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(Sfondo foto creata da rawpixel.com – it.freepik.com)

Di Rossano Lo Mele

In una recente intervista rilasciata ad Andrea Laffranchi per Il “Corriere Della Sera” (13 maggio 2020), Morgan è tornato su uno dei suoi cavalli di battaglia ideologici. Ossia un registro pubblico degli artisti gestito dallo Stato: “Rischioso, ma si spera che sia un meccanismo osservato e vigilato. Non dovrebbe essere in mano al ministero”. Con tanto di questionario in cui il richiedente dovrebbe poi autodefinirsi: esordiente, in ascesa, sopravvalutato e sottovalutato. Morgan s’inserirebbe dentro quest’ultima categoria: ma, al di là delle opinioni personali, va riconosciuto che Marco Castoldi da anni rilancia questa visione della musica. Il che mi ha riportato alla mente una proposta, proprio legata a questo preciso momento storico, proprio legata alle persone che riempiono (tra l’altro) queste pagine. Gli artisti. Fa più o meno così.

Ora la mente degli uomini è rivolta all’opera di ricostruzione. Anche questo costerà una somma immensa, esorbitante. Ma in nessuno di questi piani ho sentito una parola sull’artista. Quasi come se non esistesse. Non abbiamo fatto nulla per proteggere i nostri artisti in tempo di guerra. Faremo qualcosa ora che c’è la pace? Staremo a vedere. Sarebbe fatale, a mio avviso, attendere che il governo sia pronto ad affrontare il problema. Sarebbe altrettanto fatale attendere che il pubblico sia pronto ad affrontare il problema. L’artista è uno sconosciuto che sta fuori dalla porta, troppo timido per bussare. Davanti a qualsiasi porta si trovi, sente solo discutere problemi. L’unica parola che non sente mai è ‘artista’. China il capo dalla vergogna, sente d’essere un intruso. Ma il suo problema è altrettanto reale, altrettanto grave, di quello delle vittime della guerra. Anche lui non ha da mangiare, non ha casa, non ha i mezzi per guadagnarsi la vita. Anche lui si sente colpevole, quantunque non ne abbia motivo. L’abbiamo costretto a sentirsi colpevole perché gli abbiamo fatto credere che non è una parte vitale della comunità. Ma non ha commesso nessun delitto. Non ha professato nessuna ideologia falsa o malvagia, a meno che esercitare la propria arte non sia un delitto. Perché è ignorato, allora? Di che cosa è colpevole? 

Se potessimo porre questa domanda a ognuno, otterremmo alcune belle risposte. – Ma io di che cosa sono colpevole? – dirà l’uomo della strada. – Neppure io ho abbastanza da vestirmi, abbastanza di questo o di quello. 

– Ma quando lavori ti pagano per quello che fai, no?      

Al che è obbligato a rispondere di sì. Se e quando lavora, viene pagato, di lì non si scappa. Ma può dire questo l’artista? Può dire quando sarà pagato, o quanto? Non ha nessuna certezza di guadagnarsi la vita, a meno che non rinunci alla sua vocazione. Può abbandonare la sua professione e mettersi a fare lo scaricatore. Questa è una possibilità che gli è sempre aperta. Non può rinunciare alla sua vocazione per diventare avvocato, ingegnere, muratore o idraulico nel giro di una notte. Ma quello che vogliamo da lui, in effetti, è che come gli altri uomini faccia un lavoro onesto, faccia qualcosa di utile… e poi eserciti la sua arte. Ve l’immaginate chiedere a un medico o a un avvocato di lavorare tutto il giorno a ‘qualcosa di utile’ per seguire la vocazione nel tempo libero! Io espongo le mie ragioni. Se sono ingiusto voglio sapere in che modo. Voglio sapere perché legge, medicina, ingegneria e simili sono considerate professioni utili, professioni che rendono, e pittura, letteratura, musica e così via, no. Voglio sapere come mai un buon medico, un buon avvocato, un buon ingegnere, riceve un elevato compenso per la sua fatica, mentre migliore è un artista minore è il compenso che riceve per il suo lavoro. Ci sono artisti, senza dubbio, che ricevono grosse somme per il loro lavoro. A meno che non siano bene avanti negli anni, di rado questi artisti sono gli artisti buoni. Secondo i criteri correnti, peggiore è l’artista più alto è il compenso per la sua fatica. Un buon artista, solo quando è prossimo alla morte – se è tanto fortunato! – comincia a ricevere un equo compenso per il suo lavoro. Se questo non è vero, allora cade tutto il nostro argomento. Se è vero, allora è evidente che esiste un pregiudizio contro l’artista. La vittima però non è soltanto l’artista, ma il pubblico. Oggi il pubblico non se ne rende conto. Il pubblico si lascia infinocchiare da belle promesse d’ogni genere, di vantaggi materiali soprattutto. Gli si promettono nuove automobili, nuovi aspirapolvere, nuovi frigoriferi, persino nuovi tostapane. Come se fossero queste le cose più importanti! Quale statista sarebbe tanto imprudente da promettere al pubblico un nuovo artista? Ve l’immaginate le risate che si farebbero alle sue spalle? Eppure non so pensare a un dono più grande per un mondo stremato d’una messe di nuovi artisti (…)  

Il fatto è che l’arte rende, lo si creda o no. Non rende all’artista, ecco tutto. Non di solito, almeno. Non è nostra intenzione occuparci in questa sede di coloro che ricevono in vita una giusta parte di quello che producono. Il nostro interesse va a coloro che sono negati, rifiutati, eliminati. Il nostro interesse va a coloro che arricchiscono gli altri con la loro fatica e che in cambio del loro travaglio non ricevono altro che scherni o insulti. La grossa questione è: chi soffre di più, l’artista che non è riconosciuto o il pubblico? (Per non parlare dell’arte in sé).

Facciamo il conto delle cifre favolose che oggi valgono, ad esempio, le opere d’un Van Gogh, un Gauguin, un Modigliani. Quanto fa? Abbastanza per mantenere Van Gogh per tutta la vita? Sì. Abbastanza per mantenere Van Gogh e Gauguin? Sì. Abbastanza per mantenerli tutti e tre? Abbastanza, anzi, per mantenere per una vita intera una dozzina d’artisti e più. Non solo per dare loro vitto, alloggio e vestiario, colori, pennelli e tele, ma anche soldi da spendere, anche la possibilità di viaggiare (…) 

Ma come sapere quale arista incoraggiare? La domanda che inceppa ogni discussione del genere (…) Un artista ha bisogno di essere aiutato prima di poter mostrare il suo valore. Gli occorre tempo per maturarsi. Come risolvereste il problema, allora? A questo punto io credo che, da come risponde a questa domanda, ogni uomo riveli di che pasta è. Il timido dà una risposta timida, il prudente dà una risposta prudente, il furbo una risposta furba, e così via. Ma non c’è una risposta unica che risolverebbe l’intera questione? Sì, c’è: è aver fede, dare e sperare che i risultati siano buoni. Dare a ogni artista, buono o cattivo, meritevole o immeritevole. Ogni artista potenziale dovrebbe avere una possibilità. L’uomo che non è artista a tempo debito si stancherà di fingere d’esserlo. Quando rinuncia, cessate di provvedere a lui. Ma se desidera continuare la lotta fino a 99 anni, anche se non riuscite a vedere niente di buono nel suo lavoro, dategli i mezzi per continuare. Dateglieli in nome dell’arte, che comprende opere buone e cattive, artisti riusciti e no. La prima cosa è dare. In seguito potrete chiedervi se ne vale va la pena o meno.

Ma chi deve dare e quanto? Noi pensiamo soltanto a quelli per i quali è sufficiente una vita modesta; il vero artista vuole produrre, non arricchirsi. Non ci interessano i mediocri che si prostituiscono al gusto del pubblico: a loro provvederà generosamente il pubblico. Il difficile è cominciare. Chi offrirà questo fondo? Ovviamente se aspettiamo che se ne assuma l’incarico il governo, federale, statale o municipale che sia, possiamo metterci il cuore in pace: non lo farà mai. (E se lo farà, chissà cosa salterà fuori!) La soluzione è che tutti quegli artisti che credono nell’idea si associno e sfruttino al massimo il loro ingegno creativo. Non esiste una sola maniera di risolvere il problema. Dovrebbe essere possibile, però, far questo… presentare dettagliatamente il caso al pubblico e poi chiedere alla comunità, o alle comunità, di dare inizio alla costituzione di un fondo. Da chi verrebbero scelti i primi artisti? Da quegli artisti che credono nel piano e vogliono lavorare per la sua attuazione. Bisogna pur cominciare da qualcuno. E se non sono gli artisti migliori? Che importanza ha se i primi eletti non sono i più meritevoli? 

Uno dei più grandi vantaggi che, secondo me, si otterrebbero, dando all’artista una sicurezza economica, sarebbe di eliminare dalla scena quanti si credono artisti e non lo sono. Se è vero, com’è opinione generale, che la sicurezza economica rammollisce l’uomo, uccide il suo incentivo, e così via, allora non c’è modo migliore di metterlo alla prova. In linea di massima il sistema per liberarsi dei fannulloni è di concedere loro lusso e ozio a sazietà e lasciare che si eliminino da soli. Quest’idea fu realmente applicata in un carcere belga. Funzionò. Al carcerato che non voleva lavorare veniva assegnata una cella comodissima, un uomo per servirlo, e cibo, bevande e tabacco a volontà. Dopo dieci giorni di questo trattamento, era lui a pregare d’essere autorizzato a lavorare come gli altri (…) 

Perché vogliamo penalizzare quelli che ci danno la felicità? Questo atteggiamento non rivela forse un’inconscia rivalità, un odio per l’uomo di talento? (…) Se leggete le vite dei grandi uomini, specie le vite dei grandi artisti, scoprirete che c’è sempre stato qualcuno che ha creduto in loro, qualcuno che ha dato loro quel minimo di fiducia e di sostegno morale di cui avevano bisogno. Sull’importanza avuta nella loro vita da questo conforto spirituale, ciascuno può pensarla a suo modo. Comunque, non ho mai incontrato un artista che non gli attribuisse la massima importanza. Se questo è vero, tanto vero da non poter essere negato neppure dai più incalliti materialisti, allora pensate che cosa vorrebbe dire per l’artista avere addirittura il sostegno morale della società! (…) Oggi l’artista è indotto a considerare la società come un nemico. Si sente un estraneo, spesso un paria.

Per esigenze di copione ho dovuto tagliare. Non sono parole di un incendiario ministro statalista (scegliete a voi un partito a caso, non fa differenza), né di Elon Musk, Bill Gates, Jeff Bezos o di qualche pensatore californiano steampunk. No: le ha scritte un erotomane, inventore della auto fiction, a cavallo tra Stati Uniti (da cui fu a lungo bandito) ed Europa. Si chiamava Henry Miller. Era il 1947, 73 anni fa. Morgan non era ancora nato, ma i sottovalutati sì. Il libro in questione si chiama Ricordati Di Ricordare (di recente ripubblicato dal mio editore, Minimum Fax, che spero non mi faccia causa per l’estratto). Disse di sé, Miller: “Non ho soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo”. Ma non aveva la pretesa che valesse anche per gli altri. Artisti, s’intende.


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