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Di Marco Vezzaro

“Teniamole le bottiglie di plastica”, amavo pronunciare frasi come questa, senza specificarne la ragione, e lasciare che in momento ben preciso diventasse chiara a tutti, a sorpresa. Mi piace mostrarmi pronto; non ho mai fatto lo scout, ma ho fatto tanto campeggio con i miei. Sapevo che al mare l’auto si sporca di polvere e terra gialla, rossa, marroncina, e prima di ripartire se hai qualche bottiglia vecchia piena d’acqua puoi gettarla sul parabrezza, sui finestrini, e vedere i getti d’improvviso prendere il colore del suolo e scendere a rivoli, come secchiate di vernice. Ti godi lo spettacolo qualche minuto, mentre il forno di lamiera con tutti i cinque portelloni aperti riacquista una temperatura abitabile, poi riparti verso la prossima spiaggia, e a ogni metro lento fra le buche le ruote lanciano nuove polveri che nidificano sulla carrozzeria ancora bagnata.

Non credo che la vacanza possa andare affanculo senza un accorgimento di questo genere, ma l’ho vista fare a mio padre questa cosa di tenersi le bottiglie, e ho tradotto lo stratagemma nel mio mondo, quando sono cresciuto abbastanza per girare con la mia auto lungo territori di mare, aridi, caldi, sparsi di vegetazione brulla e soprattutto polvere come la Sardegna. Nel 2000 però, quando vi sono sbarcato per la prima volta sull’auto dei miei, avevo solo 13 anni, non potevo guidare, potevo solo svuotare le bottiglie d’acqua bollente sulla carrozzeria, e magari tenerne un po’ per lavare via la sabbia dai piedi. Poi mi accomodavo sui posti dietro con i miei fratelli, mettevo le cuffiette e cercavo di godermi il paesaggio deserto e soffocato del sud della Sardegna dal finestrino, che lavato solo con l’acqua delle bottiglie aveva ormai preso una patina opaca beige, come un filtro fotografico. La macchina chiusa invece che scoperta, io tredicenne in forma per quanto possa esserlo uno in quell’età disgraziata in cui nulla funziona e tutto è a metà strada, niente tatuaggi, niente ferite, la mia famiglia invece dei miei compagni di band, la Sardegna invece della California: quella era la distanza tra la mia realtà e Scar Tissue.

A giugno dell’anno prima era piombato tra i miei ascolti il disco di una band californiana, suonava un rock un po’ più classico del punk rock a cui ero abituato, non riuscivo a tirarmi giù a orecchio le parti di chitarra delle canzoni perché parevano essere un po’ più complicate dell’unica posizione che conoscevo. La copertina, con un gioco surrealista, mi trasmetteva l’inquietudine delle giornate roventi, in cui non tira un filo di vento, non c’è una nuvola, e ogni forma di vita pare destinata ad esaurirsi di lì a poco. MTV li presenta così, con quel video in cui solcano una strada in mezzo al deserto a bordo di una decappottabile, si fermano, si scrollano la polvere dalle ferite infette. Il video è il viaggio stesso e lo spoglia della partenza e dell’arrivo, raccontandone solo il progredire, le soste, tranciandone ogni senso conclusivo.

Per me i Red Hot Chili Peppers sono una novità assoluta, ma Californication è in realtà un fragoroso ritorno, con un clamoroso rientro in formazione, e un’opera che sancisce una loro seconda vita. Nati alla fine degli anni 80 ed esplosi quasi subito in tutto il mondo con un funk rock che nessuno si è mai sognato di riproporre, perché strettamente basato sulla loro specificità di musicisti, i Red Hot Chili Peppers avevano praticamente fatto già tutto: in ordine non cronologico, perso un membro fondatore per overdose di eroina, piazzato una canzone immortale per la storia della musica come Under The Bridge (poi riproposta nientemeno che dalle All Saints), vinto un Grammy, suonato al Lollapalooza, entrati nella storia per una improbabile performance vestiti da lampadine, perso un altro chitarrista che non voleva fare la fine del primo, perso l’identità sbagliando rimpiazzo con Dave Navarro. Insomma, nel 1997 i Red Hot Chili Peppers sono un gruppo al capolinea, finiti prima che io li abbia sentiti nominare, ma poi esce Scar Tissue.

È difficile pensare a un’altra band con un legame simile con la sua terra: il suolo della California è ovunque nei testi dei RHCP, e Californication è il rito definitivo che la celebra, trasformandola in uno stato mentale. Around The World apre il disco con il concetto opposto, in una folle lista di tutto ciò che California non è, e ne è distante: cinque scariche elettriche di basso distorto, e un’intro che precipita sul funk rock che li ha resi famosi. Giusto per mettere le cose in chiaro e non divagare troppo, Parallel Universe torna subito in patria, con un groove di basso e chitarra grattugiato, decisamente più posato e standard del vortice di Around The World.

Tra l’estate del ’99 e l’estate del 2000 Californication sputa un numero impressionante di singoli, che vanno a segno uno dopo l’altro, in heavy rotation su MTV: il già citato terzetto iniziale Around The World, Parallel Universe e Scar Tissue, ma anche Otherside, con quel video timburtoniano, la title track Californication con quell’altro video fatto a videogioco, avveniristico per l’epoca, un po’ Lion Trophy Show e un po’ GTA, e la ballata finale Road Trippin’. Ma come spesso succede per i dischi che segnano un’epoca, sono i pezzi in ombra a fare il lavoro di sostanza. Digressioni psichedeliche in Savior, litanie rilassate in This Velvet Glove, vere e proprie ninne nanne come Porcelain, sfuriate punk rock come Right On Time.

Ricordo pochi dischi così longevi a livello mediatico, ma mi trovavo in un momento in cui scegliere se essere un vorace onnivoro o un fanboy analitico, e scelgo la seconda, arrivando a dover buttare via i CD per la troppa usura. Non che sia solo io, è un po’ lo spirito del tempo: Californication raggiunge la vetta della classifica italiana, in Germania resta in classifica per due anni. Perché sembra la preistoria, ma 20 anni fa succedeva che gli album avessero effettivamente qualche anno di vita e di esposizione, e non solo qualche settimana.

L’estate delle vacanze in Sardegna, a Capo Teulada, fu anche la prima occasione di testare veramente un regalo di Natale, la mia fiammante videocamera, di quelle che fanno i filmini con la data in digitale in basso a destra. La chiesi come regalo in preda a quel momento in cui non sai davvero che fartene del tuo futuro, e allora le provi un po’ tutte, e qualcosa andrà. La carriera di cineasta per me non andrà, e pensando alle tecniche di regia sperimentate in quelle due settimane di mare, non è poi ‘sto gran peccato. Ma mi riconosco una discreta cura del prodotto: al ritorno badai bene al riversare tutto quello che avevo fissato sul nastro in una VHS più classica. Era un’operazione banale, bastava far partire il tasto REC. del videoregistratore con la telecamera collegata alla TV e lasciar scorrere tutto il filmino. Lo feci, poi per ingannare l’attesa misi sullo stereo dello stesso impianto Californication.

Scoprii poi, riguardando la videocassetta, che l’audio si era stampato sul video, e Californication nella sua interezza era diventato la colonna sonora di quelle immagini di paesaggi polverosi, spiagge frastagliate, immobili e irreali, e facce perplesse e stanche della mia famiglia in vacanza. Un errore solo tecnico, ma concettualmente un matrimonio indovinato, coerente.

Mi è ricapitato più volte di farmi strada in parcheggi di fortuna ricavati ai lati delle strade che portano al mare. Sono in effetti luoghi inospitali per la bellezza metallica ostentata delle auto in città. Pensando al mondo di oggi, a come il trasporto privato e le bottiglie di plastica una volta avessero un’aura innocua che si perdeva semplicemente tra l’anonimato della realtà, e non rappresentasero un pericolo, 20 anni si sentono tutti, ma i dischi, molto più dei filmini amatoriali, hanno la capacità di trattenere la polvere dei luoghi che li hanno ispirati e di quelli in cui io li ho consumati, e riproporne la consistenza e l’odore. Non importa poi che Californication nasca per raccontare una terra se poi ne evochi un’altra.


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