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Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

Di Letizia Bognanni

Possiamo dire che il post-punk è più punk del punk? Diciamolo, e spieghiamolo: i post-punk, o new waver che dir si voglia, del “movimento” che li ha preceduti e ispirati prendono e fanno propria un’unica regola: nessuna regola. Più del punk, in qualche modo codificato nel 3 accordi/3 minuti, la new wave si esprime in totale libertà, davvero nel nome della filosofia del “puoi farlo anche tu”, e puoi farlo come ti pare: puoi usare le chitarre oppure no, puoi essere dark, industrial, pop, reggae, puoi venire dal riformatorio o dalla scuola d’arte, puoi essere un provetto musicista o saper fare solo il giro di Do, puoi vestirti di latex nero, di lustrini, in giacca e cravatta, puoi essere quello che ti pare, compreso tante cose insieme. Ecco perché David Byrne sarebbe il personaggio più consono a incarnare un ipotetico spirito della new wave: inafferrabile, indefinibile, curioso, libero.
“A volte scrivo cose che non riesco proprio a capire”, diceva all’amico, collaboratore e mente libera come lui Brian Eno. Incomprensibile anche a se stesso, sarà questa, l’esigenza di provare a capirsi, la molla di una produzione tanto ricca e varia.

Nella musica in primis, naturalmente: cominciando con i Talking Heads, quintessenza della band post punk, un gruppo di scappati dalla scuola d’arte – letteralmente: Byrne abbandona il college e forma una band, chiamata poco fantasiosamente The Artistics, con l’ex compagno Chris Frantz, che lo raggiungerà insieme alla sua ragazza Tina Weymouth quando si sarà trasferito a New York – e dove sennò – e lì, nella New York del CBGB, della new e no wave, della disco anche, nasceranno i Talking Heads. Esordio nell’anno di grazia musicale 1977, con Talking Heads: 77, e a seguire altri sette album per teste parlanti ma soprattutto pensanti, fino allo scioglimento poco più di dieci anni dopo, e all’inizio della ricerca solitaria. Una ricerca sempre più libera, quasi “spasmodica”, come i ritmi che gli piacciono (“ho sempre apprezzato i ritmi un po’ spasmodici e a scatti. Era verso di quelli che gravitavo”), undici album, per ora, tanto cerebrali quanto “punk”, nel senso di cui dicevamo, fra cosmopolitismo e le più disparate collaborazioni, dal solito Brian Eno a Norman Cook, St Vincent, Oneohtrix Point Never.

Nella scrittura poi: più che un capriccio o un hobby da rockstar velleitaria, i libri di David Byrne altro non sono che un’estensione, o un approfondimento, di quella ricerca continua, di quell’esplorazione del dentro e del fuori, di una curiosità senza confini, e non è affatto un modo di dire. Da Strange Ritual, raccolta di “poesie, testi, cronache, fotografie che catturano le incongruità della vita – e la strana giustapposizione di modernità e tradizione – in Giappone, India, Messico, Indonesia e Stati Uniti”, alla rivisitazione dei sette peccati capitali di The New Sins, ai diari della bicicletta (Bicycle Diaries), racconti di viaggi a pedali a Londra, Berlino, Buenos Aires, Istanbul, Manila, New York, Detroit, San Francisco, fino all’ultimo Come funziona la musica, dove “attinge alla propria pluriennale esperienza con i Talking Heads, Brian Eno e una miriade di altri collaboratori – insieme a viaggi in teatri lirici wagneriani, villaggi africani e in qualunque luogo esista la musica – per mostrare come la creazione musicale non sia solo l’opera del compositore solitario, isolato nel suo studio, bensì il risultato tanto logico quanto miracoloso di circostanze sociali”.

Passando per i libri legati alla terza modalità byrniana di comunicazione e ricerca, quella delle arti visive: ecco allora Your Action World: Winners Are Losers with a New Attitude – “documento e critica dei tempi in cui viviamo, una parodia dei materiali promozionali ispirazionali inclusi libri, nastri e pubblicità”, oppure Arboretum, “un viaggio nella mente dell’enigmatico co-fondatore dei Talking Heads in una raccolta di disegni e diagrammi che catturano i suoi sentimenti più personali, la creatività e i paesaggi mentali”. Visioni che possiamo trovare anche in giro per mostre e gallerie, o in progetti come il recente Reasons To Be Cheerful, o al cinema, quando decide di cimentarsi dietro (e occasionalmente anche davanti) la macchina da presa, con film, documentari e video (True Stories, Between The Teeth, Burning Down The House, Once In A Lifetime…). In fondo, non è finito tanto lontano dai suoi progetti di bambino: “volevo essere un agente segreto o un astronauta, preferibilmente nello stesso momento”.

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