(The Gun Club – Fire Of Love, 1981 – Ruby Records)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

Di Andrea Valentini

Non tagliare con l’accetta. Non dare giudizi troppo trancianti. Certo, è una buona regola di vita, un giusto mezzo misurato e maturo. Ma di fronte a dischi come Fire of Love dei Gun Club salta ogni schema. E l’accetta è necessaria. Il motivo? Questo album traccia una linea (anzi, più di una). E vi costringe in qualche modo a stare da una parte o dall’altra. Come un colpo d’accetta ben assestato. È il 31 agosto del 1981 quando Fire of Love esce dal magazzino della Slash per arrivare sugli scaffali dei negozi: piena estate, caldo torrido, sudore che si appiccica alla pelle. Un’atmosfera coerente con le sonorità torride che il disco riversa sugli ascoltatori che per la prima volta si trovano a fare i conti con un sound praticamente inedito: Jeffrey Lee Pierce e i suoi, infatti, si lanciano in una sarabanda che coniuga, mixa e imbastardisce il blues più assatanato e disperato con l’energia del rock più estremo. Ma non come avevano fatto i Led Zeppelin o gli Yardbirds e tanti altri… nossignore, perché il rock qui è presente nella sua accezione punk. Quindi velocità, rabbia incontenibile, suoni slabbrati, esuberanza e urgenza.

E il bello è che quando la band faceva gavetta nei club di L.A. sembrava suscitare solo una certa indifferenza o – al massimo – un po’ di divertito sconcerto. Lo ricorda il chitarrista Ward Dotson, con cui ho avuto modo di scambiare una chiacchierata via mail qualche tempo fa: “Credo proprio che nessuno, a parte i gruppi per cui aprivamo, si accorgesse di noi. Eravamo solo una delle tante band sulla piazza e nessuno ci seguiva o era interessato a noi in alcun modo. Poi non c’entravamo con la scena punk più integralista. Eravamo nel giro solo per via delle conoscenze e dei contatti di Jeff con gli X, i Cramps, i Blasters e tutto quell’ambiente… ma noi eravamo differenti da quei gruppi e i loro fan non ci apprezzavano minimamente. Devo dire che quando mi unii al gruppo, Jeff aveva le idee molto chiare su come voleva gestire e far evolvere i Gun Club, per cui con il supporto di musicisti che ci sapevano fare e lo assecondavano è riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Jeff non seguiva le orme di nessuno e non scimmiottava nessuno. Era amico di John Doe, di Lux Interior e di Poison Ivy, dei Blasters, di Chris D., ma faceva le sue cose. Peraltro era molto più originale di tutti quelli che ho appena nominato. La grande forza di Jeff era data dalla sua conoscenza sconfinata nel campo della musica e dalla sua ossessione totale, che lo portava a cercarne sempre di nuova, da scoprire e metabolizzare. La sua immensa collezione di dischi e il suo acume compensavano la mancanza di un genuino talento musicale. Non era in grado di cantare intonato e aveva un senso del tempo orribile. Non era un uomo attraente e non ho mai saputo di donne che fossero interessate a lui, eppure è riuscito a fare tutto ciò che desiderava, grazie a un’opera di autopromozione caparbia e incessante, oltre che grazie alla conoscenza dei meccanismi di scrittura di una canzone”.

Tutto, quindi, ruota intorno a Jeffrey Lee Pierce: un leader disfunzionale, preda di demoni, dipendenze, complessi e problemi assortiti, ma anche capace di creare un universo narrativo e sonoro personalissimo. Quello del blues punk che, nei decenni a seguire (e soprattutto nei Novanta) avrebbe avuto una notevole esplosione/espansione. Jeffrey è un appassionato di blues, di quello più oscuro, che piace ai collezionisti di 78 giri e agli outsider – perché il blues non è decisamente un genere cool nella seconda metà degli anni Settanta e primi Ottanta: puzza di vecchio, di ricicli rock anni Sessanta, di nonni che suonano alle sagre di paese o di redneck fuori dai movimenti del mondo contemporaneo. E il suo colpo di genio è di punkizzarlo, fino a renderlo nuovamente eccitante e appetibile per le nuove leve, quelle che si riempiono la bocca di punk, new wave, power pop e hardcore.La genesi del disco è semplice. Jeffrey, dopo aver assemblato una prima formazione dei Gun Club, con nome Creeping Ritual (il nome Gun Club sarebbe stato poi suggerito dal suo coinquilino Keith Morris), si trova con una manciata di pezzi e l’interesse di una paio di etichette. È il momento di entrare in studio. E sempre Dotson racconta: “Una label locale che si chiamava Fatima, ed era gestita da Tito Larriva, intendeva pubblicare un nostro EP, per cui incidemmo cinque o sei pezzi – che poi finirono in Fire Of Love. Registrammo nella notte, in un momento morto per lo studio, e ci impiegammo due o tre ore”.

L’EP per Fatima sfuma, ma nel frattempo si fa avanti la Slash, che chiede un album intero: “Non c’erano soldi per registrare, dovevamo andare lì e fare tutto il più in fretta possibile. Furono due session diverse e distanti fra loro, una con Tito Larriva e la seconda con Chris, dopo che il progetto dell’EP per Fatima Records sfumò per mancanza di fondi e Slash/Ruby decise invece di pubblicare un nostro album. Né Tito, né Chris ci diedero alcuna istruzione o guida, a quanto ricordo. Tito mi suggerì solo di usare il suo amplificatore invece del mio, ma a parte questo ci limitammo a sistemare la nostra roba e a suonare le canzoni, senza intromissioni. La maggior parte dei pezzi sono stati registrati alla prima botta, in entrambe le session. Direi che le ore di studio complessive per tutto il disco non sono state più di otto. Abbiamo suonato tutti insieme, live, anche se qua e là c’è qualche sovraincisione di chitarra e l’aggiunta di qualche effetto sonoro – rumori ambientali per creare l’atmosfera. Mi ricordo di avere doppiato la mia parte di chitarra in Black Train. Anche Jeff ha suonato qualche linea di chitarra, tutte parti ritmiche, che rimangono indietro nel mixaggio. Le sue voci, però, le abbiamo incise in un secondo tempo, sulle tracce strumentali definitive”. È così che prende vita uno degli album spartiacque degli anni Ottanta. Un disco che ha segnato la nascita ufficiale di un genere, ma anche l’arrivo sulla scena di una band destinata a sfornare almeno altri due album epocali (Miami e Las Vegas Story… anche se non c’è nulla da buttare anche nel repertorio posteriore: anzi!). Fra spiriti di fuoco, donne ammalianti come l’eroina, cover di standard blues, ritmi sessuali, treni neri, odi a Poison Ivy dei Cramps, fantasmi dispersi nelle autostrade deserte si dipanano 11 tracce che bruciano come marchi a fuoco sulla pelle. Taglienti, dolorose e intrise di disperazione autenticamente blues, ma anche dello spirito dissacrante e incontenibile del punk. Con buona pace di chi non vuole usare mai l’accetta.

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