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(Locandina promozionale dell’epoca)

di Nicholas David Altea

Andare a vedere un concerto che sai non avverrà mai, è quantomeno un’esperienza tra l’assurdo e il surreale. Un modo per toccare con mano che, per davvero, gli Oasis non suoneranno. E non ci sarà nessun salvataggio o riavvicinamento dell’ultima ora. Gli Oasis non esistono più, e te lo devi mettere in testa da subito. Ed è andata così, dall’atto di prendere le auto con relativa compagnia di amici e avviarci verso Milano Rho per un non-concerto degli Oasis fino alla reale presa di coscienza del fatto. Musi lunghi, inevitabilmente. Lo scioglimento di una band è una delusione, è uno schiaffo, è un ritorno alla realtà per dirti che non è tutto come vuoi, che non va sempre come dovrebbe andare, e che forse, è giusto così. Chiamiamole delusioni formative, grazie alle quali inizi a capire che qualcosa sta cambiando, che le cose non vivono per sempre.


Certo, spiegare questa cosa al fratello minore di un nostro amico, che durante l’estate avevamo indottrinato a suon di giri di chitarra, cd e ascolti approfonditi verso una “buona musica”, non è stato facile. Enrico aveva 16 anni all’epoca – noi una decina di più – e la smania di un ragazzino che attendeva di vedere gli Oasis per la prima volta, venne spazzata via da una telefonata. La mia. Lo avevamo avviato e iniziato a qualcosa e, tutto d’un tratto, bisognava dirgli che era finito, che il suo primo concerto degli Oasis non ci sarebbe mai stato.

N: “Ciao Enrico, devo dirti una cosa: gli Oasis si sono sciolti e non suoneranno a Milano”.
E: “Ma come?”
N: “Eh, hanno litigato ieri a Parigi e hanno annullato tutte le altre date del tour”.
E: “Ma magari fanno pace”.
N: “La vedo improbabile”.

Era qualcosa di alquanto ingiusto e crudele, quasi come dover svelare a un bambino che Babbo Natale non esiste. Però gli Oasis sono esistiti, eccome se sono esistiti, fino alla sera prima della mia telefonata.

Sarebbe stato tutto perfetto: la band avrebbe dato l’arrivederci alle scene per qualche tempo (si narrava di una pausa di 5 anni o giù di lì), con l’ultima data europea proprio a Milano, il 30 agosto alla Fiera di Rho.

Termineremo il nostro tour europeo e poi ci prenderemo, come annunciato da tempo, una pausa prima di pensare al prossimo disco e al prossimo tour“.

Un modo per permettere a Noel Gallagher (chitarra e mente del gruppo) di tentare la sua svolta solista e a Liam, che quella pausa non l’avrebbe voluta, di riallinearsi col mondo attorno. Dig Out Your Soul, l’ultimo disco degli Oasis, non era di certo il capolavoro della band ma provava a sperimentare maggiormente: il primo posto in classifica solo in Italia e, ovviamente in Uk, erano un segnale di flessione ma non in fatto di numeri, seguito e fan. E quella molto probabile pausa lunga annunciata aveva portato tranquillamente a circa 15mila i biglietti venduti, anche se la band era passata solo qualche mese prima in Italia, al Datch Forum di Assago (MI) (e in altre quattro date italiane) con una scaletta equilibrata e prepotente al punto giusto

Insomma all’I-Days sarebbe stato un concerto, forse l’ultimo per un po’ di tempo, con un pubblico conscio della temporanea fine. E invece la fine arriva quando meno te l’aspetti. 

Quel 28 agosto 2009 è la data che segna un prima e un dopo: prima degli Oasis e dopo gli Oasis. Un segno indelebile per milioni di persone amanti di quel suono. Una data pesante come una pietra miliare, diventata immediatamente tombale. L’ultima grande rock band in ordine di tempo – gli ultimi prima di loro potremmo dire siano stati i Nirvana, senza dubbio. Generazionali in senso ampio, su più livelli culturali, sociologici e comportamentali. La Cool Britannia al massimo del suo sfarzo e delle sue convinzioni labili. Quando una band arriva a quel tipo di profondità nella società contemporanea non c’è storia che tenga: si attacca, mette radici e non si muove, e l’intorno succhia tutto quello che può per arricchirsi e crescere a sua immagine e somiglianza, capello compreso. Con le sole b side degli Oasis alcuni gruppi ci avrebbero costruito carriere pluridecennali. Anno dopo anno Liam e Noel erano diventati uno l’opposto dell’altro, le differenze – già esistenti – viaggiavano su binari posizionati agli antipodi di un mondo, dove al centro di esso non c’erano gli Oasis ma se stessi, ognuno punto di riferimento nel proprio.

Il primo giorno del festival parigino Rock En Seine vedeva sul main stage Amy MacDonald alle 18,20, poi i Vampire Weekend alle 20 (ancora in piena botta di A-Punk, poiché Contra sarebbe arrivato a gennaio 2010) e gli Oasis alle 22 in chiusura. La band arrivava dal V Festival: la data del 22 agosto nello Staffordshire si era portata dietro un hangover di Liam decisamente non gestibile – trasformato in laringite per la stampa – e di conseguenza annullamento della seconda data del V festival a Chelmsford, il 23 agosto. Già in quel caso gli animi, soprattutto quello di Noel, non erano dei migliori.

Fino alle 20,30-20,45 del 28 agosto, a Parigi, come confermato da queste foto di un fan che lavorava al festival, si possono vedere i due Oasis (con Andy Bell in secondo piano) impegnati a firmare autografi. Probabilmente di lì a poco si sarebbe arrivati al punto di non ritorno.

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10 years today the greatest band of my generation ended. I’ve been fortunate enough to find the lanyard and final item Oasis EVER fully signed while still a band with photos of the brothers signing it backstage (rock en seine poster can be seen in background). The drumskin was signed between 8:30pm & 8:45pm, and at 9pm, Noel and Liam had the now famous argument backstage that led to Noel walking out swearing never to return again. The ”Rock en Seine” concert in Paris on the 28th of August 2009 was to be the last time the Gallagher brothers would speak to each other. 28/08/09 The day the music died 🇬🇧 Thank you for the memories and music that changed my life 🙏✌🏼️#oasismusic #oasissoul #oasiscollection #noelgallagher #liamgallagher #greatestbandofalltime #oasislive #worldsbiggestoasiscollection OASIS TILL I DIE👊🏼

Un post condiviso da 🇬🇧🎶Brian Garcia👊✨ (@oasisdna) in data:

La prima a dare la notizia di una chitarra sfasciata, urla e Noel che abbandona gli Oasis e se ne va dal camerino, sarà la cantante scozzese Amy McDonald che twitta tramite il suo profilo immediatamente (all’epoca era registrata con un nome diverso su Twitter), diventando la fonte della notizia che il pubblico là fuori ignorava ancora, mentre si godevano i Vampire Weekend. This Is the Life, verrebbe da pensare, citando il famoso singolo della cantautrice.

Finito il concerto della band americana arriva il messaggio dell’organizzazione del festival tramite gli altoparlanti e una scritta sul led wall che non lasciava dubbi: “A seguito di una lite all’interno della band, il concerto degli Oasis è annullato”. Inoltre la voce metallica diceva che anche tutte le seguenti date del tour erano da intendersi come cancellate, quindi oltre a Parigi, anche Costanza (in Svizzera) e Milano. Nel frattempo la notizia faceva il giro del mondo partendo da Twitter (siamo nel 2009, ricordiamolo).

Sul second stage tocca a Kere Okereke dei Bloc Party (insieme a un addetto del festival) spiegare cosa stava succedendo, senza lasciare da parte qualche battuta sarcastica. Cosa che rifece anche a Leeds, ma qui i dissapori partono qualche anno prima, quando Noel li definì non proprio in maniera piacevole.

Un’uscita di scena clamorosa, epica; come solo gli Oasis avrebbero potuto, facendo tutto il rumore possibile. Da vera rock’n’roll band, semmai fosse servito farcelo notare. Esattamente un giorno prima dei 15 anni di anniversario del loro esordio con Definitely Maybe. Che dire, la normalità e il basso profilo in casa Gallagher sono sempre state due caratteristiche sconosciute.

Il giorno nero noi lo scoprimmo solo successivamente. Andrea Laffranchi, del Corriere della Sera, fu il primo a scriverne proprio in nottata sul quotidiano in edicola il giorno seguente:

“Facevo il turno di notte nella redazione spettacoli e mi arrivò una telefonata alle 22,30 da chi si occupava dell’I-Days. Mi disse che avevano litigato a Parigi. Feci un pezzo sulla prima edizione ma di media misura, poi quando uscì il comunicato di Noel sul sito degli Oasis, nella ribattuta cambiammo pagina e il pezzo divenne più lungo”.

(Credit: screen grab da webarchive)

Qualche giorno dopo Noel scrisse una lettera che concludeva così e non lasciava adito a dubbi. Addio Oasis.

Ora scusate­mi ma ho una famiglia e una squadra di calcio a cui dedicarmi (Noel Gallagher)

Abbiamo chiesto ad una persona molto vicina agli Oasis di raccontarci quel giorno. Andrea Dulio, ex discografico, che all’epoca come oggi si occupava per l’Italia (e non solo) degli Oasis in ambito marketing, promozione e comunicazione, e che oggi lavora a strettissimo contatto con Noel Gallagher, ci ha raccontato quei giorni strani e dove fosse quando avvenne il fatto di Parigi:

“Dov’ero me lo ricordo benissimo. Ero a mangiare a una sagra dove abito io, in provincia di Pavia. Mi trovai molte chiamate sul telefono: erano della tour manager dell’epoca, Doe Phillips ad un orario strano, perché gli Oasis avrebbero dovuto essere sul palco. L’ho richiamata e mi ha detto subito: ‘Noel quit the band’. Avevo già vissuto questa situazione e mi disse cosa successe, ma questo non lo racconterò mai. In definitiva il concerto a Milano non si sarebbe fatto ma non mi aveva detto dello scioglimento della band. Le vacanze post tour in Sardegna a Noel gliele avevo prenotate io, Liam invece sarebbe andato sul Lago di Como e ci organizzammo per farlo arrivare prima del dovuto, da solo – i figli e la moglie lo avrebbero raggiunto dopo. Noel invece andò prima nel sud della Francia, e solo dopo in Sardegna. Io rimasi tre giorni con Liam e Andy Bell sul Lago”.

Andrea Dulio continua a raccontarci quei momenti: “Liam era abbastanza tranquillo quando lo andai a prendere in aeroporto, ma secondo la mia opinione aveva capito che questa volta era diverso. Era stato un viaggio troppo silenzioso rispetto ai soliti. Sarebbe voluto andare lo stesso al concerto a Milano ma ovviamente non era il caso. Con lui c’era anche Andy perché poi le rispettive famiglie li avrebbero raggiunti in vacanza”.

“Noel lo avevo solo sentito via telefono quel giorno, con Liam invece sono stato il primo a passarci del tempo dopo l’accaduto”, conclude Andrea Dulio.

Anni dopo Noel raccontò al Manchester Evening alcuni dei fatti avvenuti in quel maledetto camerino di Parigi, dove l’annullamento della data al V Festival era stato certamente benzina su un fuoco già scoppiettante.

“Liam si precipita fuori dallo spogliatoio e, uscendo, raccoglie una prugna e la lancia attraverso lo spogliatoio e la schianta contro il muro”. Alla fine Liam tornò con una chitarra che – dice Noel: ”brandiva come un’ascia”. “Era un atto violento davvero inutile – stava facendo oscillare la sua chitarra. Mi ha quasi staccato la faccia, sai.”. Noel

Il 30 agosto 2009 alcuni dei 15mila acquirenti del ticket dell’I-Day di Milano decisero di restarsene a casa. Gli Oasis, due giorni prima si erano sciolti. L’organizzazione in tempi record aveva trovato una band in sostituzione, non proprio gli ultimi arrivati: i Deep Purple. Ma ormai poco importava alla gente, pur essendoci una line up più che rispettabile con i nostri Hacienda – che fecero un gradissimo live – , gli Expatriate, i Twisted Wheel (che aprirono le date del tour europeo invernale dei Gallagher), i Kooks e i Kasabian. L’atmosfera durante il concerto dei Deep Purple fu una di quelle cose difficili da spiegare: era come guardare un mondo che non volevi in quel momento. E nel frattempo toccavi con mano che gli Oasis non c’erano più. Per sempre. Nessuna sorpresa, nessuna pace last minute.

In mezzo a questi dieci anni ci sono stati i Beady Eye, le carriere soliste di Noel con gli High Flying Birds e di Liam, i tweet, gli insulti, le prese in giro, le interviste senza filtro, la “potato” e via dicendo. Il contorno di una fratellanza (e di una band) finita davvero male.

Sta di fatto che degli Oasis ne dobbiamo parlare al passato anche dopo 10 anni. Se succederà mai qualcosa, nulla sarà come prima; se dovessero ripensarci, saremo pronti per raggiungerli più o meno ovunque. Sicuramente anche Enrico, che li aspetta da più di 10 anni e non è ancora riuscito a vederli per un soffio.

Ricordate, Don’t Look Back In Anger.


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