e i risultati non si fecero attendere: numerose manifestazioni di gradimento e i complimenti, e la sorpresa di moltissimi. La cosa mi rinfrancò e allora decisi di intraprendere l’avventura in corso”.

Perché la scelta del bianco e nero? È uno stile che avvicina molto l’estetica fotografica a quella teatrale a dire il vero, forse è anche per questa ragione che nel post-punk veniva enfatizzato (penso alle correlazioni con l’espressionismo, il romanticismo o il noir, alla maniera di Murnau, Lang, Wenders o Bergman). Il bianco e nero contiene più epica? Forse è più narrativo, più cinematico? Vado direttamente in zona Bowie, Bad Seeds e Bauhaus, per dire…

“Ho sempre scattato con due macchine, una caricata a colori (pellicola diapositiva) ed una in bianco e nero. Ovviamente dovevo dare materiale alle agenzie che mi distribuivano ed il colore era più gettonato per la pubblicazione. Privilegiare il bianco e nero è parte del mio modo d’intendere la fotografia. Una foto in bianco e nero è l’essenzialità di un’immagine, ne determina la forma e la sostanza. Però è anche un’illustrazione parziale della realtà per chi la guarda. Ognuno potrebbe ricostruirla attraverso la propria memoria, che è sempre a colori, assimilandola un po’ alla volta. C’è modo di attivare una dinamica molto forte tra l’immagine e chi la sta guardando. Chi la guarda infatti ci mette un pò del suo immaginario, di ciò che ritrova nella sua esperienza culturale e visiva. In fotografia, e così nel cinema, originariamente c’era solo il bianco e nero e quindi la nostra percezione della realtà doveva necessariamente accontentarsi, e adattarsi, a quelle tonalità. Sui giornali, e al cinema, il mondo e gli esseri viventi ritratti erano in bianco e nero. Con l’adozione del colore ci fu un mutamento epocale. Da allora la scelta del bianco e nero, soprattutto nell’immagine in movimento, è divenuta un escamotage narrativo, espressivo e stilistico”.

Riflettevo sul fatto che in Wings of Desire e in Faraway, So Close! di Wenders, ad esempio, il bianco e nero è il codice dello spirito, della memoria, in qualche modo della ‘radice’, mentre il colore afferma la dimensione umana, carnale, passionale. Nella sintesi poi, scoppia amore…

“A pensarci bene nelle fotografie a colori c’è già tutto, e pure troppo! (sorride, nda) Nel senso che lasciano poco spazio a ciò che ho poc’anzi descritto. C’era il rischio che i colori prendessero il sopravvento sui soggetti che volevo mostrare, sulla fisicità delle persone, sui sentimenti, sulla storia”.

Nella tua esperienza come fotografo rock c’è stato un momento in particolare che ricordi più degli altri? Dovendo scegliere una manciata di nomi, chi ti ha colpito di più nel profondo e, soprattutto, chi hai ritenuto (e ritieni) più sincero tra quelli/quelle che hai catturato?

“Ricordo diversi momenti, alcuni anche molto deludenti. Come l’unico concerto dei Rolling Stones a cui ho assistito, a Torino nel ’90. Andai molto carico, avevo comunque di fronte una band leggendaria… però ci misero a metà campo circa, molto distanti dal palco, nella quasi impossibilità di lavorare in maniera degna. Si giustificarono con problemidettati dalla sicurezza, perchè a bordo palco avevano delle torce pirotecniche. Oppure a Monza nel 1989, in occasione del concerto dei Pink Floyd all’Autodromo. Anche lì le aspettative erano enormi, poi ci trovammo di fronte a un palco alto tre metri, il pit a ridosso e non riuscivamo nemmeno a inquadrare la band! Ricordo di essere riuscito a cogliere il solo David Gilmour, durante un assolo, giusto perché ero riuscito nell’impresa di arrampicarmi sulle transenne supportato da alcuni spettatori. Non sono state rose e fiori quindi, ai momenti felici e di soddisfazione ci sono stati anche quelli di profonda frustrazione. Dal punto di vista di chi ha calcato il “frontstage-pit”, e ha avuto di fronte artisti impegnati nella performance, ritengo sia Nick Cave il personaggio che mi ha toccato in maniera più profonda. L’ho fotografato in quattro occasioni (dal ’92 al ’97) e non mi ha mai deluso. Se vedere un concerto di Nick Cave è un’esperienza mistica, essendo un personaggio sempre in bilico tra dannazione e salvezza, fotografarlo durante un’esibizione è davvero qualcosa di coinvolgente. Quando fa la sua comparsa è in grado di riempire spazio e tempo. Si muove sul palco con gesti che paiono studiati e trattenuti, per poi lanciarsi in atti di pura liberazione catapultandoti in un’atmosfera onirica e a tratti fiabesca, talvolta orrorifica, sottolineata da quella voce profonda che riesce comunque a prendere note impossibili. Nello spazio di tre pezzi, in una scenografia minimale e solo con uno studiato e sapiente uso delle luci, Nick Cave ci serve il ‘pathos del live‘”.

Tra gli aspetti che caratterizzano gli scatti che riporterà il tuo libro, colpisce non a caso la singolare concordanza tra il gioco di luci e l’espressione del viso (prima che del corpo)… cosa in parte già evidenziata, ma vorremmo ricevere un’analisi più approfondita, ossia se c’è di base una tua metodica, una tua scelta, rispetto alla restituzione dell’immagine e del suo ‘fermo’…

“C’è sempre un ‘durante’ e un ‘dopo’. Nel momento in cui si scatta, si ‘prende’ una fotografia, vi è un’intenzione. Nella concentrazione, e nel succedersi caotico degli eventi intorno a te, c’è sempre la ricerca dell’inquadratura, della luce giusta (ma anche solo sufficiente), del seguire e anticipare i movimenti, la gestualità, di chi stai inquadrando. Però hai sempre l’incertezza che il tutto sia “venuto bene”. Con la pellicola non puoi verificare lo scatto immediatamente, c’è la fase dell’attesa inerente allo sviluppo dell’immagine. Quando esamini con la lente i negativi sul tavolo luminoso, fotogramma per fotogramma, il verdetto è implacabile. Sulla base di quello che vedi puoi dire di essere soddisfatto o meno. Normalmente usavo un canone semplicemente tecnico: una foto veniva stampata se aveva le caratteristiche di essere venduta per la pubblicazione. Soggetto a fuoco quindi, riconoscibile e con un rapporto di contrasti ottimale. Con questa metodologia ho scartato immagini che solo tempo dopo sono riuscito a valorizzare per quello che meritavano. Una lettura autorale in quel periodo non me la potevo permettere; per cui con questo libro sto suggerendo un fil rouge che consideri il punto di vista del fotografo. Chi scatta la foto, chi coglie quell’istante, lo cattura e lo trasporta in un futuro; situandosi fisicamente tra l’artista che si esibisce, che propone la sua arte per concedersi ad un pubblico, ed il pubblico stesso che anela quel momento, che non aspetta altro che nutrirsi del transfer continuo, energetico, sensoriale ed emozionale, che fluisce tra stage e platea. Stiamo nel mezzo e inquadriamo l’artista, il gruppo, e ci sentiamo in dovere di cogliere quegli attimi e trasportarli nel tempo. Gli sguardi, i gesti, le figure descritte dalle luci, gli umori, la tensione del movimento, tutto viene registrato per essere ridato in seguito. Riguardare quel materiale a distanza di anni è stato un tuffo nei ricordi, nelle emozioni di quel periodo, di quei personaggi avvicendatisi davanti al mio obiettivo. è stato un momento per poter, a mia volta, restituire quelle emozioni a chi è stato in quei concerti, per chi ricorda quegli artisti, li ama o li ha amati. Una grandissima responsabilità, poiché in uno scatto devi comunicare l’essenza di un artista che sta sul palco per il suo pubblico. Ho cercato di restituire la funzione che ha la fotografia: richiamare emozioni immediate e dare suggestioni. Ma per farlo al meglio, le fotografie devono avere uno spazio per essere viste, guardate e osservate”.

Credi che la fotografia, come buona parte delle forme d’arte quando sono tali, possa ancora essere ‘denuncia’ e quindi salvaguardia per l’umano, la dignità e la luce che è in noi? Mi spingo qui a considerarla anche nell’ottica della cronaca di guerra, dove essere fotografi equivale a essere ‘soldati della stampa’, spesso a rischio della propria vita.

“Se la funzione della stampa veniva intesa come ‘cane da guardia della democrazia’, la fotografia applicata al giornalismo poteva essere considerata come un’arma in più. La documentazione fotografica, da sempre, dovrebbe avere la funzione di dare forza alla notizia, registrare la realtà. Quindi può essere usata per mostrare il vero volto dell’informazione che descrive la realtà delle cose. Una forza straordinaria, che già dai primi del ‘900, con le immagini del degrado delle periferie negli USA pubblicate sui giornali, cominciò a smuovere l’opinione pubblica. In tutto il Novecento la fotografia è stata presente nel documentare la società, il costume; la forza di denuncia della fotografia doveva avere però uno sbocco in una società che consentiva una stampa libera, altrimenti sarebbe stata, così come il cinema, uno strumento di potere. Dal momento in cui si scatta, entrano in campo le valutazioni del fotografo sul soggetto che si vuole inquadrare: l’angolazione di ripresa, l’angolo di campo, ecc… Poi ci sono le scelte su quali sono le foto idonee alla pubblicazione da parte del giornale, il formato, cosa scrivere in didascalia. Infine, abbiamo il pubblico che può vedere quello che è indotto a vedere o, se ha del senso critico, vede un po’ quello che vuole. Diciamo allora che la fotografia non può essere intesa come una verità assoluta. Dal momento in cui qualsiasi immagine è un racconto, un’interpretazione, non è mai verità assoluta. Talvolta ci troviamo sorpresi, e a volte delusi, quando scopriamo che una fotografia che ci pare ‘reale’ è invece stata costruita, pensata, preparata. Quanto possa prevalere eticamente l’interpretazione sugli elementi di realtà dipende, ovviamente, dal genere fotografico in questione: la manipolazione prende significati diversi se applicata a un’immagine artistica piuttosto che ad una di fotogiornalismo. Si è quindi introiettato il concetto di rappresentazione, e non di realtà, e questo si è rafforzato con l’avvento delle possibilità del digitale, di poter “ritoccare” le immagini. Dopotutto, la fotografia è un linguaggio e, come la parola, si è sempre prestata ad un utilizzo retorico”.

B.B. King, Tina Turner, Julian Cope, Nick Cave, Billy Idol, Siouxsie, Sting, Matt Johnson, Iggy Pop, Sisters of Mercy, Cult, Tori Amos, Einstürzende Neubauten, Cramps, David Bowie, Cocteau Twins, Church, Peter Gabriel, Neil Young, U2… sono solo alcuni dei nomi che hanno incontrato il tuo obiettivo. Volevo chiederti se il book è da considerarsi come una prima parte del tuo materiale, in previsione di una seconda uscita, o se è di per sé una selezione degli scatti migliori…

“La parte che ho preso in esame, attualmente, è di circa un terzo del materiale dei concerti dal vivo. Nel libro ci sono solo scatti di gruppi o artisti stranieri, ho cercato di dare una chiave di lettura personale inserendo circa 120 fotografie. È stato molto difficile selezionare cosa pubblicare. Ho in serbo ancora molto materiale che può stare in diversi libri o essere proposto in gallerie. Ho avuto delle offerte per presentare delle mostre, ma per ora nulla è definitivo visto l’emergenza legata al Covid 19”.

Anton Corbijn, Mick Rock, Andy Warhol, Henry Diltz, Harry Benson, Sheila Rock, cito una manciata di nomi importanti collegabili all’arte fotografica applicata al rock. In tempi di internet, di ‘tutto subito e in un clic’, la filosofia e la definizione del senso dell’immagine come sono mutate? A me pare che la traccia dell’esperienza e del racconto, della storia, tutto sommato, riesca ancora a perdurare… che ne pensi? Che opinone hai rispetto a ciò?

“Ora mi posso permettere di ragionare sulle uscite, sul come fare. So che posso contare su un archivio solido, su immagini che sono del passato e non hanno alcuna urgenza. Quando facevo questo lavoro avevo la bramosia del pubblicare, anche perché le foto venivano pagate; non tantissimo ma non così poco come vedo tutt’oggi. Una volta il “ciclo” di una fotografia, la sua vita, era dettato dai tempi di uscita. Quello che scattavo poteva essere pubblicato in un paio di giorni su un quotidiano, o poco dopo su un settimanale, e così via coi periodici. Col digitale e l’uso delle reti si è dato il turbo, la pubblicazione può essere quasi immediata, quasi “dal vivo”. Questa velocità d’uso e il grande numero di immagini, magari dello stesso evento, che sono disponibili nel medesimo istante, possono bruciare il tempo d’uso di una foto? La fotografia stessa? In generale credo di si. Con questa moltitudine di immagini a disposizione e la conseguente velocità dell’attenzione prestata per ognuna si può generare un precipitoso oblio. Questa inflazione di immagini non porta solo ad una diminuzione del valore d’uso della singola fotografia, ma anche a una perdita della persistenza, del valore emozionale. I nomi che hai citato appartengono a un’epoca diversa, non per forza migliore, ma raccontavano delle esperienze, veicolavano un immaginario raccontando il clima culturale; non a caso ancora oggi le loro fotografie vengono ricordate e prese ad esempio. Oggi, se un fotografo vuole raccontare storie fa un passo oltre, non rimane ancorato alla fotografia statica, si adegua alla nuova velocità che i media dettano e si sposta sulla produzione di video o film. Corbijn lo fece anni addietro con artisti del calibro di Joy Division e Depeche Mode, per non parlare di Wharol. è un fenomeno che ho notato tra molti fotografi che seguivano le produzioni musicali. è ottimo per raccontare storie e non nascondo che sia stimolante, posto che a me il mezzo fotografico continua ad affascinare e a raccontare parecchio”.

1. B.B. KING – MILANO, Palatrussardi, 8/11/1990

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2. BILLY IDOL – MILANO, Palatrussardi, 29/11/1990

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3. CRAMPS – MILANO, Rolling Stone, 20/3/1990

4. BOWIE – MILANO,Palatrussardi, 14/4/1990

5. IGGY POP – MILANO, Rolling Stone, 11/2/1991

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6. JULIAN COPE – MILANO, Rolling Stone, 2/11/1988

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7. VELVET UNDERGROUND_Lou Reed – MILANO, Forum Assago, 7/7/1993

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8. NICK CAVE – MILANO, Parco Aquatica, “SONORIA ’96”, 30/6/1996

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9. SIOUXSIE and the BANSHEES – MILANO, City Square, 10/10/1991

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