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Ma chi è Agronomist? È il membro fondatore degli Smania Uagliuns, gruppo hip hop sperimentale lucano che si è distinto per il suono rural-funk. Il primo singolo ufficiale da solista di Agronomist, vede l’utilizzo estroso della lingua e il lavoro sulla voce tra armonizzazioni e audaci passaggi da cantato a rap. Ciò che ne è nato è un suono diretto di Wow, frutto dell’incontro tra il mondo di Agronomist e quello dei giovani producer Gumma Vybz.

Qua sotto un estratto di quello che ci ha raccontato in merito al progetto:

“Lo scorso settembre ero in terrazzo, giù da me in Basilicata, e cercavo di reperire della vitamina D per l’umore e tentavo di riprendermi dalla notte precedente, passata con ragazzi di dieci anni più giovani di me a una festa in un bosco. Mentre ascoltavo musica su Spotify, parte un pezzo di Beck (altri rapper si fomentano con Premier) e mi scatta una fotta clamorosa iniziando a fare freestyle. Nasce così, in circa 20 minuti, Wow.  Proprio in quei giorni mi stavo messaggiando con Riccardo, uno dei due Gumma Vybz, i due producer ventenni di Roma che hanno creato il beat. Riccardo l’ho conosciuto qualche mese fa a un corso di perfezionamento audio. Mi stava scrivendo che il mio ‘Sweet Harmony freestyle'” gli era piaciuto un sacco e che dovevamo fare delle cose insieme. Dal canto mio, io seguivo le loro cose e, da subito, li ho trovati un passo avanti e bravissimi a far suonare i beat da paura oltre che abili nell’unire la bravura di produrre un beat alla musicalità e all’accuratezza per l’arrangiamento. Chi conosce gli Smania Uagliuns sa che per noi sono sempre stati fondamentali l’arrangiamento e le parti suonate”. 

“Be’, nonostante il gap generazionale e le differenze, loro, come noi, sono polistrumentisti e uniscono dunque queste due sfere fondamentali per me. Detto fatto, dopo qualche giorno sono salito a Roma e mi sono fiondato in studio dai ragazzi. Una delle cose interessanti è che nonostante le mie paranoie sulla differenza di età, c’era un forte rispetto mutuo dopo 1 minuto che avevamo iniziato a comporre. Loro si destreggiavano benissimo tra beat trap e parti di synth e vedevo in loro ammirazione per il mio stile originale, che a detta loro, non avevano sentito mai in nessun altro entrato in quello studio. Tra trapper che entravano a “chillare” durante la sessione ed erba che io non fumo da 10 anni (lol), in circa 30 minuti avevamo finito. Ho registrato forse come mai prima. Senza armonizzare, senza fare 30 take compulsivi, anzi storcendomi appositamente davanti al microfono e cantando un po’ male. Si, questo mi piace della nuova wave… e se sai cantare bene, allora puoi divertirti anche a storpiare. Se…”

“Senza troppi calcoli e piani quindi è venuto fuori questo brano. In mezzo a tantissimi progetti e musica che sia loro che io abbiamo: disco nuovo della mia band, mio prossimo EP, loro continue produzioni (sfornano un pezzo a settimana circa), è venuto fuori un brano totalmente diverso da ciò che di solito fanno loro e ciò che sto facendo e farò io. Quello che mi affascina, appunto, è che non farò mai più un brano così, credo (sto in un viaggio molto noise, prof, punk, UK dnb), e dunque abbiamo disegnato con pennellate estemporanee un momento irripetibile tingendolo di trap, funky italiano dei ’70,’80, di Napoli Centrale come di Snoop Dogg, di dialetto lucano e batterie delle nuove leve romane, di synth alla Ratatat e di snare alla Metro Boomin. Ho meno paura della mia età se ho ancora qualcosa da dire. E ho imparato tanto da loro, una cosa su tutte, vomitare ciò che si ha nello sterno nel momento in cui lo si prova, è il keep it real per eccellenza e mantiene viva la fiamma, oltre a farti risparmiare svariate sedute dalla psicanalista”.

“Nel brano si accenna infatti a tematiche che mi stanno molto a cuore, al momento, e che bombardano quotidianamente il mio cervello: l’eroina e il suo ritorno in voga purtroppo tra i giovanissimi e purtroppo spesso osannata stupidissimamente anche da nuovi “artisti” (un mio amico è morto qualche mese fa e da noi, e non solo, è purtroppo sempre più usata); l’afflizione sull’età che scorre; l’analfabetismo funzionale; la poca simpatia che nutro per l’indie reiterato in schemi e certo indie pop scialbo travestito da musica alternativa urban; la fierezza di avere una identità forte; l’importanza di avere una memoria storica; l’amore che nutro per una lingua bella e musicale come il mio dialetto, che è importante tenere viva; l’ossessione per la positività”.

“Tutto ciò in una formula che potrebbe apparire quasi superficiale ed esercizio di stile, ma è da me invece pensata come volutamente condensata e criptata in piccole stoccate subliminali ‘catchy’, evitando di essere verboso. Ci si rivede prossimamente con tutt’altri suoni e parole”. 


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