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(Black Randy and The Metrosquad – Pass the Dust, I Think I’m Bowie, 1971 – Dangerhouse)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

Di Andrea Valentini

La Dangerhouse Records, di L.A., aveva sostanzialmente una direzione a tre teste. E che teste. David Brown, Pat “Rand” Garrette e, infine, mister John “Jackie” Morris alias Black Randy. Non andremo a parlare, però, della discografia Dangerhouse – etichetta che merita senza dubbio una trattazione a parte, per averci regalato una raffica di perle grezze di puro e incontaminato California punk, di quello che ti cambia la vita. Invece concentriamoci su Black Randy, personaggio immenso nel suo delirio esistenziale e musicale, ma praticamente relegato nel dimenticatoio più oscuro. Il testamento che Black Randy ha lasciato all’umanità è costituito da un album intitolato (genio puro) Pass the Dust, I Think I’m Bowie e una manciata di singoli. Il tutto pubblicato rigorosamente da Dangerhouse. E poi, oltre alla musica, ci sono i ricordi. È quasi una vergogna che nessuno abbia mai scritto un libro su di lui, semplicemente raccogliendo le memorie di chi l’ha conosciuto… sarebbe sicuramente un goloso concentrato di perversione, disperazione, humour fuori controllo (che ne dite di uno che tra i propri cavalli di battaglia poteva annoverare l’abitudine di cagare nella borsetta incustodita di qualche ignara ragazzina?) e follia guascona. Con dentro il punk, ovviamente. Vengono in soccorso – purtroppo – solo poche fonti, nel ricostruire il mosaico di Black Randy. Lascio che sia il diretto interessato a dare un’idea del proprio background (attenzione però: non prendiamo per oro colato proprio tutto ciò che dice… si trattava pur sempre di un personaggio abituato a fare di teatro, improvvisazione, menzogne e truffe il proprio pane quotidiano): “Mio padre biologico era un tossico. È un ladruncolo piuttosto noto, un viscido, uno che spaccia. Il suo soprannome è Morphine Jack. Vive a Long Beach. Sembra il più rognoso dei cani. Non l’ho incontrato finché non ho compiuto 24 anni. Appeno l’ho visto mi ha domandato un prestito e ci siamo fatti una pera. Nemmeno un’ora dopo che ci siamo incontrati, mi aveva già chiesto dei soldi e aveva fatto la cresta sull’eroina comprata, lo giuro su Dio. Campava con il sussidio. Ha vissuto con Lenny Bruce per un po’ a Laurel Canyon, negli anni Cinquanta. Erano amiconi. Ha convertito Lenny dalle anfetamine all’eroina. E questo è stato il contributo del mio vecchio alla cultura dello spettacolo del secolo XX”.

Black Randy aveva il mito – nonostante le parole quasi di disprezzo per la figura paterna e il suo supposto stile di vita randagio – del vagabondo di strada che vive di espedienti. Eppure lui era tutto tranne che un homeless, o meglio un hustler, abituato a dormire nei vicoli e a prostituirsi per denaro. Ecco come lo ricorda John Doe (degli X, ovviamente): “Non viveva in strada e non batteva. Non era abbastanza bello per prostituirsi. Eppure amava quel modo di vivere, lo vedeva come qualcosa di puro e radicalmente controculturale. Un atto contro la società, contro il governo, contro tutto”. Posto che la Dangerhouse non era certo una fonte di reddito e che i Metrosquad non erano un gruppo che poteva dar da mangiare a nessuno, come poteva campare uno come Black Randy? Lo spiega K.K. Barrett (degli Screamers e dei Metrosquad): “Black Randy era un furbastro diabetico che arrivava a fine mese facendo vendite telefoniche. Era il miglior attore del mondo, con un telefono in mano. Riusciva a vendere qualunque cosa a chiunque. Era in grado di mettere in piedi ovunque un ufficio con telefono e iniziare a farci soldi”. E Black Randy stesso diceva: “Avevo un talento naturale per mentire al telefono e convincere le persone. […] Le vendite telefoniche sono una specie di corrispettivo dello spaccio di droga o qualcosa di simile… un crimine per colletti bianchi, del tutto accettabile socialmente… siamo una seccatura… che non può essere eliminata. Perché non c’è alcuna legge contro quello che facciamo. Siamo semplicemente ladri. E questo è ciò che faccio per campare”.

Black Randy non ha risparmiato un grammo del proprio corpo, abusando di tutto l’abusabile: sesso, droga, alcool, pazienza di chi lo circondava, fortuna… “Tutto ciò che facevo al tempo era calcolato. Ero un tizio molto represso e frustrato. Ero grande, grasso, ed ero molto frustrato da ciò che si era sviluppato negli anni Settanta, da cui mi sentivo escluso, la disco culture e la hippie culture. Ero sempre sbronzo e incattivito. Una volta, a un concerto benefit per la fanzine Slash, ho cercato di fregare la cassa andandomene. Quelli della security mi beccarono e fui costretto a pregare il tizio di Slash perché mi lasciasse andare”. David Brown lo ricorda così, facendone un ritratto impietoso ma commosso allo stesso tempo: “Era un tragico mix di genio e autodistruzione. Scriveva i testi in stato confusionale, per l’alcool, il PCP e il diabete, e parlava della disperazione della condizione umana in un modo che meriterebbe di essere immortale. […] Era un bugiardo totale. Era in giro solo per fregare la gente. E la faceva sempre franca perché era uno che piaceva molto. Era davvero il più grande truffatore al mondo. Era capace di voltarti le spalle da un giorno all’altro, ma comunque ti ritrovavi a volerlo vicino, perché era davvero un uomo talentuoso, a modo suo”.

Il genio deviante di Black Randy si è spento nel 1988 a causa di una serie di complicazioni dovute all’AIDS, contratta nei primi anni Ottanta. Si era sposato e anche sua moglie è morta per lo stesso motivo. C’è chi, tra i suoi conoscenti, si domanda ancora oggi come Black Randy abbia fatto a sopravvivere per 10 anni facendo quella vita… la risposta forse è nel titolo del terzo brano dell’album dei Metrosquad: I Tell Lies Everyday. Un’ultima cosa. Nel caso dovesse arrivarvi una convocazione come giudice popolare e non vi andasse di prestarvi, seguite l’immortale consiglio di Black Randy, così come lo riporta D.J. Bonebrake degli X: “Un giorno mi arrivò una convocazione come membro di una giuria popolare, così chiesi consiglio a Black Randy! Dovevo essere pazzo. Gli dissi: ‘Come ne esco? Ho l’obbligo di presentarmi, ma non voglio fare il giurato’. E lui: ‘Allora, ecco cosa devi fare. Prendi un bel pennarellone nero, e sulla convocazione scrivi, a lettere grandi, VIVA LA ANGEL DUST e poi rispedisci il tutto al mittente. Vedrai che non ti romperanno più le palle’. Lo feci e spedii la lettera indietro. Non ho più ricevuto una convocazione per i 10 anni seguenti”.

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