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Con il Piemonte dichiarato zona rossa, il nostro Maurizio Blatto ha dovuto chiudere di nuovo il suo Backdoor, e ha riaperto la rubrica che ci ha tenuto compagnia durante il lockdown. Ecco la sua settimana.

Di Maurizio Blatto

1. Lunedì, 9 novembre 2020

Crepano solo i vecchi. Comunque in rianimazione ci sono soprattutto i vecchi. A far numero sono i vecchi delle RSA.

A parte la mancanza di umanità, empatia e persino di rispetto lessicale, ho cominciato a farmi delle domande.

Quand’è che tecnicamente posso considerarmi un vecchio?

Se mi fa schifo la trap? Se metto le calze anche d’inverno? Se ammetto di non aver taggato nemmeno una volta nella mia vita?

Quali indici devo considerare?

Martedì scorso, 3 novembre, ho compiuto 54 anni come l’omonimo Studio di New York, quello della golden age della disco.

Al mattino ho comprato La Stampa e Repubblica (eccolo il segnale di senilità, non uno, ma ben due quotidiani acquistati) e su quest’ultimo, soprattutto nella versione on line, campeggiava il seguente articolo.

Cominciava così: “Fino a che età si può continuare a usare la (terribile) espressione di “sentirsi giovani dentro”? La scienza ha appena dato una risposta: stando a uno studio appena pubblicato sulla rivista New Ideas in Psychology da parte di un ricercatore del dipartimento di psicologia della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim, il giro di boa in occasione del quale perdiamo tempra, grinta e perseveranza avverrebbe alla soglia dei 54 anni”.

Adesso, non mi aspettavo un granché visti i tempi, ma davvero dovevate pubblicarlo esattamente il 3 novembre?

Quindi la mia sorpresa di compleanno è che da oggi sono ufficialmente un vecchio? Non bastava il dpcm come mazzata? Perché, amici di Trondheim, tanta durezza? Ho comprato molti dischi e visto diversi concerti dei Motorpsycho, vostri celeberrimi concttadini, perché quindi?

E allora oggi la scelta è di un brano registrato in Belgio nel 1964, quindi molto vecchio.

Ma splendido per eleganza (i volti, gli abiti, gli sguardi, le calzature, i tempi di ingresso, le montature degli occhiali)

Backdoor ha un vasto catalogo jazz

2. Martedì, 10 novembre 2020

Non ho idea di quanti di voi siano realmente inchiodati a casa e so bene che Il Maledetto Smartworking non ci lascia molti spazi, ma inevitabilmente guardiamo più film, almeno credo. Grandi classici, novità, forse rischiamo qualcosa in più, ci avventuriamo in visioni abitualmente ignorate. Di conseguenza consigliamo, diamo stellette, scriviamo a proposito di scoperte fulminanti.

Troppo facile.

Perché immagino anche che vi siate beccati delle sonore fregature, abbiate lanciato ciabatte contro lo schermo, maledetto il tempo passato davanti a trame inconcludenti, insulse pretenziosità d’autore o idiozie conclamate.

Bene, è arrivato il momento del vostro riscatto.

Backdoor vi concede di aderire a Le Cagat du Cinéma.

scriveteci ([email protected]) segnalando il film peggiore visto negli ultimi tempi, indicando (se volete) in poche parole il perché. Non ci sarà censura, ovviamente, e non verrà mai domandato “ma perché cazzo hai deciso di guardarlo??!!”

Inizio io

“I Villeggianti” di Valeria Bruni Tedeschi

(una noia borghese devastante, senza senso e recitato da cani. Al termine ho desiderato unirmi alle truppe di Pol Pot)

spero di aver reso l’idea. Aspetto le vostre segnalazioni.

nel frattempo vogliate gradire un piccolo esempio di cinema abbinato alla canzone di un grande disco elettronico (visionario, talvolta pop, con passaggi alla David Sylvian in chiave vaporwave, un viaggio unico in una giornata rifratta dai suoni sintetici, alè, evviva)

3. Mercoledì, 11 novembre 2020

L’avrete notato anche voi, abbondano articoli sul tema: l’erotismo in tempo di pandemia.

Devo ammetterlo, non ne ho mai letto uno. Quindi Backdoor si guarderà bene dal consigliarvi come smanazzare, slinguar o tantomeno introdurvi, ma diciamo che si pone il problema.

O meglio, il problema si è presentato stanotte al sottoscritto, tramite un sogno dal significato inequivocabile.

Segnale che, come il buon Sigmund insegna, puoi far finta di nulla, ma il tuo subconscio non rimane in sciopero.

In poche parole ero mezzo svestito, stavo addosso ad altri “convenuti” contro i quali mi strusciavo e sudavo. Sorridevamo tutti.

E godevamo enormemente.

Una meraviglia.

Poi, ahimè, mi sono svegliato e, sorpresa della modernità, ho scoperto che il mio sogno erotico era già su YouTube.

Inquietante e sorprendente. Ma anche glorioso.

Eccolo.

davvero, al momento, non riesco a immaginare nulla di più proibito e che mi manchi così tanto

4. Giovedì, 12 novembre 2020

Tra le tante trappole pandemiche, c’è anche quella lessicale.

E non  mi riferisco a uno che ho sentito ieri mentre facevo la spesa (198 metri da casa, tranquilli) che si lamentava più o meno così “che minchia poi ci viene a significare questa faccenda del test anti(i)g(i)enico?!! Che ora se non ci laviamo più non ce lo becchiamo ‘sto virus di merda??!!”.

Quello era uno dei tanti liberi battitori sparsi in giro, ormai in crisi di astinenza da bettole o mini assembramenti rionali nei quali poter pontificare in scioltezza.

Penso invece alla tagliola di significati di una risposta come “sono positivo”.

Me ne sono accorto durante una conversazione via zoom. Si discuteva della possibilità di riuscire a consegnare un progetto entro una certa data. “Tu cosa ne pensi?”. E io “Sì, sono positivo”. Prima che potessi aggiungere “Penso che ce la faremo”,  in due si sono allontanati, uno ironicamente, e uno perché era evidentemente terrorizzato. Ma anche “Penso che ce la faremo” non è più neutra, si porta dietro teloni con l’arcobaleno, cantate balconari, un’euforia ormai smarrita, se non “sotterrata” del tutto. Difficile.

Ma io, mentre scrivo, sono positivo (non tiriamo dentro Jovanotti, grazie) per uno stupido, sempiterno e adorabile motivo.

Ho appena ascoltato una pop song vicina alla perfezione. Ci ho scovato mille riferimenti e alcuni li ho poi ritrovati nel video.

Quanto ancora me li godo questi momenti, sono un furbacchione.

Un furbacchione che rivendica la libertà originaria dei vocaboli.

Insomma voglio essere negativo o positivo a seconda dei giorni. Senza dovermene preoccupare.

Come un giocatore della Lazio, in pratica.

5. Venerdì, 13 novembre

Esco a comprare La Stampa.

Mi metto a un metro di distanza dalla signora in abiti ultra borghesi che, di fronte a me, sta pagando l’edicolante.

O almeno mi illudo che sia così. Che paghi.

Perché in realtà sta allegramente parlando al telefono.

Ha un cane.

O almeno mi illudo che lo sia. E’ grosso come un rollè di tacchino, una faccia da stronzo e mi abbaia contro. Forse riconosce in me lo sdegno con cui lo osservo (cazzo vuoi, bestia orrenda e viziata, allevata a sottofiletto e divani di alcantara, allora, cazzo vuoi?).

La sua padrona è un prodotto da cinepanettone Vanzina degli anni d’oro, in perenne outfit Cortina d’Ampezzo. Indossa vestiti dove le cuciture sghembe e asimmetriche sono esibite, sembra un abito messo al contrario, ma è evidentemente frutto di una sartoria costosissima e dal profilo pauperistico dai doppi cognomi.

A lei, non frega assolutamente una mazza che ci sia qualcuno che sta aspettando (nella fattispecie: me, the poor cazzon whatever), non le interessa che il suo ratto in veste canina stia abbaiando da un tempo indefinito (un cane non può essere sgridato, giusto?).

Lei parla. E di cosa?

Di questo “Guavda, un disastvo. Secondo me non favemo nemmeno una sciata e sono sicuva che che ci savà una neve favolosa. Non mi dive niente, sono fuovi dai fogli, avvabbiatissima”.

Al ché io mi ricordo di essere cresciuto in quartiere dove una delle possibilità offerte dal quotidiano era che ti rubassero le scarpe mentre aspettavi il pullman e allora urlo “e allora! ci muoviamo!!”.

Lei si gira, indignata.

Non doveva nemmeno pagare (forse non paga mai, non possiede denaro perché la ritiene una pratica volgare, chiunque è lieto di prestarle un credito senza scadenza umane), stava lì.

Allora stringe la sua copia di “Terze case al mare da arredare a piacimento” e se ne va. Il ratto abbaia ancora.

Ed è a questo punto che io vorrei poter attivare Il Pronto Intervento Merli, possedere un numero segreto da digitare per chiamare all’istante Maurizio Merli, l’immortale commissario dei poliziotteschi anni 70.

“Pronto Intervento Merli? Presentatevi subito, massima urgenza”.

Loro arriverebbero in tre secondi facendo sgommare la Giulia e aprendo le portiere senza aspettare di aver fermato il motore. Giubbotti di cuoio hardcore, belli pettorusi, lana sulla pelle, stivaletti, baffi, baffi ovunque.

Io indicherei la Contessa Ramellato Gonfaldazzi della Fagiolaia e loro la butterebbero nel bagagliaio in due mosse. Due.

Il cane verrebbe schiacciato dalla sgommata di partenza. Nessuna pietà per nessuno.

Perché il momento è orribile e ci vorrebbe un minimo di buon gusto, anche se si è nipoti di latifondisti e madri di progettisti di giardini zen per la zona di Cannes e dintorni. Un minimo.

e allora, per celebrare un vano desiderio, niente di meglio di una grande band che dalle colonne sonore dei poliziotteschi ha saputo magistralmente evolversi verso una galassia di groove ampio e moderno (ma con un’irresistibile flavour retrò che affiora ogni tanto)

6. Sabato, 14 novembre 2020

Bene. L’iniziativa ha funzionato.

votate con fiducia, le urne non sono chiuse.

Però, ecco un primo aggiornamento, con qualche motivazione da parte dei votanti.

I primi due sono, in assoluto, i più votati.

“Per fortuna il lockdown e stato magnanimo con me, per quanto riguarda le immagini e le storie, ma mi porto appresso ancora le stimmate di questa schifezza monumentale che mi perseguita da quando l’ho vista. Un crogiuolo nefasto di autoindulgenza, paternalismo verso i (cosiddetti) esclusi dalla normalità (?) della vita, che così si sentono in diritto di potersi vendicare con gli interessi perché, alla fine, hanno sofferto solo loro. E tutti gli altri: zitti. Con tutto il carrozzone del patetico manuale psicologico per tutti quelli che sono impazziti per il film, ti vogliono propinare a forza di: “eh, ma tu sei insensibile ai crucci di chi non si allinea, i profondi meandri psicologici delle loro ragioni intime che ne determinano le azioni. Io ho un cugino che….” e via con la lista di tutte le scuse buone per un convegno del Forum Mondiale della Giustificazione.  Non c’è più neanche il rispetto per il Male fine a se stesso, accidenti” (MF)

“Mi ha innervosito” (AB)

“Un film in dialetto e senza sottotitoli. Non si capisce niente, anche perché tutti parlano sottovoce. Come mai nessuno sa fare il fonico in Italia? Irritante, a dir poco” (GC)

“Molto lento” (CU)

“Remake del celebre film di Dario Argento. Senza senza capo né coda, inutile direi. Mi chiedo ancora perché qualcuno glielo abbia finanziato” (LB)

“Visto (e piantato a metà) giusto ieri sera: spin-off (meglio dire aborto) dal Big Lebowski. Il veterano Walter direbbe: segna zero” (FM)

“Sarebbe una commedia noir, ma (a discapito di ottimi attori, come Emma Thompson e il trainspottiniano Robert Carlyle), non mi ha strappato una risata (magari è stata colpa mia o del momento, chissà), e ogni pseudo colpo di scena era talmente ovvio da essere annusato eoni prima” (MA)

“Nutrivo grandi aspettative perché ‘La casa dalle finestre che ridono’ è un horror della bassa-padana che ancora adesso apprezzo ogni qual volta mi capita di rivederlo. Ma questo proprio non mi è piaciuto. La trama è troppo ingarbugliata, la recitazione  di alcuni interpreti davvero imbarazzante, per alcuni dialoghi ho dovuto alzare il volume perché sussurrati” (LB)

“Un film idiota e che, cosa grave, non fa ridere per niente. Sketch buttati lì e trama inesistente in una mega produzione con molti attori famosi (Fiennes, Rebecca Hall etc.) che sembrano lì per caso o solo per i soldi. Mi piange il cuore perché Ferrell mi aveva fatto morire in altre produzioni come Old School e Semi-Pro” (AG)

“La Sandrelli al Carnevale d’Ivrea. Un film talmente brutto che riesce a restituire l’euforica malinconia canavesana!” (JCO)

“Sofia Coppola, Apple TV+. Che poi non ci voleva un genio per capirlo. Streaming diretto sulla piattaforma più inutile del pianeta. Ormai te la tirano tirano dietro, o scontatissima con quell’altra schifezza di Apple Music. Una sceneggiatura che sta larga su uno scontrino. Una co-protagonista che ricorda Scarlett Johansson quanto basta a non rimanere troppo persi in translation. Bill Murray che ormai vive in un meme di facebook in cui fa cose bizzarre e ovviamente fa cose bizzarre (così come altrettanto ovviamente è ricco da fare schifo). Pare un crimine ormai farlo recitare fuori personaggio, sarà l’effetto Rincon. Sunto: le parti più spocchiose dei film della Coppola, moltiplicate all’incirca per quattro, durante un lockdown” (FV)

“Sicura di gareggiare per le prime posizioni, indico Guida romantica a posti perduti, del 2020, regista Giorgia Farina. Vuole essere un viaggio a ritroso per uscire dalle proprie paure, in realtà e’ ridicolo e recitato da cani. Una vera cagata” (ET)

“Orrendo. Ma davvero orrendo. Colonna sonora adeguata. Orrenda Pure quella” (ABA)

Molto bene, attendo le vostre segnalazioni.

Intanto, per rimanere in tema, ricordo un tweet d’apprezzamento di Aidan Moffat degli Arab Strap su “Suspiria” di Guadagnino. Qualcosa come (vado a memoria) “dopo un quarto d’ora ho spento. Ne avevo più che a sufficienza”. Bene.

Aidan è un mio eroe. Vogliate gradire la sua (insieme al grandissimo Bill Wells) “Cruel Summer”. In tema anche quella, visti gli effetti della nostra insensatezza estiva.

7. Domenica, 15 novembre 2020

Domenica è una faccenda privata, soprattutto in tempi da Zona Rossa.

Quindi scelte sicure, garanzie, sweetness & sweetness.

E anche meno parole, il sound of silence non è poi male.

Come ho già detto, il futuro non è così buio. Ci attende un disco live di Belle & Sebastian.

Quindi due video in anteprima.

Del primo (grazie a Francesco V. per la segnalazione), amo tutto. Persino (soprattutto) la Paesano Pizza.

Del secondo, invece, amo tutto. Persino (soprattutto) l’assolo dei flauti.

Lo so, sono adorabili.

Prendetevi il vostro tempo. Con calma.

Torneremo a ballare senza saperlo fare, esattamente su queste note.

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keep on rockin’ in a free (from virus) world


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