di Eliseno Sposato

Il ritorno in Italia dei Radio Birdman è un appuntamento imperdibile per entrare ancora una volta in contatto con una band leggendaria che ha fatto la storia del rock australiano e non solo. Attraverso tre album in studio (Radios Appear, Living Eyes, Zeno Beach) pubblicati in epoche diverse (1977, 1981 e 2006), due Ep, una manciata di singoli e tre album dal vivo (Ritualism, Live in Texas e soprattutto Live at Paddington Town Hall del 1977) hanno messo in mostra un rock’n’roll energico che ha saputo miscelare sapientemente il furore proto punk di Stooges ed MC5, con le fascinazioni psichedeliche dei Doors, diventando un vero gruppo spartiacque nella scena musicale australiana. In soli tre anni e mezzo, dalla fine del 1974 all’estate del 1978, seppure osteggiati dall’industria musicale locale, grazie ad un indomito spirito do it yourself che partiva dalla m usica per finire all’estetica, passando attraverso un lavoro grafico originale che accompagnava ogni loro esibizione, hanno saputo crearsi un seguito nella gioventù dell’epoca che li portò a diventare i prime movers di una scena che, soprattutto a metà del decennio successivo, si sarebbe sviluppata in maniera così diffusa, da arrivare ad essere apprezzata in ogni angolo del globo. Autori di brani epocali come Burn My Eye, Anglo Girl desire, What Gives, Do The Pop, Murder City Nights, inni generazionali come New Race, mantra psichedelici come Descent Into Maelstrom o Man with Golden Helmets, accanto a splendide love songs come Love Kills, hanno segnato un’epoca naufragata improvvisamente nel corso del tour europeo del 1978 che li avrebbe dovuti consacrare, ma rimessa in carreggiata a partire dal 1995 ed arrivata fino ai giorni nostri. Un’epopea raccontata magistralmente dal film documentario di Jonathan Sequira Descent Into Maelstrom, uscito lo scorso anno ed oggi disponibile anche in dvd, che verrà presentato in una prima che si terrà nel pomeriggio di sabato 27 ottobre all’Edoné di Bergamo, alla presenza del regista e di Deniz Tek. Un lavoro che diventa compendio ideale del box set pubblicato dalla Citadel nel 2014 e che raccoglie tutto quanto pubblicato dai Radio Birdman nel periodo d’oro. Abbiamo raggiunto Deniz Tek, chitarrista e principale compositore dei Radio Birdman durante il loro tour per una chiacchierata che spazia tra passato e presente della band, che passerà dall’Italia per tre date.

A 40 anni di distanza dal primo e sfortunatissimo tour inglese, ritornate per l’ennesima volta in Europa a raccogliere un successo che vi ripaga dalla delusione di allora. Esiste ancora qualche rimpianto per come andarono le cose allora?

“In realtà abbiamo girato l’Europa in tour con buon successo per 20 anni ad oggi. A proposito del tour inglese del 1978 non ho rimpianti. Abbiamo suonato bene, effettivamente abbiamo spaccato in diverse occasioni e registrato un ottimo album a Rockfield (Living Eyes, pubblicato poi nel 1981 n.d.i.). Abbiamo fatto il meglio che potevamo in circostanze molto difficili, che non dipendevano affatto da noi ed erano completamente al di là del nostro controllo”.

Da qualche anno, con Dave Kettley alla chitarra e Nick Reith alla batteria possiamo dire, per quello che abbiamo visto nei tour precedenti, che i “nuovi” Radio Birdman non hanno nulla da invidiare alla formazione storica. Dal tuo punto di vista come giudichi il loro contributo e cosa hanno di diverso da Masuak e Keeley (chitarra e batteria della formazione originale n.d.i.)?

“Nick e Dave hanno riportato il sound all’idea originaria. Adesso la band suona molto come suonavamo nel 1977-78. Chris Masuak è un chitarrista eccezionale, e aveva sviluppato delle idee molto personali; così la sua evoluzione lo ha portato su un altro tipo di percorso. Allo stesso modo Ron Keeley è un batterista unico, in grado di spaziare dallo swing, al beat, al rock. Nessuno può suonare come suonava lui, soprattutto nel primo peridio, ma Nick (Reith) è totalmente powerhouse e ha uno stile che funziona meglio per la band”.

Dobbiamo accontentarci dei Radio Birdman come progetto destinato esclusivamente ai concerti, e quindi essere una band “nostalgica” o possiamo sperare di ascoltare al più presto un nuovo disco che possa essere un degno seguito a Zeno Beach

“Siamo costantemente alla ricerca di nuove improvvisazioni e cerchiamo sempre di elevare il livello di energia nei nostri suoni. Non c’è nessuna nostalgia (almeno per quanto mi riguarda)”.

Nei concerti tenuti in Australia e nella prima parte di questo tour europeo state proponendo alcune cover di brani di The Doors, Magazine, The Amboy Dukes oltre a quelle classiche di The Stooges e 13th Floor Elevator già presenti nel vostro repertorio. Come sono state scelte e perché?

“Abbiamo sempre fatto cover di band molto diverse, fra cui Rolling Stones, The Beatles, The Who, The Kinks, Velvet Underground, Alice Cooper, Masters Apprentices, Blue Oyster Cult, Bo Diddley, Roy Head, Kraftwerk, Jan and Dean, Pink Fairies, Magazine, The Remains, The Last Poets … e altri…Trai tu le conclusioni. Prima di ogni tour di solito ci piace ritrovarci e tirare giù dei suggerimenti su pezzi nuovi da reinterpretare. Li proviamo e se suonano bene li aggiungiamo al set. Proviamo di tutto e ne scartiamo ancora di più. Rob ha suggerito Not To Touch The Earth. Abbiamo suonato altri pezzi dei Doors in passato, questo ci piace molto. Fa sempre bene sorprendere il pubblico”.

Avete mai pensato di far suonare ai Radio Birdman qualche cover di brani tratti dai tuoi album solisti o da quelli dei New Christs?

“No. Quei pezzi hanno un loro contesto. Comunque non servono ai Radio Birdman”.

C’è un po’ di esperienza italiana negli anni più recenti. Ci puoi raccontare qualcosa sulla collaborazione con Otis Tours?

“Ho iniziato a lavorare con loro tempo fa, insieme al mio progetto solista. Quando i Radio Birdman si sono riformati ho suggerito di coinvolgere Otis, Franz Barcella, Diego Clemente e Fabio Clemente, che hanno il merito di avere reso tutto possibile. Organizzare e concretizzare un tour è complicato, e i ragazzi ci sanno fare. E sono anche ottimi amici”.

Nonostante non ci siano nuovi dischi dei Radio Birdman da promuovere, questo tour è caratterizzato dall’uscita del film documentario di Jonathan J Sequeira Descent Into Maelstrom che sta riscuotendo un discreto successo sia nelle sale cinematografiche che nel circuito dei dvd. Qual è stata la tua impressione su questo lavoro?

“È vero che il documentario dà una bella spinta al tour. Oggi i tour non si fanno più per promuovere gli album, ormai succede il contrario; è molto difficile vendere, ma effettivamente un nuovo album porta a un nuovo tour, ecc. Rispetto ad altri documentari, Descent into Maelstrom è eccellente. L’editing è eccezionale e la musica è raccontata molto bene”.

La mia impressione, dopo averlo visto, è stata quella che ciascuno dei protagonisti si sia raccontato in maniera veritiera senza nascondere lati positivi o negativi del proprio carattere in relazione alle dinamiche all’interno della band. Pensi sia una giusta impressione la mia?

“Non tutte le storie dei singoli protagonisti riflettono completamente la realtà, ma forse non è un effetto voluto”.

Per un chi come me vi ha scoperti ed amati con un leggero ritardo sui tempi, scoprire che eravate contro il sistema che ha lottato duramente con caparbietà per affermarsi, non fa che accrescere la stima nei vostri confronti.

“Grazie”.

Come mai eravate “ostili al successo”?

“Non eravamo contrari al successo commerciale, ma abbiamo sempre pensato che la nostra forma espressiva dovesse venire prima. Non siamo mai scesi a compromessi su questo. Non ci aspettavamo niente”.

I tuoi compagni dell’epoca hanno raccontato che i Radio Birdman sono sempre stati la band di Rob Younger e Deniz Tek, era per come indirizzavate il percorso artistico?

“Gli altri potevano contribuire diversamente, ma hanno deciso di non agire in questo senso. Ci sono i leader e poi i followers. Io sono sempre stato certo di cosa volessi ottenere, e non sono timido, per cui punto all’obiettivo. Gli altri vedevano dove stavamo andando e hanno seguito la stessa strada. Siamo sempre stati fortunati ad avere un buon gruppo e una chimica per cui l’insieme è sempre più della somma delle parti. È un cliché, ma per noi è vero. Anche se nulla è eterno. Abbiamo avuto dei momenti di fermo: quando succede cambi le cose, riparti, oppure ti arrendi. Negli anni noi abbiamo fatto tutte queste cose”.

Volevi con questo evitare che quanto accaduto nel tuo gruppo studentesco di Ann Arbor e nei TV Jones (la prima band in cui Tek ha militato in Australia n.d.i.) si ripetesse, o solo perché avevi un’idea musicale ben precisa?

“Ann Arbor per me è solo roba di scuola – non significa quasi niente se non un’ottima esperienza e qualcosa da cui imparare. Nei TV Jones avevo un ruolo abbastanza centrale, ma gli altri hanno deciso di andare in una direzione diversa, volevano correre per il successo e pensavano non fosse possibile farlo con me. In realtà avevano ragione, ma ad ogni modo non hanno ottenuto ciò che volevano. E in ogni caso all’epoca non avevo un’idea strutturata, era tutto molto istintivo”.

Eravate consapevoli che stavate scrivendo una pagina di storia del rock australiano, oppure in quell’epoca contava solo scrivere canzoni e trovare un modo per farle ascoltare?

“No, non ci abbiamo mai pensato. Non pensavamo a nulla oltre il concerto successivo”.

Il fatto che sia tu che Pip Hoyle (tastierista della band n.d.i.) avete continuato gli studi di medicina ed avete sempre coltivato in parallelo i due interessi pensi abbia limitato una reale scalata al successo della band?

“No, io e Pip Hoyle siamo tornati agli studi solo dopo che la band è stata scaricata e si è sciolta. Se il rapporto con la Sire Records fosse continuato e noi fossimo andati in tour coi Ramones nel 78-79 (come programmato), probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Comunque fare il lavoro giusto ti dà la libertà di fare musica come ti pare, senza compromessi. Negli anni ho potuto produrre e finanziare i miei progetti e tour, cosa che non avrei potuto fare altrimenti”.

Siete stati un prototipo per la scena musicale australiana, dei veri e propri “prime movers” che hanno indicato la strada a decine di gruppi, alcuni dei quali diventati di grande successo. Vi ha deluso più il comportamento di alcuni di loro {penso ai Birthday Party} o il comportamento dell’industria musicale che vi ha snobbato?

“Nessuna delle due. Non mi piacciono i Birthday Party o le band che ci seguivano all’epoca, ma hanno sempre fatto cose in linea con il loro stile. A me non interessa, sarei stato deluso se avessi investito in qualche forma in questi progetti, e non l’ho fatto”.

Per come raccontato da Charlie Fisher (produttore del primo album n.d.i.) in Descent into maelstrom, hai scritto New Race perché serviva un inno per quella gioventù australiana che vi seguiva sempre più numerosamente eppure questo anthem ha attirato su di voi quelle ridicole accuse di essere un gruppo politicamente di destra, quanto di più lontano potesse esserci in ognuno di voi.

“Tutto quello che si deve fare è ascoltare il testo per capire che non c’è niente di politico in quel pezzo. Conservatore? L’anarchia è più conservativa di tante altre cose”.

Radios Appear non è solo un grande disco ma in un certo senso ha avviato il progetto di implosione del gruppo, forse perché qualcuno dei tuoi compagni voleva riconosciuto il contributo dato alla scrittura delle canzoni che sono firmate quasi tutte da te. È anche questo il motivo che ti ha spinto a invogliare Rob (Younger n.d.i.) a diventare uno scrittore di testi?

“Nessuno degli altri ha mai voluto un credito diverso da quello che ha ricevuto all’epoca. Questa cosa l’ho scoperta solo guardando il documentario. È vero che ho composto io le linee di basso per Hand Of Law, Smith and Wesson Blues, etc., ma queste cose potevano essere chiarite – insieme ad altre – nel 1977. Solo che nessuno ha detto niente. Ho sempre incoraggiato tutti a contribuire, ma nessuno ha mai colto questo mio suggerimento…tranne Chris (Masuak n.d.i.) che ha scritto un paio di cose, e anche Warwick. E sono stati sempre accreditati quando abbiamo colto le loro idee. Sapevo che Rob era un ottimo songwriter per cui sì, l’ho spinto a scrivere di più. È stato un po’ come tentare di convincere un mulo, ma alla fine ha iniziato a scrivere. Ed è vero, scrive dei testi fenomenali”.

Nel 1978 Iceman (il soprannome dato a Tek dai compagni n.d.i.) ha dovuto farsi carico della responsabilità dei Radio Birdman e condurli alla realizzazione del secondo album “Living Eyes” che Warwick Gilbert (bassista della band n.d.i.) ha definito essere un tuo disco solista. Eri forse rimasto l’unico a credere nelle potenzialità della band?

“Io ci credevo ancora e Rob pure. Gli altri di base se n’erano già andati. Warwick ha scritto Crying Sun, ma è stato il suo unico contributo all’intero album. Quando abbiamo deciso di registrarla, lui non si è presentato alla sessione, e ho scoperto che non gli è piaciuto neanche il lavoro di mixing. L’avremmo potuto modificare, ma non disse nulla all’epoca. Avrebbe potuto partecipare diversamente, ma capisco che fosse un periodo difficile per lui”.

Sarebbe cambiato qualcosa se foste riusciti ad andare i tour negli USA con i Ramones?

“Forse. Penso che saremmo piaciuti al pubblico americano, siamo finalmente arrivati negli Stati Uniti nel 2006-2007 per suonare davanti a un pubblico fantastico”.

A proposito di pubblico. Sappiamo che l’Italia occupa un posto speciale, ma ci spieghi le differenze, se ci sono da paese a paese?

“Il caffè in Italia è molto meglio! A parte questo, è sempre un Paese accogliente e caloroso. Gli italiani amano godersi la vita, sono il popolo che meglio incarna la definizione francese della ‘joie de vivre’. È praticamente impossibile trascorrere dei momenti negativi o lasciarsi abbattere mentre si è in Italia. In generale penso che le persone siano le stesse un po’ ovunque in tutto il mondo, però, ecco: magari in Giappone le cose sono un po’ diverse, lì non ruba nessuno”.

Da Alien Skies a Song for Dave, b side del singolo Can of Soup la tua carriera di songwriter si era anche espressa attraverso brani solamente strumentali. Come sei arrivato a decidere di pubblicare un intero album completamente strumentale come Lost For Words (nuovo album solista di Tek appena pubblicato n.d.i.)?

“Ho sempre amato artisti come Ventures, the Shadows, Ennio Morricone, Gil Evans, Antonio Carlos Jobim, etc. Dopo il successo di “Comanche” sul Mean Old Twister (precedente album solista di Tek n.d.i.), ho pensato di scriverne uno interamente strumentale. Non avevo niente da perdere, quindi perché non tentare? È stata un’esperienza interessante, sono molto contento di Lost For Words, che non sarei riuscito a realizzare così bene senza il contributo essenziale delle batterie di Ric Parnell e la produzione (oltre ai bassi) di Bob Brown”.

Sei soddisfatto del risultato ottenuto?

“Sì, molto”.