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(F♯ A♯ ∞ – Godspeed You Black Emperor!, 1997 – Constellation)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Mauro Fenoglio

All’inizio del film 28 Giorni Dopo, horror apocalittico del 2002 diretto da Danny Boyle (il regista scozzese di Trainspotting), il protagonista Jim, un corriere, interpretato dall’attore irlandese Cillian Murphy, si risveglia dal coma, scoprendosi abbandonato in un ospedale deserto. Lascia il nosocomio e s’incammina, tenendo in mano un sacchetto di plastica, lungo le strade di una Londra spettrale. La città è stata evacuata, 15 giorni dopo le prime manifestazioni di una violenta infezione virale. Jim cammina lungo il Tamigi. Sullo sfondo il profilo della cattedrale di Saint Paul, che incombe sotto un tramonto livido. Lo accompagna l’assolo solitario e dolente di una chitarra elettrica, circondata da un’eco di archi in allerta perenne. A Whitehall, lasciandosi alle spalle un double decker bus capovolto in mezzo alla strada, si ritrova sulla spianata del House Guards Parade (dove avviene il cambio della guardia a Buckingham Palace) e sulla scalinata antistante, raccoglie carta moneta accumulata e senza valore. Entrano basso e batteria a rendere il crescendo marziale, mentre gli archi macinano intensità. Attraversando l’austera sagoma del Royal Exchange, Jim si lascia alle spalle edifici che poco tempo prima ospitavano le stanze del potere. Ora sono solo muti fantasmi di granito lugubre. Jim arriva a Piccadilly Circus. La chitarra solista oramai piange sulle note alte, mentre la marcia in crescendo è diventata una corsa a perdifiato. I quattro lati alla base del Shaftesbury Monument Memorial (la fontana al centro della piazza) sono tappezzati di messaggi di ricerca d’aiuto per persone scomparse, fotografie, preghiere, invocazioni di disperazione. L’orchestra è ormai un treno in corsa che si ferma solo all’ultimo rullo di batteria, con la telecamera che inquadra, in primo piano, la fotografia di un bambino, estremo segnale di speranza in un mondo altrimenti devastato. La musica che accompagna la sequenza è un estratto da The Sad Mafioso… parte centrale di East Hastings, seconda traccia dell’album d’esordio del collettivo post rock Godspeed You Black Emperor!

Danny Boyle descrive cosi la scelta musicale per il film: “Ho sempre avuto una colonna sonora in testa. Per Trainspotting erano gli Underworld. Per 28 Giorni Dopo, sono i Godspeed. Tutto il film è ispirato dai Godspeed, nella mia testa”. Come se la fine di tutto, o una sua qualsiasi ipotesi reale o romanzata, avessero finalmente trovato l’unica possibile colonna sonora. Che fosse un virus, un asteroide, o più semplicemente la stupidità umana a portarsi via il mondo, come lo conosciamo, il monito, l’attesa e l’avvento potrebbero essere solo musicati dall’inevitabile crescendo orchestrato nel primo album della band canadese. Il concetto di post rock, preso per i capelli un passo prima di diventare maniera, e reso testamento di un mondo al collasso. I GSYBE si formano a Montreal nel 1994. Il tenebroso Efrim Menuck e Mike Moya alle chitarre e Mauro Pezzente al basso. Il nome preso a prestito da un oscuro documentario giapponese in bianco e nero del 1976 di Mitsuo Yanagimachi, che seguiva le gesta di una gang di motociclisti giapponesi, i Black Emperors. Nel 1995, Pezzente si trasferisce in un loft nel sobborgo industriale del Mile End. Siamo ancora lontani dall’era dorata del recupero dei sobborghi e il quartiere è un agglomerato di magazzini abbandonati, bar malfamati e famiglie d’origine italiana e portoghese. Rotaie di linee ferroviarie abbandonate e grigiore perenne. Scenario perfetto per un’apocalisse non annunciata. Il loft diventa uno spazio DIY aperto a musicisti ed artisti locali, ma il monossido di carbonio dei fumi del garage a pianterreno obbliga Pezzente ad andarsene. Lo spazio viene rioccupato da Menuck che lo ribattezza Hotel2Tango. I Godspeed diventano un collettivo. Con l’aggiunta di sezione ritmica, bassi e chitarre di supporto e, soprattutto, la sezione archi di Norsola Johnson e Sophie Trudeau. Lo spirito del tempo nelle parole di Menuck: “Chiunque sapesse suonare uno strumento e fosse OK era il benvenuto”. Nuovi membri si uniscono al gruppo per una manciata di performances per poi lasciare. I GSYBE arrivano ad avere una ventina di elementi, prima di stabilizzarsi in nove unità stabili, dopo l’esordio. Insomma, sul finire del ventesimo secolo, sotto un cielo grigio trafitto dai cavi dell’alta tensione, fra i fumi degli impianti di riscaldamento a carbone e l’odore della ghiaia fra le rotaie, un collettivo prova a disegnare la fine della civiltà occidentale in musica.

E se la loro non è immediatamente un’opera politica, è solo perché Menuck si dichiara anarchico solo nel 2014. Non la pensa cosi la polizia di Ardmore in Oklahoma che, nel 2003, insospettita dai loro volantini (raffiguranti edifici in irciole, treni e piloni dell’elettricità), li prenderà per un gruppo di terroristi, portandoli al commissariato per verifiche, per poi rilasciarli. Il contesto politico della loro musica si svilupperà nel tempo, nei titoli, nella grafica, nelle dichiarazioni. Ma nel 1998, i GSYBE non sono che un oracolo dell’apocalisse imminente. Le loro armi sovversive: la dilatazione del post rock e la fascinazione per le colonne sonore di Ennio Morricone. Proprio mentre il verbo post di Chicago è sul punto di diventare esercizio di stile (i Tortoise stanno per pubblicare TNT), i canadesi ne ereditano la struttura aperta, per fotografare la desolazione. Che cavalcano, sui crescendo ripassati dalla Trilogia del Dollaro del maestro compositore romano. F♯ A♯ ∞ (letteralmente F-sharp, A-sharp, Infinity) è la sinfonia di un presente, che si è arreso. Registrato all’Hotel2Tango e pubblicato (per la prima volta) nel 1997, con un ensemble che va dai 15 ai 10 membri. Tre lunghi movimenti da più di tra i 16 e 29 minuti ciascuno, per descrivere l’incombente fine di tutto. Le tracce strutturate in parti orchestrali, campionamenti e field recordings. David Keenan parlerà di “tape loops scatologiche” per provare a discernerne il significato oscuro. La voce che introduce l’iniziale The Dead Flag Blues: “il governo è corrotto / e noi dobbiamo drogarci cosi tanto / ascoltando la radio dietro le tende chiuse / siamo intrappolati nello stomaco di questa macchina orribile / che sanguina a morte / il sole è tramontato / e i cartelloni ci guardano / le bandiere sono morte sulle loro aste”. Parole spietate, da una sceneggiatura mai finita di Efrim Menuck.

Dietro, l’eco terminale degli archi. Le parole lasciano spazio al rumore di un treno e ad una melodia western che esplode con il violino, la slide e lo xilofono. È l’anticipo in musica di tutta la letteratura e cinematografia sulla fine del mondo come lo conosciamo, che riempirà cinema, TV e libri nel secolo successivo. Tutto quello che anticiperebbe i vari Black Mirror o Walking Dead, fotografato in un interminabile istante, prima che tutto accada. Agghiacciante, ma mai fino in fondo. E il concetto è ripreso nel titolo.  Con l’umanità bloccata fra paura e speranza, incapace di progredire. La F e la A, due note di piano a simboleggiare la terribile impasse. E il lato B del vinile che invece di finire, continua a girare sull’ultimo solco all’infinito, descrivendo l’impossibilità di uscirne. Eppure, mentre la fine avanza, l’orchestra anarchica sull’orlo dell’abisso sembra non volersi mai arrendere all’inevitabile. Dopo il sermone interminabile di East Hastings (strada di uno dei quartieri più antichi di Vancouver), la cavalcata di The Sad Mafioso…(l’apocalittico intermezzo di 28 Giorni Dopo) introduce la conclusiva Providence (da divina provvidenza, forse?). E sono ancora liturgie e presagi del predicatore di strada Blaise Bailey Finnegan III. Per un Dio incerto se sia meglio salvare o distruggere quello che rimane. A Menuck e ai suoi non rimane che cercare un’apertura qualsiasi nell’incalzante Dead Metheny (quante band post rock degli anni zero partono da qui…), per poi celebrare quasi un funerale gitano in Kicking Horse on Brokenhill. Cala il silenzio e rimane solo lo spazio per una coda chitarristica intitolata a John Lee Hooker. Le prime 500 copie dell’album escono in confezioni create dai membri della band e artisti locali di Montreal. Una delle foto a corredo (raffigurante una torre d’acqua, un treno o un segnale stradale) incollata alla copertina. Nessun titolo, nessun indizio ulteriore. Quasi un manifesto, politico per ineludibile necessità, apocalittico come un vangelo apocrifo. Il post rock portato al limite estremo del suo significato, mentre il mondo fuori potrebbe crollare da un momento all’altro, Da lì, il collettivo pubblicherà altri album (illuminante il successivo Slow Riot For New Zerø Kanada nel ’99, forse il loro apice). Continuerà l’opera di monito verso un mondo che, sempre più, antepone l’interesse del singolo al bene comune. Eppure, un minuto prima della fine, mentre la società dei consumi mostra il suo volto spietato, mentre tutte le certezze crollano e le illusioni si sfaldano, rimane sempre una flebile luce. Sul lenzuolo che campeggia, dietro i nove membri dei Godspeed You Black Emperor! durante tutte le loro performance dal vivo, non smette mai di illuminarsi, incerta, intermittente ma costante negli anni, la parola Hope. Speranza, indomita, per loro e per noi.

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