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Di Rossano Lo Mele

Alla fine del 1993 i quattro componenti dei Blur avevano un budget quotidiano di 50 sterline tonde. Per l’esattezza 12.50 pounds a cranio. Di questa cifra in media 2.30 andavano via per un pacchetto di 20 sigarette, 1.50 per una pinta di lager e il resto per cibo e dintorni. Ma budget in che senso, si dirà? Ecco qua: i Blur nel ’93 pubblicarono l’album Modern Life Is Rubbish che non andò secondo le aspettative smisurate della loro etichetta discografica. La band gestiva un conto bancario societario “di gruppo.” Lì finivano tutti i ricavi dei Blur. A un certo punto qualcuno dei quattro s’accorse che dal conto erano sparite 40mila sterline. E con esse anche il manager del gruppo. Il che portava i quattro a una situazione debitoria nei confronti della banca di 60mila totali. Per risolvere il problema i Blur assunsero un nuovo manager, che riuscì a tenere i creditori alla porta, organizzando nel contempo un tour americano di 32 date. Lì i Blur non erano ancora nessuno, ma gli incassi dei concerti, sommati soprattutto al merchandising, avrebbero in parte risanato la situazione. Situazione che si sarebbe però sistemata in toto solo con la realizzazione di un nuovo album, possibilmente di largo successo. Così, alla fine del ’93 i Blur entrarono in studio al Maison Rouge di Londra, per lavorare al disco che sarebbe uscito appena un anno dopo il suo predecessore. Il titolare del Maison Rouge, Nigel Frieda, era il gestore del budget suddetto: una sorta di benefattore che per pietà aiutò di tasca sua i Blur in quel momento.

Il Brtipop non era ancora esploso, né quindi Damon babyface Albarn era ancora in competizione con il suo omologo negli Oasis, Liam Gallagher. Al principio dei ‘90 il grunge americano dominava ancora ovunque. Per cui anche un tipo bislacco e disinteressato a certe dinamiche come Flea dei Red Hot Chili Peppers si ritrovò a dichiarare: “Sono stufo della vostra attitudine snob. Voi inglesi vi sentite così superiori. Ok, allora ditemi il nome di un gruppo, un solo gruppo inglese che significhi ancora qualcosa, oggi. Non ce n’è”. Per contro, lo spiantato Damon replicava qualcosa del tipo: “Se il punk voleva liberarsi degli hippie, io mi sono annoiato del grunge, stessa identica sensazione”. Il tour americano dei Blur non andò benissimo. Il perché è presto detto, nelle parole del bassista Alex James: “I giovani avevano trovato una voce e noi eravamo sbagliati all’ennesima potenza”. Quella voce apparteneva a Kurt Cobain. Che, bizzarria, in un’intervista alla BBC dichiarò che l’unica cosa recente inglese che gli piacesse erano proprio i Blur. Senza soldi, con grosse responsabilità addosso per un disco in uscita dall’esito ignoto, Damon si ritrovò a gestire in poche settimane due fatti che lo mandarono in tilt: il suicidio di Cobain e la morte di Ayrton Senna. Con il timore di non farcela se non di morire si affidò così a Parklife, edito nella primavera del ’94. E, nell’estate di quell’anno – un quarto di secolo fa esatto – tutti o quasi si ritrovarono a cantare il ritornello ottundente di una canzone chiamata Girls & Boys. La prima di Parklife che, tempo zero, era diventato un successo clamoroso. Come ha scritto John Harris sul numero 399 di “Q”: “Blur created some of the greatest British music ever made”.

Quella canzone era nata da una vacanza fatta a Maiorca da Damon con la fidanzata dell’epoca. Justine Frischmann, voce delle Elastica. Ed ex di Brett Anderson, voce degli Suede. Gli Suede in quegli anni erano il gruppo inglese di maggior successo. Damon – un po’ invidioso per il passato di Justine, un po’ per il successo degli Suede – scrisse una canzone su tutti questi inglesi copulanti in vacanza a Magaluf. Pensando a Heart Of Glass dei Blondie e ai bassoni dei Duran Duran venne fuori Girls & Boys. Dopo un po’ pure Damon e Justin si lasciarono: forse è il successo che fa scoppiare le coppie.

Lette così le storie del rock sono sempre tonde, epiche, circolari, giuste. Le cose vanno sempre come devono andare. Il successo bacia chi se lo merita, l’insuccesso assopisce chi ha meno talento. In queste settimane è uscito il libro Lunch With The Wild Frontiers: A History Of Britpop And Excess In 13 & ½ Chapters. L’autore si chiama Phill Savidge. Savidge è un potentissimo PR. Fondatore dell’ufficio stampa Savidge & Best, nel suo libro rievoca quegli anni epici attorno alla prima metà dei ’90. Nel volume racconta di come ha inventato le carriere di alcuni clienti oggi famosissimi. Enuclea tutte le spinte necessarie per ottenere ottime recensioni per gli Suede, prima del debutto. Dal suo ufficio di Camden passavano tutti, in quegli anni. Ma lui aveva una richiesta preventiva: all’ingresso ogni cliente doveva farsi scattare una Polaroid da lui. Le ha raccolte tutte e le ha inserite in mezzo al libro. Fra i ritratti istantanei ci sono quelli di Liam Gallagher, Richard Aschroft, Jarvis Cocker. C’è anche Justine Frischmann. E, indovina un po’, pure Damon Albarn. 


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