(Credit: The Forum)

di Serena Mazzini

Billy Corgan è uno di quei personaggi che è difficile amare, così come è difficile odiare del tutto. Indubbiamente uno dei protagonisti più schietti del panorama musicale, una sorta di Dottor Jekyll e Mister Hyde che è passato dall’essere una rockstar che vende milioni di dischi a un fanatico del wrestling che odia l’industria musicale, arrivando addirittura al punto di rinnegarsi: “Non voglio più essere chiamato Billy Corgan, chiamatemi William Patrick”. Ed è proprio questa sua natura controversa, questo suo prendere le distanze anche da se stesso che ci aveva fatto credere che una reunion degli Smashing Pumpkins non sarebbe mai stata possibile. Almeno fino a febbraio di quest’anno, quando sulla pagina Facebook della band un video in diretta ci ha informato che Billy Corgan, James Iha, Jeff Schroeder e Jimmy Chamberlin avrebbero celebrato il trentesimo anniversario degli Smashing Pumpkins suonando i pezzi dei loro primi 5 album: Gish, Siamese Dream, Mellon Collie and the Infinite Sadness, Adore, e Machina.

Ciò che non passava certo inosservato durante il concerto del 30 agosto per la data del tour Shiny And Oh So Bright era la pomposità con la quale è stato organizzato il tutto: i muri del Forum erano stati decorati con frasi delle canzoni della band, dando l’opportunità ai fan di scattarsi malinconici selfie prima dell’inizio dello show. La parte più alta dell’impianto sportivo era invece decorata con delle proiezioni rosa che raffiguravano il logo della band. C’era inoltre un fotografo con dei cartelli con scritto “I love The Smashing Pumpkins” che fotografava i presenti, inviando istantaneamente una mail con lo scatto. La cosa non mi stupisce, considerando la natura fortemente egocentrica di Billy Corgan che ha pervaso l’intero show. Ma noi lo amiamo anche per questo, no? Il live è iniziato con l’intro di Mellon Collie and The Infinte Sadness, il palco completamente al buio e un grande schermo sul quale passavano delle immagini animate delle copertine e dei simboli della band. L’eccitazione era davvero palpabile tra i presenti, esplosi in un urlo di gioia quando lo schermo si è diviso a metà, lasciando uscire lui, l’idolatrato leader degli Smashing Pumpkins, con uno strano completo nero con gonna-pantalone argentata.

(Credit: The Forum)

Pochi hanno il dono di Corgan di saper trasmettere angoscia, amore, malinconia e profonda rabbia con la propria musica e questo è ben rappresentato dal primo pezzo, Disarm, che esegue da solo sul palco, mentre le sue foto d’infanzia, scarabocchiate e rigate con croci rovesciate e “666” vengono proiettate sul gigantesco schermo a LED che gli sta alle spalle.
Poco dopo sono usciti tutti gli altri membri della band per Rocket. La mancata presenza di D’Arcy Wretzky è stata molto criticata dai fan della band ed è stata compensata da Jack Bates, figlio di Peter Hook e dall’australiana Katie Cole, che dona un suono ancora più etereo ai brani proposti grazie al suo delicato tocco sulla tastiera.

Questa prima parte del live è un sogno che diventa realtà per tutti i presenti perché ci regala pezzi storici come Siva e Rhinoceros, dove Corgan si dimostra essere straordinariamente in forma non solo dal punto di vista vocale ma anche regalandoci degli assoli graffianti che lasciano spazio a un’inaspettata cover di Space Oddity di David Bowie. Questo segna il primo dei tanti cambi d’abito di Corgan, che in questo momento indossa un lungo mantello mentre si esibisce su di una struttura a scala mobile. La band ha mostrato la sua forza durante Zero, The Everlasting Gaze, Thirty-Three e Eye. Corgan è quasi sempre davanti agli altri ma i momenti più belli sono quelli in cui si avvicina a un passo da Iha e suonano quasi speculari, uno dinnanzi all’altro, vestiti di nero e bianco come lo Yin e lo Yang, lo sfrontato e il timido, il bene e il male che non possono esistere se non uniti a completarsi a vicenda. La maggior parte del set è composta da materiale dal doppio album Mellon Collie and The Infinite Sadness del 1995 e da Siamese Dream, del 1993. Tuttavia, la scaletta è stata messa insieme in un modo che molto spesso ha scoraggiato il pubblico, dando molto risalto ai pezzi meno esplosivi della band. Forse un segno del tempo che passa? Mayonaise e Porcelina of The Vast Oceans lasciano la folla senza fiato e la formazione con tre chitarre risulta essere veramente vincente su pezzi come questi, perché dà modo di far emergere tutte le sfumature presenti in studio. La band suona altre due cover: Landslide dei Fleetwood Mac e Stairway To Heaven dei Led Zeppelin, a mio modesto parere totalmente inutili e piuttosto pesanti da reggere, Il gran finale ha dato spazio a Cherub Rock, 1979, Hummer, Ava Adore e Today. L’apoteosi arriva con Bullet With Butterfly Wings, che ha visto i 18.000 presenti di questo show sold out alzarsi in piedi e urlare “And I still believe that I cannot be saved “, prima dell’encore.

(Credit: The Forum)

È stato uno spettacolo visivamente sbalorditivo, soprattutto grazie al lavoro di Linda Strawberry, direttrice creativa e collaboratrice di lunga data di Corgan & co. Ogni brano aveva un video dedicato poetico, sognante, perfettamente in linea con l’immagine della band e le 31 canzoni proposte sono state intervallate da strani video del cantante dei Sugar Ray, Mark McGrath, che era vestito come un suonatore di vaudeville all’antica, offrendo brevi intro sui brani proposti. Uno spettacolo, dunque, lungo più di 3 ore e che, da un lato, ha segnato il passare del tempo sui musicisti, che raramente si sono lasciati andare in movimenti feroci e scalmanati come avrebbero fatto un tempo, ma che ha comunque sottolineato l’importanza di una band che ha fatto la storia, lì dove la storia sembrava essere finita con la morte di Kurt Cobain. Basti ricordare che Mellon Collie and the Infinite Sadness ha venduto oltre 10 milioni di copie, un classico dell’epoca che è riuscito a racchiudere tutto ciò che era venuto prima e a segnare profondamente tutto ciò che è venuto dopo. Se non li avete mai visti dal vivo, fatelo, perché la voce nasale e aliena di Corgan vi rimarrà dentro a lungo e lo so che morite dalla voglia di urlare “We must never be apart”.