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Quando è stato ucciso John Lennon

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di Nicholas David Altea

L’8 dicembre 1980 cambiava la storia della musica: John Lennon veniva assassinato da un fan ossessionato e instabile, di nome Mark Champman. Da quel giorno, ascoltare i Beatles e John Lennon non è più stata la stessa cosa

La frase “È tutto quello che vuoi?” mi rimbomba in testa da un po’ di giorni. È la domanda che John Lennon pone a un fan dopo avergli autografato il disco Double Fantasy, settimo lavoro solista pubblicato da poche settimane dall’ex Beatle, che vede in copertina Yoko Ono e John ritratti mentre si baciano. Proprio quel fan, poco prima, si era girato verso un fotografo, un certo Paul Goresh, chiedendogli una foto mentre teneva il vinile in mano. Gli domanda perché dovrebbe, e la risposta è alquanto semplice: “Sono qui per John”. Quel fan è Mark Chapman, colui che pose fine alla vita di Lennon.

8 dicembre 1980


Stavo scattando una foto di John e stavo cercando di spingere il ragazzo fuori dalla foto. È stato un tale fastidio tutto il giorno, che ho cercato di farlo uscire dalla scena. E grazie a Dio tre quarti di lui sono nella foto

Paul Goresh – che da qualche anno conosceva John – non avrebbe mai potuto immaginare che una delle tante foto fatte con la sua Minolta XG1 da 379 dollari, comprata al vecchio discount Two Guys di Kearny (in New Jerse), avrebbe potuto essere uno degli scatti più importanti della storia della fotografia. Eppure era la semplice e comune rappresentazione di uno dei più classici riti dove i fan incontrano i propri miti. Ordinaria amministrazione, si direbbe.


Ma torniamo indietro di qualche ora. Siamo a New York, fuori dal Dakota building, prestigioso palazzo al numero 1 di West 72nd Street, nell’Upper West Side di Manhattan. Può essere definito anche il primo esempio di abitazione condominiale pensata per le classi sociali abbienti, oltre che luogo di ripresa per il film di Roman Polanski, Rosemary’s Baby. Lennon e la moglie Yoko Ono hanno appena concluso un set fotografico nel loro appartamento al settimo piano con una delle più grandi fotografe di sempre, Annie Leibovitz, inviata per “Rolling Stone”. La Leibovitz voleva uno scatto di loro nudi. Yoko era disposta a svestire solo la parte superiore, allora con Annie si decide di lasciarla vestita. Nel frattempo John è nudo e la abbraccia. In pochi secondi ecco lo scatto che andrà sulla copertina di Rolling Stone ma che uscirà dopo la sua morte. Lennon è avvinghiato in posizione fetale mentre la bacia e le tocca i capelli. La foto è scattata dall’alto e non c’è null’altro in quello scatto. Solo loro. L’ultima foto dal vivo con Yoko Ono. Per sempre.

Il set fotografico si conclude e alle 15:30 la Leibovitz abbandona il palazzo; due ore dopo, alle 17:40 si apprestano ad uscire anche i due per dirigersi verso i Record Plant Studios per lavorare al missaggio della canzone Walking on Thin Ice di Yoko. Fuori c’è un po’ di gente che li aspetta, compresa la troupe di RKO radio Network di San Francisco con cui ha appena registrato un’intervista per Dave Sholin. L’ultima di sempre.

Tra le persone in attesa fuori dal palazzo c’è un certo Mark Chapman. Durante la giornata aveva visto Gilda Radner, Lauren Bacall, Paul Simon e Mia Farrow andare o venire, ma non Lennon. Fece veder anche al custode Jose Perdomo – che se lo ricordava dalla sua visita a novembre – l’album che aveva portato per farsi autografare. Appena vede Yoko Ono e Lennon fuori dal cancello sul marciapiede gli porge Double Fantasy per farselo autografare e scrive “John Lennon, dicembre 1980”. Quasi un’autoepigrafe, a ripensarci bene. Yoko nel frattempo va in auto e attende. Nella gentilezza che contraddistingueva Lennon, il musicista chiede “È tutto quello che vuoi?”. Il fan lo guarda, sorride e annuisce. Rimase sbalordito con il suo album tra le mani e la pistola ancora in tasca. Esclama al fotografo Goresh: “Non ci crederanno mai alle Hawaii”. Pare gli abbia anche offerto 50 dollari se il giorno fosse tornato con una sua foto insieme a Lennon. Mark Chapman era un tipo strano, lo stesso Paul Goresh che immortalò il momento, lo descriveva come il classico sfigato preso di mira nel cortile della scuola, totalmente inerme e indifeso. 

Nessuno ha pensato che potesse essere un pericolo. Sembrava il classico ragazzo preso di mira nel cortile della scuola. Se gli avessi soffiato addosso sarebbe caduto

Lo stesso giorno incrocia perfino la governante con il piccolo Sean Lennon di 5 anni, fuori dal Dakota Buildings, riuscendo anche stringere la mano al piccolo, raccontò lo stesso Chapman:

Era il bambino più carino che abbia mai visto. Non mi è venuto in mente che avrei ucciso il padre di questo povero ragazzo e che non avrebbe avuto un padre per il resto della sua vita. Voglio dire, amo i bambini. Sono il Catcher in the Rye

A James Gaines di “People”, qualche giorno dopo l’omicidio disse: “Ero solo sopraffatto dalla sua sincerità. Mi aspettavo di cedere, ma è stato esattamente l’opposto. C’era un po’ di me che diceva,’Perché non gli hai sparato?’ E ho detto: ‘Non posso sparargli in questo modo’. Volevo ottenere l’autografo“.

La storia personale di Chapman è la tipica sequela di fatti letta e riletta mille volte: adolescenza complicata, violenze domestiche subite dal padre, emarginazione e nevrosi varie sempre più frequenti. Un rapporto difficile con la ex fidanzata e la fine della storia lo portano perfino al tentativo di suicidio nel 1977 all’età di 22 anni, ma il tubo collegato alla marmitta non tiene e lui si salva. Diventa fervente credente cristiano, ma arriva anche la droga ad aumentare i problemi, come racconta un amico: “A volte pensava che il viaggio sarebbe durato per sempre, o che il posto in cui si trovava stesse bruciando”. Il rapporto con la madre era ai ferri corti. La depressione monta insostenibile ma nel frattempo è diventato una guardia giurata a Honolulu; si sposa perfino con una donna di nome Gloria, senza perdere ovviamente le sue manie, e anzi, peggiorando a vista d’occhio. Il suo amore per i Beatles è tanto, ma è anche altrettanto l’odio che gli causa – secondo lui – l’ipocrisia dell’ex chitarrista dei Fab Four. E non solo, lo stesso artista tempo prima disse che i Beatles era più famosi di Gesù. Chapman non poteva sopportare tutto questo. A casa con la moglie Gloria, nella notte, inizia perfino a cantare:

“The phony must die, says the Catcher in the Rye.
Don’t believe in John Lennon.
Imagine John Lennon is dead, oh yeah, yeah, yeah!”

È così ossessionato che nell’ottobre 1980 si trasferisce a New York proprio per uccidere John Lennon, come dirà alla moglie che non gli crebbe fino in fondo. La lista prevedeva altri personaggi famosi tra cui Elizabeth Taylor e Johnny Carson. Un giorno prima del fatidico 8 dicembre, il 7, il cantautore James Taylor che viveva anche lui nel Dakota Building viene fermato da un tizio, che si rivelerà essere proprio Mark Chapman:


Il ragazzo mi aveva in qualche modo inchiodato al muro della metropolitana ed era madido di sudore, con fare maniacale parlava di qualche strana cosa che stava per fare, c’entrava John e diceva di star per entrare in contatto con Lennon

Alle 20 della sera dell’8 dicembre, dopo ore passate su quel marciapiede, il fotografo Goresh annuncia che sarebbe tornato a casa sua nel New Jersey: era abbastanza sicuro che i Lennon rimasti al Record Plant studio sarebbero tornati dopo mezzanotte. Chapman è lì con lui e gli consiglia di restare: “Io aspetterei, non sai mai se lo rivedrai”. Goresh non coglie l’invito e se ne torna a casa. Chapman resta con il custode José Perdomo con cui parlare. Al contrario di quanto immaginato, alle 22:50 i coniugi Lennon-Ono passano da casa: è John che vuole dare la buona notte al figlio e poi dirigersi al ristorante dopo la serata in studio. Scendono dalla limousine che non entra nel cortile. In una dichiarazione registrata dalla polizia poche ore dopo, Chapman ha dichiarato:

Mi è passato accanto, e poi una voce nella mia testa ha detto, ‘Fallo, fallo, fallo’, ancora e ancora, dicendo ‘Fallo, fallo , fallo, fallo, ‘così

(Credit: Wikipedia / Vidor – L’ingresso del Dakot Building con vista sulla guardiola interna)

Lennon e Yoko passano oltre la figura di Chapman, John si gira come a ricordarsi il ragazzo a cui aveva firmato il disco qualche ora prima. Quando loro sono circa tre metri da lui, tira fuori un revolver Charter Arms .38 Special dalla tasca, ed esclama “Signor Lennon” – anche se il killer non ricorda con certezza di averlo detto. Si abbassa in posizione da tiro e gli scarica cinque colpi sulla schiena e sulla spalla. Uno dei proiettili non va a segno. Gli altri colpiscono Lennon che incredibilmente non stramazza subito a terra e riesce a raggiungere gli scalini della guardiola sanguinando copiosamente dalla bocca e dalle ferite, giusto in tempo per dire al concierge di turno, Jay Hastings: “Mi hanno sparato!” sussurrato con le ultime forze. Sul marciapiede José Perdomo disarma quanto prima Chapman e calcia via la pistola dicendogli: “Ti rendi conto di cosa hai fatto?”. Il 25 enne con tutta calma risponde: “Sì, ho appena sparato a John Lennon”. Con la stessa calma si toglie il cappotto e sotto di esso ha indossa una maglietta promozionale dell’album Hermit Of Mink Hollow di Todd Rundgren. In un’intervista dopo la sua incarcerazione, Chapman dirà che la musica di Rundgren è stata “la colonna sonora della mia vita”. Dopo questo gesto si siede sul marciapiede tirando fuori il libro de Il giovane Holden di J.D. Salinger per leggerlo in attesa della polizia. Non cerca nemmeno di scappare dalla fermata della metropolitana non troppo lontana. Sul luogo del delitto era presente solo un taxista e pochissime altre persone arrivate immediatamente dopo, come il giornalista Tom Brooks e l’autore Sean Strub. Lo stesso James Taylor citato precedentemente sentì i colpi: “Mi sembra incredibile ora, ma vivevo nell’edificio uno dal Dakota e l’ho sentito sparare – cinque, il più velocemente possibile, circa cinque esplosioni”

Arrivano subito le pattuglie della polizia. Chapman viene arrestato immediatamente senza resistenze. Per evitare l’attesa dell’ambulanza Lennon viene caricato sui sedili posteriori di una volante e viene portato già praticamente esanime all’ospedale. Arriva al Roosvelt Hospital ma le condizioni sono terribili: non respira e le pulsazioni sono a zero. Ha perso troppo sangue. Il dottor Stephan Lynn, fan di lunga data dei Beatles, non crede ai suoi occhi fino a che non si ritrova insieme ad altri dottori  infermieri il corpo di Lennon. Le prova tutte, racconta di aver tentato un massaggio a cuore aperto. Ha preso in mano il cuore di John Lennon massaggiandolo  per un ultimo disperato tentativo, ma non bastò. John Lennon venne dichiarato morto alle ore 23:15.

(Il certificato di morte di John Lennon)

Clicca sulla foto per guardare la testimonianza del dottor Dr. Lynn

Dopo la morte di John Lennon

Lynn dovette affrontare il dolore di Yoko Ono. La donna si disperava e continuava a non credergli che suo marito fosse morto. Dopo una ventina di minuti accettò – per quanto possibile – l’annuncio del dottore. Chiese di non diffondere la notizia subito perché voleva essere lei ad avvisare il piccolo Sean prima che venisse a saperlo dai notiziari. Il trambustò in ospedale però arrivò alle orecchie di Alan J. Weiss, un produttore per WABC-TV che era in cura per una ferita alla testa da un incidente in moto. Dopo aver visto la signora Ono e sentito la polizia parlare di Lennon, ha chiamato la stazione che ha trasmesso la notizia a Howard Cosell, per annunciarlo durante il Monday Night Football tra Miami Dolphins e the Patriots. 

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1. I primi a dare l’annuncio durante la partita del Monday Night

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Come succede in questi casi, l’annuncio della morte, anche se in un’epoca pre internet, smartphone e social, fa il giro del mondo abbastanza velocemente. Uno dei musicisti e cantanti più importanti di sempre era morto a soli 40 anni per mano di un fan maniaco e affetto da disturbi mentali. La notizia getta tutto il mondo nella tristezza e nello sconforto. Due fan dell’ex Beatle, scoraggiati per la sua morte, si sono suicidati in incidenti separati, disse la polizia. Colleen Costello, 16 anni, di Brooksville, Florida, è morta per overdose di pillole dopo aver saputo dell’omicidio di Lennon. Michael E. Craig, 30 anni, di Salt Lake City, che ha detto agli amici di essere estremamente turbato per la morte del cantante, si è messo una pistola in bocca e ha premuto il grilletto. La signora Jean Costello disse che mercoledì aveva trovato sua figlia morta sul pavimento della sua camera da letto quando è tornata a casa per pranzo. Colleen era stata profondamente depressa dal suicidio di suo padre a febbraio, “ma la morte di Lennon è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, disse la mamma. Il maggiore Chuck Crosy, sceriffo della contea di Hernando, ha disse che i rapporti preliminari dell’autopsia hanno mostrato che la ragazza è morta per un’overdose di pillole, sebbene il tipo di farmaco non fosse stato determinato. Ha detto che un biglietto di suicidio trovato vicino al corpo diceva che era “depressa per l’omicidio di John Lennon a New York”.

E quel disco autografato da Lennon al suo carnefice, che fine ha fatto? Il disco di Double Fantasy venne ritrovato nel sottovaso di una pianta da un passante quella notte stessa. Il signor lo consegnò alla Polizia per essere usato come prova vista la presenza delle impronte di Chapman, per poi riceverlo dai funzionari, con tanto di lettera di ringraziamento, un anno dopo. L’anonimo che ha trovato il disco, fan dei Beatles, ha nascosto l’album sotto il suo letto per 18 anni prima di decidere di venderlo a un collezionista privato nel 1999 che a suo volta lo ha rimesso all’asta e venduto per 1,5 milioni di dollari.

Sei mesi dopo la morte di Lennon la moglie Yoko Ono pubblica il suo nuovo disco, Season Of Glass. In copertina una foto degli occhiali di John insanguinati insieme a un mezzo bicchiere d’acqua rivolti verso Central Park. La copertina alzò un discreto polverone ma la Ono fu rigida e non cambiò idea anche se pressata dall’etichetta.

Non ci poniamo la domanda su che persona sarebbe ora John Lennon, potremmo fare tante ipotesi senza arrivare a capo di nulla. Ci temiamo stretti le sue produzioni con e senza i Beatles. Alla fine, in quelle note e in quei testi c’è lui. Non serve nemmeno troppa immaginazione: Nothing is real / and nothing to get hungabout / Strawberry Fields forever.

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