di Fabio Campetti

Ritornano in Italia gli Editors. Nonostante siano passati diverse volte, non mi era mai capitato di incrociarli, questa volta lo fanno a supporto del più classico dei greatest hits, che arriva, tutto sommato, in maniera giustificata dopo ormai 15 anni di carriera, quasi a voler tirare una linea spartiacque con quello che ci sarà dopo. Partiti con una marcia da fuoriclasse a metà degli anni zero, annoverati in quell’ondata di nuove band che marchiò a fuoco il cosiddetto brit rock, dai Bloc Party ai Maxïmo Park, dai Franz Ferdinand ai Kaiser Chiefs; si distinsero con i primi due lavori, per poi, a mio modestissimo parere, veleggiare in mari tempestosi, con pubblicazioni non proprio da prima fascia, quantomeno se paragonate a The Back Room e An End Has A Start, appunto le due caselle del mosaico che inaugurarono il loro percorso. Poco male, perché il successo di pubblico è stato inarrestabile fino ad arrivare, almeno qui da noi, agli agognati palazzetti. A questo giro, a dir la verità, hanno optato per una sola puntata all’Atlantico di Roma e una doppia data a Milano all’Alcatraz, probabilmente una scelta stilistica, la dimensione del club regala emozioni diverse, a stretto contatto con il pubblico, situazioni più intime e raccolte, nonostante le 3000 e passa persone. Gusti musicali e considerazioni personali a parte, è un autentico plebiscito quando si parla, invece, della bravura di Tom Smith e soci in materia di live, si sono sempre contraddistinti per un collettivo fuori categoria da questo punto di vista. Indemoniati, affamati, psichedelici, entusiasmanti, a loro modo unici. La serata inizia puntuale in orari ribattezzati londinesi, quindi ore 20 aprono le danze questi sconosciuti, almeno ai più, Junodef, collettivo svedese di stanza a Malmö, eterei e rilassanti, trio tutto al femminile, con un set scarno in un classico basso, chitarra e batteria, atmosfere sognanti alla Chelsea Wolfe, che rimbalzando con nonchalance tra dream pop e post rock, suonano per circa mezz’ora e il già folto pubblico rimane rapito regalando loro applausi sinceri.

Cambio palco in tempi celeri, Editors on stage alle 21, Black Gold, l’inedito che fa da title track alla citata raccolta, uscita sul finire dello scorso anno, non trova neanche posto nell’affollata setlist di questo tour, potente quanto efficace, gioco forza di andare a selezionare il meglio dei primi sei album e avvalorando in qualche modo la mia tesi che a farla da padrone siano soprattutto i già evergreen del primo periodo, quasi a volersi regalare un ritorno alle origini, quando era la new wave più oscura la vera protagonista.

Autentiche rasoiate come Munich (posizionata come terzo bis) o An End Has A Start – che apre, come spesso capita, il concerto –, Bones, The Racing Rats, ma anche una Spiders da brividi o una claustrofobica Escape The Nest, forse il brano migliore del loro secondo album, per non dire una stupenda The Weight Of The World con il solo Tom in avanscoperta, chitarra e voce per un’interpretazione insolita, veri e propri inni accolti a furor di popolo e una Smokers Outside The Hospital Door autentico manifesto nonché canzone della buonanotte. Scrittura e ispirazione ad altissimi livelli, i Joy Division, il post punk, la musica d’autore o semplicemente brani che continuano a lasciare il segno anche dopo tanti anni.

Non mancano le cose migliori, appunto, del post primo periodo, sicuramente verso lidi più mainstream, qualitativamente inferiori, ma va altresì detto che sfoltendo la margherita rimangono comunque i petali buoni: sicuramente in prima linea una contraddittoria Sugar, tratta da The Weight Of Your Love, meravigliosa, rumorosa, asfissiante, quanto melodica, “There’s Sugar on your soul, you are the one i know” canta Tom doppiato dallo zoccolo duro di fan, tra le cose migliori dell’intera produzione. Ma anche l’elettronica di Papillon, dal terzo album In This Light And On This Evening, che segnò, ai tempi, un cambio deciso rispetto alle prime osannate due fatiche; Upside Down, di cui è appena stato pubblicato il videoclip, è il secondo inedito estratto dalla suddetta raccolta, che fa la sua parte, senza sfigurare, a dimostrare che l’ispirazione continua ad esserci e che potrà regalare un secondo tempo di gran classe. Tanta carne al fuoco per un concerto importante, che conferma ancora una volta tutto quello che si dice su di loro, inserendoli oggettivamente nell’olimpo delle migliori band in circolazione a cavallo tra il fatidico indie e la canzone popular, assolutamente una garanzia, con una leggera semplicità nel fare concerti di questa portata.